Mese: luglio 2013

Notilla sul contesto 'globale' della scrittura verbovisiva

Basterebbero l’articolo sul glitch, oltre ai link qui raccolti, e l’articolo sulla scrittura asemantica comparso su Punto critico il 2 luglio scorso, insieme agli oltre duemilacento blog e spazi in rete segnalati su http://du-champ.blogspot.com, a mostrare quanto sia viva – alive and kicking – e diffusa in Italia e in tutto il mondo la poesia visiva e concreta, l’attività verbovisiva in tutte le sue forme: dalla mail art più (ormai, anche negativamente) standardizzata e nota ai nuovi festival e siti e blog che si occupano attivamente e proficuamente di glitch art.

Basterebbe poi considerare soltanto il lavoro dell’E-poetry festival (http://epc.buffalo.edu/e-poetry/2013/http://epc.buffalo.edu/e-poetry/2013/E-Poetry-2013-Programme.pdfhttps://www.facebook.com/events/343086562460762/) o quello del Text Festival di Bury (Manchester: http://textfestival.com/) o il lavoro di archiviazione della Ohio State University e i link lì segnalati, o l’importanza di UbuWeb, o del Sackner Archive (cfr. questo video, fra l’altro), o l’espandersi dell’area dell’asemic writing (dozzine i link indicabili), per dar conto del fatto che la scrittura verbovisiva, con il sistema-antisistema di legami liberi e reti che genera, la comunità artistica e di fruitori che vi vive e ne proviene (autori e lettori che spesso si immegono per periodi anche nella pura scrittura lineare, e rientrano nel contesto verbovisivo successivamente, o saltuariamente), è una realtà solidissima. Addirittura overwhelming, sovrabbondante, schiacciante (se nel contesto facciamo rientrare il funzionamento dei nostri tablet, e facebook, o i clip e video di cui fruiamo tutti i giorni), che assai felicemente esce dal quadro critico e storiografico dell’accademia.

Marco Giovenale

 

L'oscillazione necessaria

Postfazione a Daniele Bellomi, ripartizione della volta, collana “Opera Prima”, Anterem – Cierre Grafica, Verona 2013

Giorgio Bonacini

Nel principio del suo percorso materiale, la scrittura unisce in sé la concretezza di oggetto linguistico e il concetto di essere in atto costantemente, mentre struttura il suo fare, in uno sviluppo di autoconformazione che stabilisce, senza supporti ingenuamente referenziali, ma consapevole dello spazio e del tempo in cui agisce, il suo autonomo percorso. Ma ancor di più questa ipotesi prende corpo, struttura e andamento specifico, se messa alla prova ed esercitata con l’esercizio concreto della lingua poetica. “Eliminare per accogliere”, scrive Daniele Bellomi, e proprio questa sottrazione comunicativa e riaccumulazione di significazione connotata, ma indivisibile dalla sua denotazione letterale, sembra essere la parola che egli sperimenta e in sé agisce: una partitura spiazzante, un vero e preciso versamento che procede dentro un’esistenza di linguaggio che è l’esistenza in sé. Non tanto però in quanto sé e per sé (che sarebbe forse solo sterilmente autoricorsivo), ma più precisamente in “sé e con sé”. Cioè a dire un testo che muove e rimuove il suo concepirsi e prodursi, riconoscendo nella sua meta-morfosi una riflessione che dà forma a un mondo. E dunque, là dov’è e dove guarda se stessa, la parola è anche consapevole che “il detto si attacca sulle palpebre” e riconosce un’origine di suono e luce, perché un’immagine esterna c’è: sgranata, sfuocata, disaggregata, vista e oscurata, ma segnata nel suo essere cosa che i sensi figurano. Continua a leggere “L'oscillazione necessaria”

Il realismo del ritmo: sulle figure di ripetizione lessicale in Costa

Gian Luca Picconi

1. Il Novecento, particolarmente nella sua seconda metà, è stato un’epoca di radicale messa in crisi degli istituti retorici che presiedevano alla composizione del testo letterario. Questa messa in crisi ha determinato una redistribuzione dei compiti e dei ruoli, e persino delle frequenze d’uso con cui determinate figure compaiono nei testi. È ovvio che ogni mutazione relativa al disciplinamento delle figure retoriche nel testo poetico si trasforma, per forza di cose, in una differente modalità di manifestazione dell’intenzionalità autoriale e, per molti versi, in una traccia parzialmente rilevabile – per gradi, mediatamente, in modo dissimulato – della presenza della soggettività autoriale nel testo.

