Loredana Magazzeni

Un’intervista a Giuliano Mesa

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Che radici ha la tua poesia?

Radici? Non saprei. Quando si comincia a scrivere molto giovani, quasi ancora bambini, di radici forse non se ne hanno… Poi, se uno è “sradicato” per temperamento! Forse potrei dire che la poesia, le poesie, sono diventate le mie radici, che nella poesia mi sono radicato: lì, e in pochissimi altri “luoghi”, forse soprattutto lì… Con qualche paradosso. Dopo aver scritto il primo verso (era una banalissima poesia d’amore, fatta di quel solo verso) capii che scrivere sarebbe stata la mia vita: non avevo scampo, ed essendo “sradicato” per temperamento, ho forse smesso soltanto adesso di “andarmene” anche da questo “luogo” (forse…). Non pensare, però, che io consideri la poesia più importante della vita, anzi! Si impara presto – e lo si reimpara sempre, poi – che il “benessere” della propria poesia non coincide quasi mai con quello della propria vita (e se coincide bisogna stare attenti: siccome non viviamo in un paradiso, si fa presto a diventare giullari dell’orrore – giullari, poi, di infima categoria, e sottopagati se non addirittura paganti… “c’est pas la peine”). Le radici più profonde, comunque, stanno nella vita stessa, nell’esperienza (qualcuno ha detto che l’unica identità di un uomo è la sua storia)… poi c’è la letteratura, ci sono i libri… l’Erfahrung e l’Erlebnis… ma, per dire, forse Benjamin ci ha insegnato più cose per come è vissuto, per come è morto, che non nei tanti libri che ha scritto… forza e fragilità, conflitti irrisolti, un’implacata avversione per il potere, compreso quello delle “sistemazioni teoriche”, e dunque i mutamenti, la loro storia… poi, qualcuno ci fa il santino, con tanto di decalogo… Alcuni – tanti, purtroppo – pensano che lo scopo della loro esistenza sia “sistemare” il mondo – quello letterario, o altri – dentro delle caselline, tutte ben ordinate, ognuna con la sua etichetta. Il peggio è che poi pretendano che scopo delle vite altrui sia quello di “apprendere” quel loro sistema… Così, mettendo tutto in ordine, non c’è più storia, esperienza, mutamento. Ciò che accade, accade per fornire materiale da incasellare (ché altrimenti, poi, ci si annoierebbe). Accade che questo sia un modo, spesso fintamente antagonista, di approvare, da una posizione di “tranquillità”, il mondo così com’è… Ecco, allora: le vite, certe vite, insegnerebbero molto, molto più dei libri… Se no, potrei risponderti: “le radici della mia poesia sono…” e giù un bell’elencone di autori e opere… Così, qualcuno dei signori a cui accennavo, saprebbe sùbito in quale casella collocarmi: neo-sperimentale, post-beckettiano, semi-allegorico, scemo-simbolico… per fortuna, di solito, non mi collocano proprio…

Tempo fa mi dicesti che ti senti “condannato a scavare dentro le parole”: questo esercizio di “scarnificazione” del linguaggio può essere paragonato alla ricerca praticata da altre arti (penso alla musica, alla pittura) su ritmi, fratture, segni?

Forse “condannato” è eccessivo. E’ meglio parlare di una “incapacità” nell’usare le parole, qualsiasi parola, anche le più “semplici” o forse soprattutto quelle, come se fossero dotate di una stabilità semantica… Ci sono poeti che usano le parole privilegiandone le connotazioni più diffuse, comunemente accolte, e che lavorano, poi, soprattutto sulla frase, o sul “narrato”… Non voglio, qui, entrare nel merito del rapporto parole-cose. Se scrivo “albero” o “pietra”, intendo riferirmi alle “cose” albero e pietra, così se scrivo “occhio” o “muscolo”. Ma ogni volta il problema del rapporto nome-cosa si ripresenta, non è mai “superato” in virtù di una relazione acquisita… non dimentico mai che per “quella” cosa io dico “pietra”, non “stein” né “kamen'”: la relazione nome-cosa non è naturale, è culturale, checché ne dicano certi poeti che si vogliono naturalisti e/o realisti… Soprattutto, però, sono incapace di lasciar quieti i “connettivi” anche più banali, o le espressioni idiomatiche, e le forme verbali, e la sintassi… tutto, insieme, deve concorrere a ottenere quel certo “suono”, la connotazione che sto cercando… E’ molto materico, tutto questo…

Nel tuo contributo per àkusma, “Frasi dal finimondo”, parli di fine della verità: “Due esperienze fondamentali dell’esistere sembrano scomparse: la verità, la sua percezione…”. Il linguaggio deve servire a ritrovare senso, altrimenti “ci viene così inesorabilmente sottratto”. E’ molto bella anche la citazione da Bachmann “giacché il poeta ha davanti agli occhi tutta l’infelicità dell’uomo e del mondo, è come se sanzionasse questa infelicità”. Tutto questo tu lo testimoni con la tua poesia, forse con la tua stessa vita.

