Mese: dicembre 2013

Lentissimo. Sulla "Distrazione" di Andrea Inglese

Italo Testa 

Agitate visioni dal basso. Percorrere La distrazione (Luca Sossella, Roma, 2008), il libro che raccoglie e riorganizza una parte consistente della produzione poetica di Andrea Inglese, è come perlustrare un vasto campo percettivo, che si definisce e struttura nettamente di testo in testo. In questa fenomenologia della visione vi sono scorci, tratti, margini, contorni, ed ossessive coltri percettive che entrano ed escono, appaiono e scompaiono dal campo. E vi è una prospettiva prevalente, precisa: uno sguardo dal basso in alto. Qualcosa di evidentissimo, che sta già sul bordo del libro. Una prospettiva dichiarata, figurata nell’immagine di copertina di Jean Dubuffet: un grattacielo visto dal basso in alto, non necessariamente dal suolo, ma forse da qualche punto sospeso a mezz’aria, in bilico su un punto d’appoggio provvisorio, oppure in caduta. Agitate visioni dal basso organizzano esplicitamente il campo percettivo de La distrazione: “Come ogni buon organismo / hai organizzato. Tra la pioggia / e il bel tempo. Nelle agitate / visioni dal basso, di rimbalzo / nei vani o nei tempi morti”. Non manca la visione capovolta dal fondo, da terra, dal suolo. E’ il mondo ribaltato dei due “negri” che fanno break dance a Les Halles, e “[…] ballano / in un mondo a rovescio / e capovolgono anche me che passo”. Ma la prospettiva del “me” che passa e che non può non raccontare quanto gli accade, organizzando gli elementi discontinui che si presentano nel suo campo visivo, è colta sempre un attimo prima di toccare terra. In caduta libera. “Fin qui tutto bene”, dice mentalmente a se stesso lo sguardo che, in apertura de La Haine di Mathieu Kassowitz, sta precipitando da un palazzo, in caduta libera, e vede via via scorrere in alto i piani. Nella poesia di Andrea Inglese questo precipitare nel vuoto è “un salto che comincia ad ogni istante”, e riguarda sé e gli altri, l’interno e l’esterno, il passato ed il presente. E’ la prospettiva di uno che cade: “Sei nella colonna vuota, in caduta. / Passi i piani della memoria / finché ricorderai non ciò che vedevi / con imprecisi contorni e richiami”. Qui appaiono anche gli altri. Inquadrati non dall’alto, da un punto saldo e panoramico, sottratto al tempo nella sua immobilità. Ma piuttosto ai bordi, ai lati di un campo percettivo che si sposta e trascorre, essi stessi coinvolti in questo precipitare: “Guardali come ostinati scendono / e cedono ad ogni passo e dimenticano / a lato, indietro, poche cose, tutte”. Continua a leggere “Lentissimo. Sulla "Distrazione" di Andrea Inglese”

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Alcuni appunti introduttivi alla serata di presentazione milanese – con interventi critici di Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena – de "i camminatori" di Italo Testa (18 dicembre 2013)

di Alessandro Broggi

Buona sera a tutti, ho il piacere di introdurre questa sera alla presentazione de “i camminatori”, raccolta di poesia vincitrice del Premio Ciampi Valigie Rosse 2013. Il libro è corredato da alcune fotografie in bianco e nero di Riccardo Bargellini e da una nota di Paolo Maccari, coordinatore del premio letterario nonché a sua volta poeta. Dal volume è stato anche tratto un video (visibile sui siti web Doppio zero e Le parole e le cose), che accosta la lettura dei testi da parte dell’autore ad alcuni scatti dell’artista Margherita Labbe.

Da un punto di vista generale, rispetto ai lavori precedenti di Testa questo libro mi pare un passo ulteriore in direzione, per così dire, della de-liricizzazione del testo, ma al contempo anche del rafforzamento della dimensione poematica, macrotestuale, qui stringente.

“i camminatori”, mi sembra, sorprende immediatamente per la sua trasparenza progettuale, presentando – per così dire – un perfetto rispecchiamento tra la ricorsività ritmica di una metrica molto originale, costruita (di cui meglio di me potranno dire i critici che mi succederanno questa sera), e – proprio letteralmente – il ritmo del passo, implacabilmente sfuggente e quasi meccanico dei comminatori.

Da cui discenderebbe la difficoltà di rapportarsi con loro da parte dell’io poetico, che nonostante ciò – o forse proprio per questo – tenta ripetutamente un approccio, e continua ossessivamente a monitorarli (ciascuna poesia non è che il regesto di un successivo avvistamento, e/o di un mancato contatto).

