Il gesto di chi fa poesia: Stefano Raimondi

Livio Rabboni

Prima di entrare nel concreto dei testi proposti in Restare fedeli,(Transeuropa, 2013), mi sembra opportuno  condividere alcune considerazioni sul fare poesia, su quella cosa delicata che è la poesia che mi sembrano emergere in modo decisivo nelle liriche si Stefano Raimondi.

Il gesto di chi fa poesia, l’atto linguistico – è Wittgenstein, del resto, a ricordarci che i pensieri sono azioni -che talvolta precede o supera la scrittura  e    si definisce con il nome di poesia, è un gesto liminare: il gesto, ulteriore  e sovrastante le definizioni,  di chi si ferma sulla soglia, di chi preferisce, di fronte alle  questioni eterne della verità e del senso, generare aperture più che stabilire confini. In questo la poesia si distingue dagli altri linguaggi che desiderano esaurire in una parola conclusiva e definitiva l’esperienza del vero. Per questo la poesia abita la dimensione del dialogo, dell’ascolto e sa riconoscersi prossima alle altre voci  come alle dimensioni significanti del silenzio e dell’assenza

Seguendo la suggestione di queste considerazioni mi piace  ricordare  un testo di Montale che costituisce una valida traccia interpretativa per seguire le complesse direzioni che Stefano Raimondi ha disegnato in Restare fedeli.

Il testo in questione è Piove, una composizione fra le più scabre e perentorie  dell’ultimo Montale, in cui la parola poetica  si annuncia senza possibilità di replica: Piove ma dove appari/non è acqua né atmosfera, /piove perché se non sei/è solo la mancanza/e può affogare.

Il tema della mancanza è un tema decisivo all’inizio di Restare fedeli, un tema deciso nella  mancanza di palinsesti arborescenti e sani, la mancanza che abita ormai un cielo vuoto di uccelli quando il mondo è sotto le ombre, rasoterra nelle cantine e nei rifugi. Un mondo che abita la notte nera dell’abbandono.

I testi di Stefano non fanno sconti, registrano onestamente la violenza che scuote la realtà di tutte le relazioni: dagli amori tolti  alle guerre. Ma non è una registrazione  impietosa, è una parola premonitrice che intravede, oltre i calendari perpetui di carne scoppiata, i sassi e le pallottole, i desideri che baciano le stelle.

L’opera poetica di Stefano, in Restare fedeli, si snoda, nell’intreccio e nel coincidere di perdite personali e di devastazioni globali in sezioni – Genova New York e Blog out – che attraversano le macerie di certe date, le opere della guerra e dell’abbandono per arrivare , nell’ultima parte,  fino alla fine del nulla quando tutto verrà riconosciuto per amore o o per il respiro sporto per non morire.

Mi sembra di poter dire, sul filo di queste parole,  che la poesia di Stefano sappia accogliere, con  rigore semantico e con voce equilibrata, l’ambiguità del tragico che – a volte se non sempre – accerchia le nostre vite: lo dice benissimo la composizione lettera da un fronte nel ricordare che i polmoni sono due come i perdoni dei ricordi , come la lama e il collo di Isacco, come la tenda e il riso di Sarah, come le mani e le ghiande di chi ritorna al Padre.

Si tratta di immagini forti – il richiamo alla lingua desertica della Bibbia non è casuale – che non danno tregua al lettore, di parole originarie che costellano l’intera raccolta. Voglio lasciarle saturare perché sono un dono: le ombre diritte sui muri a mezzogiorno, i giudizi da cui non si ritorna mai bendati illesile reliquie, i tatuaggi, le acque del battesimo e i segni umorali del corpo. Un dono che resta fedele alla sua duplice vocazione di protesta e di compassione e che ci aiuta a capire che,  come autori o lettori, dentro l’esperienza della poesia non siamo mai soli.

Livio Rabboni

 

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