La ripetizione, nelle sue molteplici modalità (di singoli fonemi, di lessemi isolati, di sequenze di lessemi, etc.), più ancora di altre figure retoriche, è coinvolta in questo movimento di svelamento-dissimulazione della intenzionalità e soggettività dell’autore. Più ancora di altre figure: se la metafora potrebbe anche rivelarsi eco involontaria di discorsi percepiti e riportati nel testo, e potrebbe dunque avere un effetto spersonalizzante, la ripetizione – eco essa stessa – finisce sempre in modo paradossale per marcare positivamente, empiricamente, l’immanenza dell’autore al suo testo. Infatti, non può non rivelare una qualche forma cosciente di pianificazione estetica; e d’altro canto difficilmente la ripetizione lessicale in sé stessa potrà essere leggibile esclusivamente in chiave di bivocità.

Rilevare ciò è innegabilmente importante: a maggior ragione per un secolo come il Novecento (e per quella sua continuazione che è il secolo attuale), che, tra l’altro, ha anche portato avanti il tentativo sisifeo di una parziale o totale spersonalizzazione del testo letterario, provando a cancellare il più possibile tutte le marche della soggettività autoriale all’interno del testo poetico, per dare vita a un testo orecchio, in cui ogni eventuale residuo di soggettività abbia un carattere quasi esclusivamente ricettivo. Continua a leggere “Il realismo del ritmo: sulle figure di ripetizione lessicale in Costa”

Un errore diffuso

Marco Giovenale

Forse un errore diffuso offusca la vista di taluni italiani, statunitensi, canadesi, belgi, svedesi, australiani, francesi, di tanti europei, che – proprio come gli artisti, gli artisti visivi – sono stranamente cocciutamente persuasi che la comunicazione, le arti, la letteratura, gli scambi linguistici anche più semplici, siano – con il Novecento e in questo primo quasiquindicennio di XXI secolo – mutati alla radice, avviandosi guarda caso nelle direzioni e nel senso già indicati e prefigurati da alcune ricerche artistiche e letterarie che in tutto il mondo e perfino in Italia si erano moltiplicate dal secondo dopoguerra in avanti. Senso sbagliato e direzioni sbagliate, allora? Così dicono in tanti. Chi? (Le gazzette, le case editrici, le tv e le librerie generaliste ci spiegano tante cose).

            Saranno forse nel giusto le terze pagine dei quotidiani, le tv, le centinaia anzi migliaia e milioni di lettori e critici e autori fautori di una condizione e tradizione di trasparenza aproblematica, transitività, metro e plot classici, filmici, narrazione lineare, superlirica o libido confessionale, soggetti anzi eghi iper-coesi, ostili all’ironia? Certo. La maggioranza vince. È nel giusto chi in sintesi sostiene che il Novecento – specie nella sua seconda metà – è in buona parte un unico errore, da arginare. Pur diffuso, abbastanza diffuso, forse troppo. (Così affermano le maggioranze, raramente silenziose).

            Senz’altro Pennsound sbaglia, allora, diffonde perniciosissimi virus attraverso decine di migliaia di file audio. Se ne deduce che è in errore l’intera Università di Pennsylvania, così come sbagliate sono e saranno le iniziative della Kelly Writers House; sbaglia Charles Bernstein, docente in quell’ateneo e uno dei fondatori e curatori (con Al Filreis) di Pennsound. Bernstein fra l’altro ha ammesso e abiurato nel suo Recantorium tante eresie. Sbaglia l’Università di Chicago che gli pubblica il libro più recente; e… idem: una delle maggiori case editrici statunitensi, Farrar, Straus and Giroux, sbaglia a pubblicare All the Whiskey in Heaven. È in errore l’EPC (Electronic Poetry Center @ Buffalo, State University of N.Y., dip. di Inglese), e Continua a leggere “Un errore diffuso”

