Per una poesia irriconoscibile

Andrea Inglese

C’è qualcosa di così palesemente inattuale nella figura del poeta da renderla nonostante tutto ancora allettante e carismatica. Nessuno sa più bene cosa farsene, ma sembra impossibile rinunciarvi una volta per tutte. Ciò dipende, credo, da una buona ragione. Si percepisce oscuramente che il poeta è un po’ l’antitesi degli eroi del nostro tempo: i manager, gli imprenditori, le star dello sport e dei media di massa, gli scrittori di best seller planetari. D’altra parte la poesia nella sua forma moderna, ossia lirica, nasce con questa precisa connotazione ideologica: nella metropoli ottocentesca, l’attitudine del poeta, almeno da Baudelaire in poi, si costruisce per opposizione a quella dell’uomo d’affari; da un lato l’enunciato lirico che corrisponde alla singolarità di un oggetto o di un’esperienza, dall’altro il denaro come equivalente universale e ratio economica che ne governa l’uso[1].
A questa buona ragione, però, se ne aggiungono alcune cattive, che contribuiscono a mantenere vivo, seppure in modo intermittente e disinvolto, il culto del poeta. Le pagine culturali dei quotidiani ce ne forniscono alcuni esempi quando saltuariamente decidono di evocare le bizzarre vicende biografiche di un poeta defunto, oppure di onorarne la senile saggezza. L’antitesi di cui sopra, con tutto ciò che implica di irrisolto e problematico, diviene nella versione giornalistica una pacifica divisione del lavoro: al poeta il privilegio di predicare e di promettere un supplemento d’anima, a tutti gli altri di dedicarsi impietosamente, per quanto è possibile, alle carriere redditizie e ai lauti consumi. Da qui una convinta retorica della resistenza che piace molto ai poeti del nuovo secolo, giovani e meno giovani. Ecco allora la poesia farsi custode di autenticità, di valori antichi (bellezza formale), di cura artigianale per il linguaggio, di rurale immaginazione, ma anche di civili indignazioni e velleità epiche. Di fronte alle minacce dell’incultura e dello spettacolo a oltranza la poesia sarebbe l’espressione, e dunque la garanzia, di una qualche incontaminata interiorità: sentimenti schietti, immagini profonde, significati ultimi.
Questo vario fronte poetico, che resta in qualche modo dominante in Italia, e soprattutto ben riconoscibile all’interno del mondo letterario, ignora però – o si comporta come se le ignorasse – alcune circostanze storiche: nella società tardocapitalistica in cui viviamo l’autenticità è una merce, e l’intimità un mercato estremamente dinamico e in espansione. L’industria dell’informazione ha compiuto meglio di qualsiasi altra il ciclo che va dalla produzione generalista a quella individualizzata. E soprattutto ha fornito a ogni individuo, come nel sogno delle avanguardie novecentesche, le protesi tecnologiche per una (sedicente) libera creazione di sé. Ogni consumatore degno di questo nome è oggi sorgente e terminazione di un flusso in entrata e in uscita di immagini ed enunciati che gli forniscono l’illusione di essere padrone, se non della propria vita, almeno della fetta più intima di essa – quella comprimibile in uno smartphone o nella propria pagina Facebook. Nessuno vuole qui dire che il doppio flusso non comporti un qualche grado di creatività, di libera e marxiana produzione di se stessi, a patto però di riconoscere a monte una coesistenza inestricabile di stereotipi e invenzioni, di idiozia e intelligenza, di autonomia e alienazione, di regressione ed emancipazione. Solo accettando di esplorare questo intreccio in modo assolutamente spregiudicato mi sembra sia possibile alimentare ancora oggi la componente critica insita nella poesia. Ciò significa che la scrittura poetica si pone non solo in conflitto con l’ideologia dominante e con i suoi modelli di percezione della realtà, ma anche con qualsiasi discorso edificante, fosse pure quello associato a prospettive antagoniste e rivoluzionarie. La scrittura poetica, infatti, si fa carico