Mese: marzo 2014

Brevi appunti sulla fine III – L’età dell’ansia: "Il sangue amaro" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2014)

Gianluca D’Andrea 

In questo terzo libro di transizione, dopo Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, Torino 1999) e, soprattutto, Disturbi del sistema binario (Einaudi, Torino 2006), riusciamo a scorgere minimi tentativi di apertura al mondo, timidi però, perché è la crisi del soggetto a farsi più profonda. La martellante auto-riflessività (funambolica, se si pensa ai virtuosismi tecnici sempre evidenti nei lavori di Magrelli e che, coraggiosamente, corrono sul filo dell’autoreferenza) esaspera le conseguenze di una mise en abîme perpetua dell’identità, nell’esubero del rispecchiamento, nell’arrancante storpiatura provocata da un tempo che, divenendo sempre più incomprensibile, impone per necessità una continua tensione.

Si ripetono le scelte stilistiche (come in Disturbi del sistema binario, da cui alcuni testi sono estrapolati e rielaborati), il ricorso, sempre ossessivo, alle figure d’iterazione. Alcuni esempi a caso: «Schwitters-paguro/ Schwitters-bernardo/ Schwitters-paguro-bernardo./ Che idea, abitare dentro una scultura!/ Che idea, traslocare nell’opera! […] chi di voi è l’animale?/ chi di voi è la conchiglia?» (Due artisti tedeschi – Merzbau, p. 8, vv 1-5 e 8-9) per cui la facondia di anafore e anadiplosi inclina alla cadenza della filastrocca, alla teoria litanica che ipnotizza per stordimento. Ancora: il componimento Welcome (p. 20), nella sua elaborazione complessa, intrecciata, concettosamente barocca, per cui le parole-rima si ripetono identiche alla fine delle tre quartine, così come nel primo emistichio di ogni verso (si tratta di martelliani con chiari richiami all’alessandrino, alla simmetria doppia, la duplice copia di un verso che si ripete su se stesso, così caro al medioevo francese e che qui possiede echi crepuscolari), estremizza una tensione claustrofobica. La forma chiusa, il gioco epistrofico estremo (cui si aggiunge il rinforzo numerologico delle stesse otto parole-rima che richiamano il titolo della sezione in cui il testo è inserito, Otto volte Natale), sono indizi che il grande tema de Il sangue amaro sia il tempo, o meglio, il tempo che passa e, lo abbiamo già accennato, il tempo perpetuo delle epoche di transizione: Continua a leggere “Brevi appunti sulla fine III – L’età dell’ansia: "Il sangue amaro" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2014)”

La curva del testo

[ Postfazione a Simona Menicocci, Posture Delay, La Camera Verde, Roma 2013]

Giulio Marzaioli

In esergo alla propria opera, Simona Menicocci richiama corpo (e) cosa, colti nel loro dove-quando. La congiunzione tra parentesi suggerisce un rapporto di identità, così come la contestuale rappresentazione all’interno dello stesso luogo e dello stesso tempo ci indurrebbe a considerare che tale rapporto è rappresentato in osservanza alle unità aristoteliche. L’autrice, tuttavia, omette il terzo elemento di una triade che, a seguito della lettura, risulta evidente. Riformulando l’esergo: corpo (e) cosa (e) parola, colti nel loro dove-quando. Non vi è distinzione, infatti, tra ciò che viene scritto e la scrittura stessa. Tornando all’esergo, ad incipit dello stesso è posto l’avverbio sostantivato come. Ebbene, il contesto da una dimensione piana si incurva nel momento in cui l’osservatore è chiamato ad interagire. Come si compie l’azione? Come avviene la sovrapposizione di corpo e parola e l’ulteriore sintesi a materia del discorso? Come interviene l’osservatore?

In calce ad ogni testo la Menicocci annota la fonte primaria del testo, l’occasione di scrittura. Affidandosi a tale indicazione si direbbe che il corpo viene ricevuto dalla scrittura in una fase già avanzata di scomposizione (decomposizione), e quindi già reificato da agenti esterni quali il fatto di cronaca, la comunicazione mediatica, l’attraversamento della (di una) storia. Continua a leggere “La curva del testo”

Una breve nota su Milo De Angelis, "Millimetri" (nuova ed.: Il Saggiatore, 2013)

Vincenzo Frungillo

Millimetri è, come hanno detto in tanti, il libro più denso e oscuro di Milo De Angelis. Una chiave di letture del testo sta proprio nel  titolo, ossia la distanza minima che viene citata. Tutti i titoli di Milo De Angelis evocano la distanza, il margine di approssimazione alle cose (Somiglianze, Distante un padre, Biografia sommaria), citano la distanza ineliminabile tra la parola e le cose. In Millimetri però essa diventa il tema centrale del libro. Millimetri è la presa d’atto di questo destino umanissimo, il destino del poeta. Parliamo allora di un libro originario, un libro per certi aspetti dalla perentorietà greca, così come è stato ricordato da alcuni autori più giovani. Penso a Fabio Jermini o a Francesco Filia. Filia in una sua mirabile recensione a Millimetri accenna ad esempio all’ a-peiron di Anassimandro: l’a-peiron è appunto il “senza limite” ossia lo spazio che invece di chiudersi nella verbalizzazione si alimenta all’infinito in un moto perpetuo e pendolare. I versi che tutti ricordiamo di questa raccolta recitano: “In noi giungerà l’universo / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati”. Qui è pronunciato il moto oscillatorio della parola, che apre lo spazio che vorrebbe circoscrivere, che subisce lo spazio che vorrebbe colmare. Lo sforzo non può che risultare una corsa sul posto, un gesto che piega il corpo su se stesso: “La saliva, per la seconda volta, / risucchia se stessa; / beve”. Millimetri è l’ostinata misurazione di un destino, è il punto in cui un percorso poetico si riduce all’essenziale e proprio per questo diventa più evidente e luminoso. La compressione aumenta l’energia e la potenza del verso. (Non parliamo di depressione che è per definizione “l’incapacità di distinguersi dalle cose”, qui non è necessario l’aspetto autobiografico). I versi “si frazionano”, Continua a leggere “Una breve nota su Milo De Angelis, "Millimetri" (nuova ed.: Il Saggiatore, 2013)”