Essere ottimisti è da criminali

Recensione a: Theodor W. Adorno, Essere ottimisti è da criminali. Una conversazione televisiva su Beckett, a cura di Gabriele Frasca, L’ancora del Mediterraneo, 2012

Federico Francucci

Nel febbraio 1968 un’emittente tedesca trasmise, in fascia oraria di grande ascolto, due opere beckettiane risalenti a pochi anni addietro: un adattamento televisivo di Play, pièce teatrale del 1963, e Film, il mediometraggio del 1964 diretto da Alan Schneider con il vecchio Buster Keaton come indimenticabile protagonista. A seguire fu messa in onda una conversazione su queste opere, e sul significato e l’importanza del lavoro di Beckett, a cui partecipavano Theodor Adorno, uno dei più importanti e discussi filosofi occidentali del Novecento, e poi Martin Esslin, intellettuale cosmopolita e direttore dei programmi radiofonici della BBC, nonché collaboratore e amico di Beckett, Ernst Fischer, scrittore austriaco di fiera militanza comunista, e Walter Boelich, giornalista culturale e allievo del grande filologo romanzo Ernst Robert Curtius. Continua a leggere “Essere ottimisti è da criminali”

Scrittura asemantica / asemic writing

Marco Giovenale

appelDa non poco tempo, da quasi due decenni ad esser precisi, una linea di confine fra testualità e arte contemporanea è più distintamente visibile, percorsa e fatta propria da molti artisti e da autori di testi sperimentali. Si tratta della scrittura asemantica, o prima ancora, in inglese, asemic writing (inganna il dizionario che assegna ad “asemic” tutt’altro significato).

Di che si tratta? Sono glifi, grafie e calligrafie, alfabeti, materiali visivamente riconducibili all’area formale della scrittura, che però non fanno riferimento ad alcunché di noto o decifrabile, ad alcuna vera lingua, a nulla che trasmetta significato (senza tuttavia, per questo, esimersi dal trasmettere senso). Le radici di questa pratica arretrano al secolo passato. Specie con Alphabet e Narration (1927) Henri Michaux avviava una sua esplorazione – poi ininterrotta – del territorio. Nel 1947 e a varie riprese successivamente, con le Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, Bruno Munari aveva giocato con alfabeti enigmatici o alieni (pagine riassuntive e felici si leggono e osservano in Codice ovvio, fra l’altro). Nei decenni successivi Christian Dotremont, Brion Gysin, León Ferrari, Mira Schendel, Mirtha Dermisache e moltissimi altri artisti avrebbero ancor più sistematicamente battuto gli stessi sentieri. Negli anni Settanta Irma Blank copre intere superfici e fogli con scritture inesistenti, sottili tracciati che mimano una grafia minutamente nervosa, senza intenzione transitiva: nel 1974 Gillo Dorfles le dedica un testo (che si può ora leggere in http://gammm.org/index.php/2007/07/18/blank-dorfles) in cui di fatto conia l’espressione “scrittura asemantica”: «una sorta di grafia-ortografia, che si vale d’un segno ben individualizzato (con tutte le caratteristiche della personalità di chi lo usa), ma privo, vuoto, scevro, da ogni semanticità esplicita, giacché non è costituito da – né è scindibile in – “segni discreti”, in lettere d’un sia pur modificato alfabeto, né in ideogrammi sia pur alterati o neoformati. […Si tratta quasi di] tracciati […] sovrapponibili ai segni d’una qualsivoglia composizione grafica, astratta, salvo a conservare, in un certo senso, l’aspetto esterno, la morfologia estrinseca, d’una effettiva scrittura manuale». Del 1981 è uno dei capolavori di asemic writing: l’“enciclopedico” Codex Seraphinianus di Luigi Serafini.

Si potrebbe certo arretrare alle origini della scrittura verbovisiva. E interrogarsi poi Continua a leggere “Scrittura asemantica / asemic writing”