Storia scomposta. Su "Geologia di un padre" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2013)

Italo Testa

“Evidentemente”, scriveva Roberto Bolaño, “la storia, una volta rimontata, diventa qualcos’altro”. Sottoponendo a un procedimento di montaggio e rimontaggio una serie di appunti, frammenti testuali, micronarrazioni, versi – a volte prelevati da organismi testuali precedenti e trapiantati nel nuovo tessuto verbale – Valerio Magrelli ci offre con Geologia di un padre un originale saggio di “storia scomposta”, ove le schegge della biografia paterna, sezionate e ricomposte con cura amorevole ma allarmata, si riaggregano in forme instabile e metamorfica. Accostati come tessere musive, i lacerti della vita del padre sono dapprima attratti dall’autopsi nevrotica del figlio, trasformandosi in altrettanti capitoli di un’autobiografia sui generis. Ma questa tensione anamnestica conduce i materiali biografici a un grado d’incandescenza tale da eccedere la vicenda personale, lasciando affiorare, per scorci potenti, strati profondi, colate laviche che affondano non solo nella storia collettiva recente – come quando, negli esercizi ginnici del padre, il figlio riconosce l’eredità involontaria delle posture corporee e delle retoriche del Ventennio – ma anche nell’antropologia e nella pre-istoria psichica. Rievocando scene d’infanzia, segnate dalla predisposizione all’ira e alla noia mercuriale del padre, seguendo l’evoluzione della sua malattia senile – l’opera di decostruzione del morbo di Parkinson –, Magrelli decifra nella memoria del genitore le traiettorie ek-statiche del tempo, quel diventar altro, uscire da sé, che è proprio del divenire, degli esseri soggetti a Cronos. La storia familiare diventa così storia naturale – una storia naturale della distruzione, in cui “noi sbriciolati, sbricioliamo le cose che ci sbriciolano” – e l’anamnesi conoscitiva diviene dolorosa agnizione del fondo arcaico da cui il sé sente di dover prendere le distanze ma insieme è magneticamente attratto, in una sorta di Dialettica dell’illuminismo idiografica, in cui il raziocinio poetico di Magrelli riconosce il proprio fondo mitico nello sforzo doloroso e infinito di prendervi congedo. In quest’ambivalenza si manifesta il meccanismo mimetico che governa e tiene assieme le tessere allegoriche di Geologia di un padre: la paura del contagio e il pericolo mortale della pulsione regressiva – con la frequente rievocazione, nella “figura paterna che si nutre di me”, del mitologema di Saturno che divora i propri figli – ma anche la presa di distanza che si serve ora delle armi dell’ironia, ora della deformazione grottesca, ora dell’esagerazione come strategie di riparo dal pericolo dell’identificazione con il mortuum e insieme di approssimazione conoscitiva all’oggetto. In questo gioco mobile, che attinge riccamente alle risorse espressive della saggistica, della narrativa e della poesia, Magrelli ci consegna uno smagliante esempio di scrittura che ridisegna metamorficamente i confini tra i generi.

Italo Testa

(già apparso sul sito di Pordenonelegge come motivazione del premio Stephen Dedalus 2013)

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