Ho letto “Improvviso e dopo”, finalmente arrivato da Verona. Tutti i fili tornano ad una coerenza. Ritrovo le scansioni ritmiche di “ludus” e gli accumuli di materiali e rovine di “macchina”. Sul niente tu lanci la sfida di un progetto. Un progetto oltre la fine del mondo, in ricerca di una “felicità possibile”. A questo progetto è legato àkusma?

Intanto, su ciò che è più “delicato”, nella tua domanda, e che delicatamente, ma con fermezza, nego: nego di testimoniare alcunché, né con la poesia né tanto meno con la vita; nego anche che ákusma sia un progetto di “felicità possibile”; posso invece, forse, affermare che le poesie e i progetti alla poesia legati siano sintomi di profondo malessere: sintomi attivi, per così dire, e dunque, almeno, reagenti. Presi in una morsa soffocante, almeno, ancora, ci dibattiamo, e dibattendoci, forse, muoviamo l’aria, la rendiamo meno irrespirabile. Non è molto, ma è vero che abbiamo passato anni peggiori (parlo al plurale riferendomi a chi non ha gradito, e non è stato gradito, dall’egemonia politica e culturale dell’ultimo ventennio), anni di immobilità subita o di frenesìa imitativa, di mimesi dell’ipercinetismo yuppie (termine già più che desueto, tra l’altro). Posso ipotizzare, tuttavia, che l’attuale dibattersi sia molto simile a quello che si esperisce, nel sonno, per sfuggire alla morsa di un incubo, quello scuotersi estremo, proprio in extrema ratio, proprio forsennato, “fuori di senno”. Poi, hommes cultivés, sappiamo urlare sottovoce… Ancora una precisazione, importante: non affermo che il linguaggio deve servire a ritrovare senso. Se uno o più sensi sono andati perduti, lo sono irrimediabilmente. Io non ho memoria di nessun senso perduto e da ritrovare. Se nel passato c’era un senso è quello stesso che ha dato origine al presente, e dunque non posso certo averne nostalgia. Il problema che mi pongo non riguarda un senso, né da trovare né da ri-trovare: riguarda proprio, invece, il senso delle parole, e ancora non tanto perché ambisca a codificazioni rigide: è piuttosto all’àmbito dell’intenzione che mi riferisco, come a dire: pur nell’incertezza assoluta sul senso delle parole, dovremmo almeno, ancora, cercare di pronunciarle come se un senso, ad esse, volessimo attribuirlo, cioè  trasferirlo, nell’interlocuzione, affinché un dialogo possibile non si spenga sùbito nella vacuità di parole soltanto fàtiche… E’ come se, nell’interlocuzione, delle parole fosse rimasto soltanto l’involucro, il valore di scambio… Infine, sulla citazione da Ingeborg Bachmann: dobbiamo sempre chiederci se la nostra “reazione estetica”, artistica, all’infelicità, non ne sia o ne diventi una “sanzione”… se leggiamo una poesia su, o contro, la guerra, e poi esclamiamo “che bella!”, qualcosa, nel nostro cervello e non soltanto lì, deve farci sentire uno stridore (agghiacciante, vorrei dire), ché altrimenti la “promessa di felicità” che nell’arte dovremmo trovare diverrebbe, immediatamente, immediato, innocuo, autoassolutorio “godimento estetico” (è quanto accade, notoriamente, con il cinema “di denuncia” hollywoodiano)…

In “Il verso libero e il verso necessario – Sulle forme chiuse nella poesia italiana contemporanea”, tu affermi che “né la metrica più libera né quella più costrittiva garantiscono, in sé, la certezza di poter evitare tratti di non necessarietà...” così “L’inquietudine metrica è un sintomo per cui si manifesta nel poeta l’angoscia della realtà, scriveva Giuliani” e ancora, con Adorno “il nuovo è fratello della morte” e ” La negazione e il cambiamento – il nuovo – , si oppongono alla morte in vita che l’esistente offre offrendosi come orizzonte e confine, come illusoria liberazione dalla morte“. Sono parole tue. E infine “Qualsiasi forma non libera deve…fare i conti con la sua libertà possibile …perchè libertà e necessità tornino ad essere centrali nel pensiero poetico”. La poesia italiana contemporanea ha bisogno dunque di tornare a interrogarsi sul proprio rapporto col reale? E ha speranze di cambiamento, confrontandosi magari con scritture poetiche altre, magari marginali? 

