Italo Testa 

Agitate visioni dal basso. Percorrere La distrazione (Luca Sossella, Roma, 2008), il libro che raccoglie e riorganizza una parte consistente della produzione poetica di Andrea Inglese, è come perlustrare un vasto campo percettivo, che si definisce e struttura nettamente di testo in testo. In questa fenomenologia della visione vi sono scorci, tratti, margini, contorni, ed ossessive coltri percettive che entrano ed escono, appaiono e scompaiono dal campo. E vi è una prospettiva prevalente, precisa: uno sguardo dal basso in alto. Qualcosa di evidentissimo, che sta già sul bordo del libro. Una prospettiva dichiarata, figurata nell’immagine di copertina di Jean Dubuffet: un grattacielo visto dal basso in alto, non necessariamente dal suolo, ma forse da qualche punto sospeso a mezz’aria, in bilico su un punto d’appoggio provvisorio, oppure in caduta. Agitate visioni dal basso organizzano esplicitamente il campo percettivo de La distrazione: “Come ogni buon organismo / hai organizzato. Tra la pioggia / e il bel tempo. Nelle agitate / visioni dal basso, di rimbalzo / nei vani o nei tempi morti”. Non manca la visione capovolta dal fondo, da terra, dal suolo. E’ il mondo ribaltato dei due “negri” che fanno break dance a Les Halles, e “[…] ballano / in un mondo a rovescio / e capovolgono anche me che passo”. Ma la prospettiva del “me” che passa e che non può non raccontare quanto gli accade, organizzando gli elementi discontinui che si presentano nel suo campo visivo, è colta sempre un attimo prima di toccare terra. In caduta libera. “Fin qui tutto bene”, dice mentalmente a se stesso lo sguardo che, in apertura de La Haine di Mathieu Kassowitz, sta precipitando da un palazzo, in caduta libera, e vede via via scorrere in alto i piani. Nella poesia di Andrea Inglese questo precipitare nel vuoto è “un salto che comincia ad ogni istante”, e riguarda sé e gli altri, l’interno e l’esterno, il passato ed il presente. E’ la prospettiva di uno che cade: “Sei nella colonna vuota, in caduta. / Passi i piani della memoria / finché ricorderai non ciò che vedevi / con imprecisi contorni e richiami”. Qui appaiono anche gli altri. Inquadrati non dall’alto, da un punto saldo e panoramico, sottratto al tempo nella sua immobilità. Ma piuttosto ai bordi, ai lati di un campo percettivo che si sposta e trascorre, essi stessi coinvolti in questo precipitare: “Guardali come ostinati scendono / e cedono ad ogni passo e dimenticano / a lato, indietro, poche cose, tutte”.

Ralenty. Eppure la poesia di Andrea Inglese non è affatto veloce. Inglese non è rock, ma lento, lentissimo. Rallentato. Certo, la corsa verso lo schianto, lo scorrimento, la spoliazione del tempo, di questa nostra mortalità, sono velocissimi, ma solo se visti dall’esterno, uscendo dalla propria pelle. Ma ora, qui, da dove siamo, dove precipitiamo, c’è qualcosa di lentissimo, che pare interminabile. E’ una funzione moviola, un effetto di ritardo strettamente legato allo sguardo dal basso in alto che configura il campo della La distrazione. La poesia come questa costrizione, questa mancanza di alternative, questo non poter non raccontare la propria storia, è “un imprimere una esasperante lentezza / a questa cosa mai accaduta, mai appianata”. Imprimere una esasperante lentezza, un ralenty (“rallentano le menti”) che permetta di dar forma ad un’esperienza – per quanto discontinua, frammentata, in caduta – che possa esser detta mia. Il rallentamento è parte della necessaria finzione, della maledizione autobiografica, di quell’operazione che consiste “nell’inventare che ci sia centro”, nel diminuire il ritmo in modo da poter organizzare in qualche modo, per quanto precario ed illusorio, la caduta. Ed è parte di una strategia di accerchiamenti, di sforzi di delimitare la prospettiva, di cerchiare “un campo di forze”, di definire “il perimetro” di un “camminante disastro”: un cerchio dell’esperienza. Così la corsa verso lo schianto, verso la x, è continuamente rallentata e ripercorsa, come se dalla x si potesse ritornare all’immagine di un centro: come se questa operazione fosse insieme ingannevole e ineludibile.

Beati. Spesso gli autori mentono quando dichiarano programmaticamente un’idea di poesia, oppure non sono in chiaro con se stessi e si autoingannano. Nella Distrazione però il rallentamento programmatico, la riduzione della frequenza del battito, l’indubbamento, trova riscontro in una lentezza avvertita, percepita, esperita. Non che non vi siano palesi ed esibite irritazioni, impazienze, scompensi, gusto del mutamento e della dissonanza. E tuttavia in questi attraversamenti del tempo c’è una percezione di “lentezza” – quasi bertolucciana – che continuamente, ossessivamente torna, in tantissimi versi: nelle giornate “uguali, lunghissime”; nelle montagne che muoiono con “agonia lentissima”; in ciò che amiamo e che ci “devasta, ma con lentezza”; nella “lunga, sonnolenta quiete” della mente chiodata. Ma è pur sempre la lentezza di uno che scende. Una lentezza che riguarda il riavvolgimento della storia biografica, nel suo ritornare su se stessa verso “un passato lento”, con i suoi faticosi attraversamenti, con la sua partitura in capitoli “[…]faticosi / e lentissimi, uno per uno, / cancellati, cancellati ora / ad un’altissima velocità”. E’ in questo chiasma, tra l’altissima velocità della caduta all’esterno, e l’aspetto faticoso e lentissimo, illusorio ma esperito, dell’organizzazione interna, che si definisce la lunga distrazione di Inglese: “Ma nella lunga distrazione, scendendo, / pensavamo al colore sbiadito, / della giacca, / ad una cosa da comprare / il cui nome smarriva”. Torniamo a Kassowitz. Sulle labbra di quello che cade nella Distrazione non sentiremo, se non con feroce ironia, “il fin qui tutto bene” de La Haine, e nemmeno l’ottimismo quieto di Candide. Eppure, seguendo da presso questa poesia, coglieremo in essa un fondo, un’attitudine contemplativa neanche troppo nascosta, una centratura ottica che è il punto da cui, nonostante tutto, si guarda al mondo: “Quel che rimane, in lenta / impaziente attesa, è margine / poco progetto, sono / gli occhi che si imbevono beati, / di un paesaggio che l’abitudine / finemente insabbia, cancella”.

Italo Testa

(già apparso su “il ponte”,   LXIX,  7,  2013, e sul catalogo Da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, 2009-2011 )