Marco Giovenale

 

È noto: Retro (1990/91) è una pagina sonora in cui Corrado Costa per minuti e minuti ripete quasi solo la parola «retro», appunto, e dà di tanto in tanto altre (esilaranti e pensose) indicazioni. Afferma – fra innumerevoli iterazioni di «retro, retro, retro, questo è il retro, state ascoltando il retro», che si tratta precisamente del retro del nastro, e che gli ascoltatori, i lettori, sono dei «testoni» che non hanno capito, che cocciutamente non intendono, non vogliono intendere, di star perdendo tempo con il lato B della cassetta, quello sbagliato, il lato dove non c’è niente, «il retro del discorso» e «della poesia», e che dovrebbero semmai girare il nastro, andare a cercare sul “davanti” del discorso e della poesia, se mai avessero intenzione di capire qualcosa, orientarsi. Per oltre sette minuti Costa insiste a rammentarci che ci troviamo sul retro e abbiamo dunque sbagliato tutto.

L’intera opera di Costa – in particolare dopo Pseudobaudelaire – è precisamente il nastro voltato – e apparentemente sbagliato – della scrittura. Il lato nuovo, in effetti, in verità: la strada che ad esempio la scrittura di ricerca francese stava già imboccando. È il nastro/testo dell’altro lato: quello in cui ricorrenze e tessiture non sono “più” così importanti; il luogo in cui l’autore ha perso ogni ruolo di cocchiere millimetrico del suono, di retore onnisciente/legiferante, soggetto-guida, pre-ordinatore delle relazioni fra lettore e pagina, fra sguardo e immagine:

Si potrebbe dire che l’immagine occupa esattamente lo spazio che il poeta si è destinato, e il poeta, come soggetto del discorso, non si è destinato nessuno spazio nel testo poetico, anche se il testo poetico si ritma del suo respiro. A questo limite, oltre il quale arriviamo al soggetto, finisce tutta la storia del sogno del fantastico del surreale. Il limite è fra l’inconoscibilità del soggetto e tutto il mondo nella sua realtà. / Qui l’immagine non ha per sé nessun territorio, è un segno che non si sa dove scrivere, tutto il territorio è il territorio della realtà.

C. Costa, Il territorio alle spalle (in «Tam Tam», 3, 1973), § 4,
ora in Id., The Complete Films, a cura di Eugenio Gazzola,
Le Lettere, Firenze 2007, p. 86

L’invenzione Retro è poi molto altro.

È un regesto di mancanze, di latenze, non un tessuto, una “poesia”; non ci sono città laghi luoghi personaggi esperienze affermazioni; non è opera assertiva (pur asseverando maniacalmente sempre la stessa cosa), non ci vende frottole narrative, né la storia del parlante, l’io autoriale o un’epica propria o collettiva; è appena freccia che itera l’allarme dell’errore; ancora: è un testo di ombra, cioè di mancanza di parola, ma ombra non seriosa, anzi giocosissima; è niente affatto ermetico (lo capirebbe un bambino: si tratta quasi di un gioco, ma senza l’impalpabilità dell’oggetto goduto e sùbito lasciato come bon mot; anzi: … lo si vuole riascoltare). Retro lascia liberi di cedere sia alla voglia di analizzarlo come se fosse un testo, sia al divertimento che genera; non si impone neppure come definizione di anti-poesia (“io sono il retro del discorso e della poesia, sono l’opposto, il contrario, l’altro lato”); eppure è anche questo, può essere anche questo, metapoeticamente, certo.

Infine non vanta, del testo strutturato, modernista (anche d’avanguardia), il vincolo di necessità dei mattoni che lo costituiscono, delle frasi, delle sillabe o tempi. Dai suoi circa sette minuti potrebbero infatti esser tagliati via o ricombinati segmenti interi, e il complesso del tessuto rimanente terrebbe.

Distendendosi nell’iterazione e nelle varianti, nei puntini di sospensione che il lettore anzi l’ascoltatore è libero di mettere dove vuole, costruisce un ambiente, un’architettura (senza simmetrie o con troppe simmetrie: siamo liberi di scegliere). È voce, non pura pagina. Una specie di casa di echi, mutevoli e identici. Retro è allo stesso tempo performance, perché recitazione; e installazione, perché ossessiva e passibile di esser lasciata andare in loop per un’intera giornata, mentre facciamo altro, mentre le prestiamo ascolto (volendo) solo distrattamente, ogni tanto. È area, più che tessitura. Ma è anche una trama (di ritorni, scarti).

Se, in consonanza, un esempio francese si può fare, descrittivo e oggettuale e antiassertivo-assertivissimo, pongiano, è quello – non troppo distante nel tempo – della scrittura di Christophe Tarkos.

Si può ascoltare in rete, per esempio, Le petit bidon (1996): http://www.youtube.com/watch?v=TrqpNYSDmN4, testo (come di norma moltissimi in Tarkos) fondato su iterazione e variazione. (Ma, qui, senza alcuna – almeno esplicita – metatestualità; senza nessuna via al simbolo, all’allegoria, al connotativo). Tarkos semplicemente descrive quello che vede. Non ci dice ciò che dovremmo vedere. Simile anche in questo a Costa, non ha firmato in nostra vece un accordo retorico in base al quale venga deciso come noi stessi interpreteremmo i dati di realtà (di cui ci parla): parla, Tarkos, di un oggetto e nient’altro, non proietta sulla distanza che ci separa da lui le regole secondo le quali dovremmo, noi che leggiamo, funzionare.