Direi anzi che, più che la rappresentazione dei camminatori, tutto il libro non è in fondo altro che il resoconto di una modalità dello sguardo, più inquieta e ossessiva del loro stesso camminare; che il tema del libro è lo sguardo del poeta che osserva, immagina e quindi “individua” i camminatori come tali, che li produce quasi – in forma pseudo-paranoica – con tutto il loro spietato, fantasmatico carattere di monocorde mistero.

Lo sguardo del poeta creerebbe insomma dei propri feticci, sfuggenti e inafferrabili, con cui autocondannare allo smacco il proprio essere soggetto lirico, che, infatti – proprio ontologicamente –, non può “afferrarli” (gli è al massimo consentito di riprodurne metricamente le movenze, come in una danza modulare richiusa su se stessa), e proprio in forza di ciò è ossessionato, e indubbiamente attratto, dal loro tremendo modello di allegorica alterità, e insieme di inumana, astratta perfezione alienata.

Questo punto mi sembra segnare una rottura rispetto ai libri precedenti di Italo Testa, in cui erano ancora molto presenti, se pur spesso in modo problematico, gli elementi della corporeità/fisicità e della relazione.

Ancora rispetto ai lavori precedenti del poeta, da un punto di vista dell’ambientazione, il paesaggio, lo spazio urbano, per lo più interstiziale, quasi tipizzato e presente solo in funzione degli attanti (i camminatori e lo sguardo che li dice/produce), è psicogeograficamente prevalente. Questo carattere dominante di astrattezza metropolitana incide anche su un piano metaforico: la simbologia complessiva, evidente anche in altri lavori di Italo e spesso legata ad elementi naturali – penso alla pianta dell’ailanto di un altro suo celebre testo – se pur qui fondativa (e onnipresente), nella figura dei camminatori finisce per risultare sospesa, fertilmente aperta.

Da ultimo, dal punto di vista degli strumenti, dispositivo metrico a parte, mi è sembrato di notare –  e apprezzare – una somiglianza con alcuni dispositivi del primo Porta, quanto a incardinamento del testo su un’insistita predicazione verbale; per la poematicità, e per stilemi legati a una certa opacità referenziale, non mi sembra invece troppo fuori luogo portare l’esempio di certo ultimo Caproni.

Ma, meglio di quanto possa fare io, di queste cose e della loro lettura della raccolta parleranno con l’autore i nostri ospiti di questa serata: Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena.

Brevi appunti sulla fine: su "Tersa morte" di Mario Benedetti (Mondadori, 2013)

 

Gianluca D’Andrea

je dis à la mort lâche

 hélas! Elle est en nous

non le dehors.

S. Mallarmé

Aria asciutta, prosciugata da un linguaggio scabro, superfici essenziali e grezze: questa l’atmosfera, questo l’ambiente in cui si struttura la vicenda dell’ultimo libro di Mario Benedetti. La riflessione pare accendersi sulla condizione dell’essere postumo che è l’uomo contemporaneo, superstite di un passato scomparso e impossibilitato, nonostante la presenza nel ricordo, a intraprendere nuove prospettive, lo dice bene una delle ultime composizioni della raccolta:

Duomo-Pasteur

Sono questo, questa mortalità

che mi assedia, che si concentra

negli occhi, nelle mani. Intorno

sono mute le cose, le facce

che si muovono senza motivo,

e sento dissolvermi tra questo.

(p. 84)

Il tema dell’afasia adombra l’intera operazione donandole un tono cupo e la condizione di superstite del soggetto (del sosia, l’alterità fagocitata a forza), cui accennavamo, fa slittare e scivolare la parola nel gioco superfluo della superstizione dell’impossibile a dirsi, quasi una nostalgia che rifiuta il senso del tragico, un’elegia da “dopo il diluvio”: «Quante parole non ci sono più», «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole» (Quante parole non ci sono più, p. 15, v. 1 e v. 5). Così, anche se il timbro non appare quasi mai lamentoso, l’elegia si affaccia e proprio dove la solita riflessione sul nichilismo, tenta di arginare lo slancio metafisico delle parole in direzione del nulla, della non pronuncia. Ecco allora che, nonostante la sfiducia, ambiguamente le parole continuano a salvare, come fossero agenti metafisici che si sollevano da un sostrato terreo, quotidiano (i campi friulani, la pianura, i paesaggi urbani, Milano?). Anche il riferimento epigrafico da Vallejo ci indirizza verso questa lettura, in cui le tematiche del dolore, della morte e familiari introducono lo scontro tra la forza quasi trascendentale del dire e l’impossibilità di conoscere con assolutezza le vicende del reale, laddove il linguaggio tendendo continuamente a tale conoscenza non fa altro che ribadire la sua sconfitta («Hay golpes en la vida, tan fuertes…¡ Yo no sé!, C. Vallejo, Los heraldos negros, v. 1, 1919)». Continua a leggere “Brevi appunti sulla fine: su "Tersa morte" di Mario Benedetti (Mondadori, 2013)”