Lavorare con lentezza ovvero opinioni di un disadattato

Giorgio Mascitelli

La letteratura, come l’ho appresa io negli anni ottanta, quelli del liceo e dell’università, era un’attività regolata da una serie di istituzioni e convenzioni, definite di solito società letteraria (critica accademica e militante, le collane editoriali, le riviste, la figura dell’autore, i concetti di tradizione e avanguardia ecc.), che in realtà erano già  entrate in crisi allora, anche se io non me accorgevo perché ero troppo entusiasta della mia scoperta di quel mondo. Tale società, che si presentava ai miei occhi come un fatto naturale,  si era formata completamente solo nel corso del Novecento e i suoi primi elementi costitutivi risalivano tutt’al più al Settecento.

  Insomma si trattava di un prodotto storico: quello che, per esempio, noi intendiamo con il concetto di autore è qualcosa di diverso da come veniva inteso fino al Settecento.  Eppure proprio in virtù di questa storicizzazione  è possibile affermare in maniera più consapevole che la società letteraria novecentesca ha consentito la creazione di un ambiente abbastanza favorevole all’autonomia dello scrittore e alla sperimentazione di nuovi linguaggi.

  Questa società entra in crisi non perché improvvisamente gli editori pensano solo a fare i soldi e a pubblicare libri commercialmente e non artisticamente validi (questo lo hanno sempre fatto), ma perché, come spiega Bourdieu, il campo letterario moderno, su cui si è edificata la società letteraria, nasce a cominciare dall’Ottocento su un’opposizione tra una polarità antieconomica dei beni simbolici e una economica, capitalistica, che considera i libri una merce come tutte le altre. Ora il primo di questi due poli indebolisce progressivamente la sua forza attrattiva e il campo letterario entra in crisi. Non è  esatto dire che la crisi sia originata da fattori storici, nel senso che ovviamente il trionfo del capitalismo, il neoliberismo, la cultura di massa hanno un’influenza, ma non esiste un rapporto di corrispondenza meccanica. Ciò che invece ha fatto entrare in crisi la società letteraria è un cambio di estetica dominante: in passato, diciamo fino al sorgere del postmodernismo, predomina un’estetica dell’originalità di origine romantica che cede progressivamente il passo a un’estetica del profitto, che ha origine nella cultura di massa.

 Che cosa intendo per estetica del profitto? Semplicemente il fatto che  il valore di un’opera d’arte sia determinato o misurato dal suo successo commerciale. Che cosa intendo per estetica dominante? Un’idea dell’arte o della letteratura che circola nella società, nelle idee di tutti,  indipendentemente dal fatto che sia enunciata in formulazioni teoriche più articolate. In altri termini quando nel passato predominava l’estetica dell’originalità, anche il più avido editore doveva confrontarsi con questa idea, magari finendo con il pubblicare qualche libro ‘artistico’ per ragioni di prestigio. Viceversa in questa epoca anche il più elitario e disinteressato dei mecenati si dovrà confrontare con il tema del successo commerciale.

  Spero che nessuno si arrabbi perché uso l’espressione estetica del profitto e che non mi scambi per il perfido direttore megagalattico che costringe il povero Fantozzi ad assistere alla proiezione della  Corazzata Potemkin anziché alla partita della nazionale, la uso solo perché è la più efficace per indicare questo fenomeno. L’idea che un libro sia interessante perché è in classifica da quarantatré settimane o perché ha venduto cinquecentomila copie, amplificata in mille modi dal sistema mediatico, fa breccia e forgia la mentalità collettiva, magari nella convinzione che queste opere rappresentino lo spirito dei tempi, emarginando l’idea concorrente che un libro sia degno di essere letto perché a vario titolo originale.

  Come scrivevo sopra, spiegare questo fenomeno ricorrendo a concetti come logica del capitalismo o società dello spettacolo non è sbagliato, ma generico: mi pare che  all’interno di questa cornice ci siano tre fattori culturali specifici che abbiano un peso determinante. In primo luogo va citata la progressiva marginalità dell’idea di umanesimo, che fa venire meno anche l’idea di tradizione letteraria come storia viva che influisce e dialoga con la produzione contemporanea. In secondo luogo l’estetizzazione diffusa della società corrode progressivamente sia l’autonomia dell’arte e della scrittura sia quella che potremmo chiamare, con un’espressione un po’ grossolana ma qui chiara, l’autenticità della vita d’artista a sua volta connessa con l’estetica dell’originalità.  Infine vanno considerati anche  gli effetti sulla letteratura di quel processo che Giorgio Agamben ha chiamato a suo tempo la distruzione dell’esperienza ossia il fatto che “la giornata dell’uomo contemporaneo non contiene quasi più nulla che sia traducibile in esperienza”;  questo fenomeno si riflette sulla parola letteraria, visto che la percezione dell’esperienza storicamente ha assunto una forma perlopiù narrativa.

    E’ chiaro che questo stato di cose contiene un invito implicito ma perentorio a tutti gli scrittori e a tutti i lettori ad adattarvisi. Ogni spinta all’adattamento, però, produce sempre i suoi disadattati: vi sono sempre coloro che non possono capire come stanno le cose, coloro che non vogliono capire, coloro che capiscono, ma non sanno cambiare e insomma tutti coloro che sono in ritardo nella loro stessa vita, per così dire (tra i quali naturalmente mi colloco anch’io). Questi non sono a priori né migliori né peggiori degli altri, sono semplicemente coloro che occupano le posizioni marginali nel nuovo sistema che si sta creando.  Proprio per questa ragione uno degli errori che questo genere di disadattati non può permettersi di commettere è parlare dello stato di cose presenti come se quel campo letterario di cui ho scritto sopra esistesse ancora. Quando nel proprio discorso ci si riferisce a determinati principi o valori, è necessario sapere se questi sono socialmente condivisi o sono minoritari. Non si tratta di una sorta di galateo della comunicazione, ma della consapevolezza della posizione in cui si prende la parola, dalla quale dipende molta dell’efficacia del discorso.

  In questa prospettiva può essere interessante che piccole comunità di lettori e autori pongano la questione della durata dei testi: attualmente il mercato propone libri destinati a durare  pochi mesi (basti pensare all’organizzazione delle librerie) accompagnati da grande clamore mediatico per questo breve tempo. Insomma si tratterebbe, per parafrasare un celebre slogan, di contrapporre al quarto d’ora di celebrità garantito a molti testi qualche lustro di attenzione semiclandestina a pochi libri. Oggi non c’è alcuna certezza che le vie che si intraprendono portino a uno sbocco. Proprio per questo lavorare con lentezza, perché in definitiva è questo che propongo, non  è solo un’antica pratica di ogni marginale e di ogni subordinato che deve centellinare spazi ed energie, ma è forse l’unica forma di saggezza che i tempi ci permettono.

Giorgio Mascitelli

[ testo pubblicato originariamente in http://www.nazioneindiana.com/2013/11/24/lavorare-con-lentezza-ovvero-opinioni-di-un-disadattato/, 24 nov. 2013 ]

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