Intanto, direi che la poesia ha sempre bisogno di interrogarsi sul proprio rapporto col reale. La poesia dovrebbe sempre interrogarci sul nostro rapporto col reale, e può farlo soltanto interrogando sempre anche se stessa, il suo linguaggio, le sue forme. Dunque, non può che essere sempre nuova, poiché il reale muta costantemente. Che poi non muti “verso il meglio”, ebbene, ciò non attiene al concetto di nuovo inteso come proprio di un certo tempo storico in un certo luogo, bensì, e mettendolo in crisi, al nuovo inteso come “tappa di un progresso”. Invece, e per molti anni e ancora oggi, è stata  accolta come “ovvia” l’equazione “fine del progresso” –  “fine del nuovo”. Quel progresso, il procedere teleologico della storia umana verso la sua perfettibilità, se non perfezione, non è mai esistito: è stato, è ancora nella sua versione dominante – neoliberista, per intenderci -, ideologia. Ma  il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo… Cerco di riannodare i fili: finché ci si interroga sull’ipotetica fine della storia, sull’ipotetica morte della poesia intendendo il nuovo come mera ed “eclatante” innovazione tecnico-formale, su intenzioni più o meno avanguardistiche, non del “rapporto col reale” ci si sta occupando bensì di ciò che esso potrebbe essere se… esercitazioni masturbatorie – irrelate – della teoresi sistematica, sistematizzante, che ha spesso perso la testa perché la realtà gliel’ha, impietosamente, tagliata… “?Adesso occorrerebbe mettere in corsivo la parola reale, che io di solito non uso perché presuppone un irreale. Mi limito a dire che se la poesia è un modo del pensare, del conoscere, dunque del “mettere in relazione”, è anche, nella concretezza delle  poesie, realtà, oggetto che, nel suo esistere, o sussistere, è immediatamente e inevitabilmente in rapporto con altri oggetti: a partire da questa condizione, da questo prerequisito, se ne può forse considerare la capacità di interrogare… Infine, pongo io a te una domanda: che cosa intendi per “scritture poetiche altre, magari marginali”?

Intendo scritture di una cultura definita, con grave pregiudizio eurocentrico, “marginali”, cioè satellitanti ai margini del nostro avvelenato e avvelenante mondo occidentale: scritture di confine, nomadi, decentrate, da riscoprire, con cui confrontarsi…”albe”, in cui la luce “porta con sé una lunga catena di sogni, alcuni plasmati in creature viventi, altri ancora privi di realtà”, ma comunque in cammino, perchè “l’uomo avanza a tentoni, sognando attivamente, sognando se stesso”, come dice la filosofa spagnola Marìa Zambrano…

Sì, il confronto con queste scritture, con queste culture, è fondamentale: per non assolutizzare la nostra condizione, particolare e particolarmente privilegiata, e per non ritenerla un “gradino superiore dell’evoluzione umana”, com’è accaduto e come accade, purtroppo, sempre più spesso, nell’Europa devastata dai seguaci di Haider, Le Pen, Berlusconi-Bossi-Fini, e dalle pessima “sinistre di governo” che ad essi si “oppongono” imitandoli… Tuttavia, ritengo che proprio la consapevolezza della “relatività” e “peculiarità” della nostra cultura e letteratura debba indurci a scavare dentro di essa: ciò che possiamo offrire alle altre culture è la nostra specificità, non “esotismi”, per lo più irriverenti, offensivi, ancora “colonialisti” nella pretesa di poter conoscere attraverso qualche libro e qualche viaggio ciò che richiederebbe una vita intera di “attenzione”, di “ascolto”, di studio…

  e dunque, Giuliano, alla “rimozione della morte” cui ci costringe questo tempo in cui viviamo, alla “finzione di eternità” di questa realtà spettacolarizzata, contrapporre anche in poesia la nostra fragilità come dimora, il senso di una misura, “un’etica dell’obbligo e della responsabilità”, come per Simone Weil, ma riconciliati con la nostra “debolezza”…credi alla forza che cova dentro la debolezza, come in un fuoco?

Per credere, non so credere in nulla, anzi, penso che ogni “credenza” allontani dall’unica felicità possibile, quella terrena, e dunque sommamente imperfetta, e che pure abbiamo l’”obbligo” e la “responsabilità” di cercare, e, sì, con tutta la “debolezza” che abbiamo, rivendicandola – la debolezza, almeno, di non saper vivere secondo la regola – vigente più che mai – che vuole la forza mostrata e dimostrata attraverso l’annientamento di altri. Chi non vuole vincere non perde mai: può essere ferito, può essere ucciso, ma non perde… Ricordo, adesso, un pensiero molto lontano nel tempo, risalente alla fine degli anni ’70, probabilmente non mio ma che mio è diventato (e poi pensieri propri, propriamente, non ne esistono) e che riguardava il diritto di essere deboli senza per questo suscitare forza aggressiva… Ma non stiamo più parlando di poesia, o forse ne stiamo davvero parlando…

 

 

Loredana Magazzeni

[ intervista precedentemente uscita ne “Il Vascello di Carta, diario di bordo sulle scritture nascoste”,
n. 4  novembre 2000 (Bologna) ]