La curva del testo

[ Postfazione a Simona Menicocci, Posture Delay, La Camera Verde, Roma 2013]

Giulio Marzaioli

In esergo alla propria opera, Simona Menicocci richiama corpo (e) cosa, colti nel loro dove-quando. La congiunzione tra parentesi suggerisce un rapporto di identità, così come la contestuale rappresentazione all’interno dello stesso luogo e dello stesso tempo ci indurrebbe a considerare che tale rapporto è rappresentato in osservanza alle unità aristoteliche. L’autrice, tuttavia, omette il terzo elemento di una triade che, a seguito della lettura, risulta evidente. Riformulando l’esergo: corpo (e) cosa (e) parola, colti nel loro dove-quando. Non vi è distinzione, infatti, tra ciò che viene scritto e la scrittura stessa. Tornando all’esergo, ad incipit dello stesso è posto l’avverbio sostantivato come. Ebbene, il contesto da una dimensione piana si incurva nel momento in cui l’osservatore è chiamato ad interagire. Come si compie l’azione? Come avviene la sovrapposizione di corpo e parola e l’ulteriore sintesi a materia del discorso? Come interviene l’osservatore?

In calce ad ogni testo la Menicocci annota la fonte primaria del testo, l’occasione di scrittura. Affidandosi a tale indicazione si direbbe che il corpo viene ricevuto dalla scrittura in una fase già avanzata di scomposizione (decomposizione), e quindi già reificato da agenti esterni quali il fatto di cronaca, la comunicazione mediatica, l’attraversamento della (di una) storia.

Quella che però potrebbe essere considerata una spia, spesso costituisce un depistaggio, soprattutto se è l’autore stesso a fornirne traccia. In questi testi, infatti, manca un fulcro, non è possibile individuare un piano stabile. Lo scarto continuo, l’estrema scomposizione del corpo-testo e dell’arto-parola, rimandano ad una volontà non già di rottura, bensì di esplorazione che nella polisemia trova continua linfa.

La scrittura non si posa, agisce continuamente come strumento di conoscenza e come tale non trova mai soddisfazione, visto il ricorso ad ogni mezzo (anche soltanto una diversa accentazione o l’estenuante frammentazione della parola) per tentare e suggerire altre vie al discorso. Una scrittura oltremodo interrogativa, quindi, che invita a dislocare la lettura, a disincastrarla da ruggine e assuefazione.

Questa pro-vocazione al limite, tuttavia, non deve ingannare. La distrazione compiuta dall’autrice non devia mai dal confine del “verso”, da intendersi quale misura di una dizione ulteriore. Né sfugge una “postura” di denuncia rispetto all’inevitabile perdita della tenuta che qualsiasi corpo subisce nella trasmissione della notizia di sé. Se poi ad agire è una consapevole e dolosa opera di “ritardata” scomposizione (così intendiamo il titolo: posture delay), si può parlare di auto-denuncia, consentendo tuttavia un argomento alla difesa se è vero che, per ogni distrazione del testo (corpo) è aperta una possibilità. Che si tratti di esperienze extra-corporee ovvero di altre forme di vita, comunque è avvertita la presenza di oggetti non identificabili.

Tornando, infine, alla questione dell’esergo, rimane del tutto inesplorata l’influenza che sul testo e sulla sua composizione/scomposizione può esercitare l’osservazione esterna. Questa, tuttavia, non può essere misurata o valorizzata, dal momento che cambierà ad ogni lettura, e così il testo, che per ogni osservatore assumerà differenti “posture”, necessariamente instabili e inevitabilmente fuori tempo.

Giulio Marzaioli

[ in Simona Menicocci, Posture Delay, La Camera Verde, Roma 2013, pp. 26-27 ]

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