Osserviamo il primo dei Sette anacronismi – scelti dal più ampio Anachronisme, P.O.L., Parigi 2001 – tradotti da Michele Zaffarano nella collana ChapBook di Arcipelago (http://gammm.org/index.php/chap/):

Attraverso il ponte, il ponte attraversa la Senna, attraverso la Senna, cammino lungo il ponte non mi fermo, guardo la Senna camminando, l’acqua, sono su un ponte, cammino sopra l’acqua, il ponte passa sopra l’acqua, il ponte è lungo, cammino a lungo, sto contro la balaustra del ponte, il ponte passa sopra la Senna, guardo la Senna, l’acqua, l’acqua grigia, non sono da solo, la Senna non è da sola, sono su un ponte, cammino guardando il fiume, l’acqua del fiume, l’acqua grigia del fiume, costeggio il ponte, il ponte è lungo da una sponda all’altra della Senna, cammino cocciutamente, il ponte lascia scorrere la Senna, non guardo i flutti, ho sotto gli occhi l’acqua grigia e larga che passa, io passo, costeggio, proseguo la mia strada, proseguo il ponte, attraverso il ponte, buttando ogni tanto un’occhiata sull’acqua grigia della Senna, il ponte largo attraversa tutta la larghezza della Senna, non farò altro che camminare.

 

Brani come quelli di Costa (così come potremmo prenderne dal Porta di Partita, o dal Balestrini di Tristano, da testi di Mariangela Guatteri o Andrea Inglese) vengono additati dal cipiglio di chi non ama la scrittura di ricerca come testi… complessi, addirittura malati di “strutturalismo”, nostalgici di Laborintus, indecifrabili: oscuri. Ci si può legittimamente domandare cosa ci sia di indecifrabile in Retro di Costa, o in Tarkos, o nel brano di Ida Börjel Una storia senza chiasso, dalla serie Europeiska Midjemått, tradotto dall’inglese da Gherardo Bortolotti (cfr. http://gammm.org/index.php/2009/04/16/da-europeiska-midjematt-ida-borjel-2001-ii/), che qui riporto:

I confini lussemburghesi sono facili da sorvegliare. Noi viviamo dentro e al di là di essi. I lussemburghesi sono persone pulite e precise. I lussemburghesi hanno vestiti stirati fatti con cuciture che non verranno via. I lussemburghesi sono persone senza brutte facce o nomi o numeri. Gli austriaci non sono abbastanza smacchiati per cancellare via i loro tratti e le loro caratteristiche. Gli austriaci si imbrattano nella foresta con il sangue della carne di cinghiale. I lussemburghesi sono persone benestanti ed educate senza chiassi che li coinvolgano. Tutte le nazioni insieme continuano a far chiasso fuori dai confini lussemburghesi. Tutte le case lussemburghesi sono superfici pulite e passate con l’aspirapolvere su cui stare in piedi. I greci camminano a piedi nudi sul pavimento della cucina sul pavimento del bagno e fuori in sala. Gli uomini lussemburghesi non camminano mai in nessun fango e mai e poi mai mostrano dello sporco sotto le unghie. I bambini lussemburghesi sono puliti bianchi silenziosi. E poi abbiamo vinto il Gran Premio Eurovisione della canzone. Io sono il lussemburghese senza nome senza faccia senza numero. Siedo al tavolo della cucina dopo il lavoro con un bicchiere di vino in mano. Il cielo senza espressione: muto. Dall’altra parte della strada nella casa di fronte un uomo è seduto. Ha probabilmente la mia età ed ha un aspetto molto simile al mio. Evitiamo di guardarci l’un l’altro. La prima cosa che controllo quando mi siedo dopo il lavoro è se sta seduto di fronte a me o no e so che fa la stessa cosa. Le macchine passano. A volte mi alzo subito e me ne vado, più spesso sto seduto un quarto d’ora. Il cielo immobile, rigido. Del tutto muto. Come un coperchio sopra i pensieri. Capiterà alle volte che staremo seduti per ore, tutti e due.

Incomprensibile è solo l’ostinazione di una certa critica a non osservare, a non voler vedere, fra tutte le pagine allineate fin qui, una grafia comune, un’aria di famiglia che disegna e denuncia qualcosa di (felicemente) cambiato nel clima testuale del secondo Novecento (e di ora), qualcosa che Jean-Marie Gleize proporrebbe forse di chiamare postpoésie, e che andrebbe a segnare una sorta di “cambio di paradigma”, come più volte detto, in cui ritrovare numerose – e differenti – scritture anche recentissime. Perfino italiane. Anche e precisamente a partire dal nastro voltato tempo fa dal genio di Costa.

Marco Giovenale

[ già in «il verri», n. 52, giugno 2013, pp. 178-182 ]

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