[ Postfazione a Fabio Teti, b t w b h – frasi per la redistribuzione del sensibile, La Camera Verde, Roma 2013 ]

Giulio Marzaioli

Una scrittura che miri alla perfezione tende all’equilibrio, ad una sorta di inviolabilità. Al contrario, la scrittura di Fabio Teti conta nel proprio genoma cromosomi votati alla frattura, rientra nel novero degli organismi mutanti.

Si è citata la “crepa” riguardo all’opera di Teti (Dovendo accostare un’immagine ricorre la citazione della fotografia La plaque cassée di A. Kertesz). Tuttavia, seguendo la successione dei testi, si ha l’impressione che la crepa non sia etero-prodotta, bensì interna al blocco-testo. È una faglia che fa rumore, come il suon sordo che accompagna il continuo assestamento (o dissesto) nei ghiacciai.

La pressione che esercita la materia verbale implica esigenza di spazi (di qui il ricorso a strumenti di rottura della frase: la sinestesia, la paranomasia, l’anagramma, l’anacoluto etc.) per ri-creare occasioni all’enunciato, al recupero di una dizione.

Se il “malintendere” (questo il titolo che l’autore assegna alla ipotetica raccolta dell’opera omnia) è costante della premessa alla scrittura di Teti, si intuisce che tale premessa viene lasciata ai margini del testo proprio per esplorare le possibili opportunità di dialogo tra ascolto (esatto) e dicitura (esatta) tendenti ad una traiettoria coincidente. Di qui un’attenzione spasmodica alla circoscrizione dell’oggetto e alla sua precisa definizione, che tuttavia non risulta sufficiente a fronte dello sforzo che la scrittura comunque compie nel ri-definire se stessa. La questione si proietta su altro sfondo, comune alla sempre attuale intuizione di Debord in merito a spettacolo e alienazione. Se la mediazione delle immagini distanzia dalla reale comunicazione, un’azione di recupero può essere (anche) lo scuotimento tra due estremi: puntualità della dizione e incaglio della frase. L’adozione di un sistema binario (talvolta riprodotto anche nella struttura dei testi) mira, appunto, non già alla sintesi, bensì alla con-fusione che si ottiene quando si disintegra un giocattolo montato male (e il gioco riveste parte delle suggestioni cui rimanda la lettura: dalle sottrazioni agli anagrammi, dai rimandi fonetici a quelli ritmici e persino l’uso della punteggiatura sembra opera di un disegnatore di puzzle). L’esito è di ritrovare sul tavolo i pezzi, rimasti miracolosamente intatti. Teti dice il vero, ma lo dice a frammenti perché soltanto per addizione si può ri-formulare, riconnotare una grammatica della percezione. La disarticolazione, d’altronde, è smembramento di una realtà complessa (la scrittura?). Se non risultasse un paradosso a seguito della lettura, si accennerebbe a una una titanica impresa di semplificazione (riduzione ad elementi primari).

  Giulio Marzaioli

[in Fabio Teti, b t w b h – frasi per la redistribuzione del sensibile, La Camera Verde, Roma 2013, pp. 30-31]

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