Note sulle "Lettere alla Reinserzione culturale del Disoccupato" di Andrea Inglese

Alessandra Cava

Cosa portano con sé queste Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, poesie-missive che Andrea Inglese raccoglie sotto un titolo un po’ sinistro, eppure così evidente, quasi ridicolo nella sua familiarità straniata? Una lettera è la traccia di una presenza mobile, che si progetta verso il destinatario desiderato, ma qui la voce del mittente, le «lettere che la sostengono, e portano / avanti nello spazio», restano nel movimento del messaggio, nel tentativo di raggiungere un lettore inorganico e silenzioso, senza «voce / corde vocali / trachea / polmoni / aria dentro o fuori / da far vibrare». I pensieri del Disoccupato, nella necessità di lanciarsi verso qualcuno (o qualcosa), diventano deliri di salvezza globale («con quelle risorse io sarei calmo / saprei addirittura rendere il mondo / migliore»), deviano in tormentoni sul controllo delle proprie relazioni sociali («sempre più implose in perfetto / precipitoso ottimizzarsi»), mentre seguono il filo dell’ossessione per un succedersi di «guarigioni», necessarie quanto sgradite, conservando il sospetto di essere «nonostante le quasi irrecusabili evidenze, / meno vivi».

Il campo semantico, legato al lavoro, alla perdita dell’impiego e alla sua ricerca, è un involucro rotto, non sempre ricomponibile, da cui filtra lo scorrere dell’esistenza e «della sua vaghezza», un fluire costante («qualcosa di rado e sottile, ma che cola in continuazione»), il quale spesso assume i tratti di un discorso trasfigurante («dopo il lavoro ci sarà un linguaggio / attraverso cui il lavoro stesso / non sarà più riconoscibile»). Oltre le apparenze, le Lettere di Inglese si accumulano come segnali di una sparizione finemente architettata e continuamente rinviata, con uscite di scena e ripetuti «tuffi fuori dal cono di luce». «Tout se passe comme si, avec chacune des mes lettres, j’entrais de moins en moins en contact avec vous». In esergo, due righe di Ghérasim Luca tratte da Lévée d’écrou (per l’appunto un rilascio, uno scioglimento): raccolta di lettere realmente spedite a uno sconosciuto monsieur, che si chiude con la «double disparition» di mittente e destinatario, forse coincidenti, visibili solo grazie al gesto dell’invio, nello spazio del messaggio. E così, nelle Lettere, chi scrive si chiede: «soprattutto, siamo degli “entrambi”?». La distanza tra l’interlocutore e, verrebbe da dire, il suo doppio («questa distanza / che nuovamente / senza sorriso / metti tra te e te») è un patto intimo con cui il mittente sospende la propria incredulità («che tu sia donna – se poi lo sei veramente – è un sotterfugio», una menzogna per «addolcire il sangue l’aria», un «sentire tutte le faccende completamente inventate») fino ad estinguersi e a ritrovarsi nella vanità della comunicazione («Io nel mio pieno […] / Non mio, di nessuno, adesso»).

La seconda e ultima sezione del libro, Le circostanze della frase, è una serie di brevi prose in cui «tutto quello che non si è concluso / e ancora fa rumore e sbanda» viene stretto in blocchi compatti. Ogni “frase” possiede una propria variazione sul tema, ogni piccolo “quadro” ospita una sorta di incubo linguistico legato alla solitudine, al denaro, al potere, con proliferazione di riferimenti temporali e spaziali, come a volersene servire da appiglio, fare circostanza contro un disfacimento inesorabile («i tuoi piedi nudi, in cucina […] mentre fissano e placano il pavimento, mentre tengono divaricato lo spazio»). Qui, la «voce da sola» delle Lettere si moltiplica nel brusio sempre più assordante, che ribalta e rinnova quell’invito iniziale a spingersi «fin dove le parole / possano confonderci», e infine dal frastuono scatenare «una tremenda forza, come una gioia, e rovesciare molte risate, […] invertire, commutare, questo lavorio, questi rumori di ogni punto, di ogni istante».

Alessandra Cava

[Articolo apparso sul n° 21 (gennaio-febbraio 2014) di Focus in]

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