soprattutto di ciò che mina quella indispensabile articolazione tra discorso e azione, tra dicibile e visibile, su cui si erge ogni ordine sociale, ma anche ogni organizzata forma di contestazione[2]. Da qui il carattere tendenzialmente non narrativo della scrittura poetica, che si specializza nella configurazione di paesaggi più o meno disastrati e discontinui. Gli elementi primi di questi paesaggi sono inevitabilmente «parole vuote» e «oggetti muti», e più generalmente residui inerti di flussi che tendono a fondersi con l’inesauribile e insignificante materialità del mondo. Per questo motivo chi pretende di scrivere in nome o a difesa della nostra umanità si muove nel cerchio rassicurante di ciò che dà senso e corrisponde alle figure conosciute dell’umano, senso e figure ogni giorno smentite non solo dal volto disumano della storia, ma anche dalla distruzione del non-umano a cui la nostra specie è dedita con crescente successo.
Il «partito preso delle cose» significa, allora, privilegiare nella costruzione del paesaggio tutto ciò che non è umano, viaggiando attraverso salti di scala che oscillano tra il micro e il macro, e discontinuità temporali che giustappongono cronologie individuali e collettive, di specie e planetarie. La concentrazione sul dato materiale e oggettivo non implica la riproposizione di qualche caricaturale azzeramento del soggetto. Il soggetto, infatti, è ciò che ogni volta, seppure in modo incompiuto e provvisorio, tenta di comporre il paesaggio di cui fa parte. È una sorta di agente rivelatore che con cura lascia emergere quanto le narrazioni individuali e collettive della società attuale lasciano nell’ombra, sorta di universo residuale, estraneo ai piani ordinari di soddisfacimento o sfruttamento dell’esistente. Ma l’orientamento all’oggetto neppure deve essere salutato come l’occasione per liquidare la specifica materialità del linguaggio in favore di un’ideale trasparenza comunicativa. Si tenga a mente la nettezza concettuale del Tractatus di Wittgenstein: «Il mondo si divide in fatti»; «Noi ci facciamo immagini dei fatti»; «L’immagine è un fatto». Francis Ponge ce lo ha ricordato a sufficienza: il poeta vive tra il mondo delle cose e quello delle parole; mondi diversi, ma entrambi materiali e dotati di un ineliminabile grado di opacità.
Queste riflessioni non hanno come scopo di indicare tendenze o poetiche che dovrebbero garantire in qualche modo della qualità letteraria di chi scrive poesia. La poesia che più ci interessa, oggi, non è (spesso) nemmeno riconosciuta come tale. Invece di resistere si fa invadere o invade, invece di esprimere l’interiorità si fa strumento di ricezione dell’esteriorità del mondo, invece di procedere secondo ordini formali ereditati costruisce di volta in volta forme al limite del disordine, invece di celebrare i grandi significati si espone al non-senso e all’insignificanza. A dirla tutta, molti scrittori in Italia rinuncerebbero volentieri ai dubbi privilegi della figura del poeta per praticare semplicemente, indifferenti alle corsie editoriali e alle tassonomie critiche, una letteratura generale.

Note

[1] “Ma economia monetaria e dominio dell’intelletto si corrispondono profondamente. (…) L’uomo puramente intellettuale è indifferente a tutto ciò che è propriamente individuale, perché da questo conseguono relazioni e reazioni che non si posso esaurire con l’intelletto logico – esattamente come nel principio del denaro l’individualità dei fenomeni non entra.” Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito [1903], Armando, Roma, 1995, p. 38.

[2] È forse Jacques Rancière, nel suo Politique de la littérature (2007), ad aver meglio di altri indagato le ragioni che distinguono la scrittura letteraria dall’oratoria rivoluzionaria.

Andrea Inglese

[in «alfabeta2», n. 32, settembre-ottobre 2013, p. 23 e
http://www.nazioneindiana.com/2013/09/23/per-una-poesia-irriconoscibile/]

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