Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)

Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione.

La ricerca di Testa, è noto, rastrella, affondando i suoi strumenti, il campo qualitativamente immenso della tradizione novecentesca, nel caso specifico de I camminatori il riferimento di maggior impatto sembra essere proprio il Caproni richiamato all’inizio di quest’analisi. È tentata, in prima istanza, una ricoagulazione dell’io, del soggetto che, pur ridotto a semplice osservatore del mondo, esprime un barlume di fiducia proprio nell’immersione, per quanto apparentemente alienata, nel contesto. Vale, a dimostrazione di quanto detto, riportare per intero l’ultima stazione della processione visiva e liturgica elaborata da Testa:

non sembrano

mai farti caso

proseguono

e niente li distoglie

s’avviano

semplicemente

ognuno alla sua meta

ma simili

e sempre più numerosi

s’avvistano

lungo le strade

si incrociano

in ogni luogo

ovunque tu cammini

camminano

(p. 35).

Mi soffermerei sull’attacco: «non sembrano/ mai farti caso/ proseguono/ e niente li distoglie» (vv. 1-4). La fine di ogni connotazione, la scomparsa di concretezza nei riferimenti, decisiva ad esempio nel Caproni di Congedo del viaggiatore cerimonioso, si ribalta nel movimento attivato da una litote inattesa, per cui, i camminatori, nel non sembrare attenti, esistono e, l’avversativa al v. 8 non fa che sottolinearlo, agganciano nel simile destino il soggetto e gli altri (l’alterità assoluta, il mondo), i quali «s’avvistano» (v. 10), «si incrociano» (v. 12) in un parallelismo di presenza che non lascia scampo, e che agisce nel movimento: «camminano» (v. 15, in chiusura).

Il movimento e la presenza sono i macro-temi che legano l’intera raccolta, il suo procedere, quindi, per fuoriuscire dalla «nebbia» (costante dell’opera caproniana) del nichilismo, dalla frantumazione decostruttrice novecentesca, la quale, non riconciliando il soggetto e il mondo, non permette di accedere alla fabula, all’edificazione di nuovi miti per un luogo che continua la sua esistenza, per quanto galleggiante e aleatoria. Per questo la poesia de I camminatori, anche mantenendo l’atmosfera di precarietà esistenziale espressa attraverso l’ambientazione metropolitana, appare come un ultimo avamposto della preesistente visione desolata e tenta lo slancio verso un orizzonte inedito. In primo luogo come svincolamento fisico, concreto, dalla metafisica del fenomeno; vediamo, infatti, spostarsi l’asse di concentrazione linguistica in direzione degli aspetti epifenomenici. Provo a spiegare lasciandomi aiutare direttamente dal testo a p. 26:

nelle stazioni

transitano

dentro e fuori

in perpetuo

andirivieni

mischiandosi

alle folle in attesa

assaltano

a frotte i treni

che arrivano

lungo i binari

e subito

a capofitto

lanciandosi

nei corridoi

ripartono

L’epifenomeno, in quanto manifestazione secondaria, collaterale, di un fenomeno, in questo caso, è la localizzazione, il resoconto topologico di un nuovo paesaggio, quello urbano (le stazioni, i treni, i binari, i corridoi, ecc.), consistente di luoghi interstiziali o di passaggio. Questo spostamento decontestualizza l’idea del fenomeno (l’urbanizzazione, l’industrializzazione, la “tecnologizzazione”, in pratica gli aspetti alienanti dell’ambiente) e purifica lo sguardo del soggetto che si fa più oggettivo, realistico, ma nel senso del «realismo naturale dell’uomo comune» di William James (citato anche da H. Putnam, autore certo caro a Testa, in Mente, corpo, mondo, Il Mulino, Bologna 2003, p. 161), cioè di un empirismo slegato sia dall’aspetto meramente percettivo della sensazione, sia dalla presunta imponenza oggettiva dell’analisi scientifica che rimane comunque astraente e, quindi, ancora alienante. Il dubbio, espresso da Paolo Maccari nella suddetta nota finale al libro, rispetto alle ipotesi di lettura dello stesso – per il quale una di queste potrebbe anche mettere in causa l’accanimento scientifico di un soggetto che osserva creature nuove e mostruose (è richiamata, non a caso, la figura dell’entomologo) – in conseguenza di quanto detto, perde la sua evidenza e indirizza in modo più chiaro l’intera operazione de I camminatori. Infatti, la vicinanza di queste creature, come abbiamo visto analizzando l’ultimo testo del libro, tenta di ricreare una partecipazione, non si limita all’osservazione di fenomeni. Il rischio tentato da Testa, o meglio, la vera tensione linguistica dell’intera operazione è riassumibile nello slancio in direzione di una plausibile interazione tra l’io e il mondo, come abbiamo costatato; potrebbero, però, essere presenti cadute, per questo è più conveniente tornare al testo precedente: alcuni segnali stilistici e tecnici sono la spia della presenza di quell’oscillazione tra fiducia e sfiducia che ha caratterizzato, per grandi linee, la poesia del secolo appena trascorso: gli slittamenti ossimorici in questo caso sembrano sintomi di insicurezza: «nelle stazioni/ transitano» (vv. 1-2), «dentro e fuori» (v. 3), «in perpetuo/ andirivieni» (vv. 4-5), «le folle in attesa» (v.7). Il movimento noetico del poema, in alcuni punti, è giocato su questi contrasti percettivi, che ne limitano lo slancio d’apertura (ancora il regno del novecento, vedi, a tal proposito, le teorie di ossimori in Caproni).

Abbiamo notato lo slancio esistenziale e il coraggio ritmico del canto ne I camminatori, la loro impostazione concettuale che intima uno sfaldamento del limbo purgatoriale del Novecento in direzione di nuovi panorami relazionali (il soggetto tenta di smettere le maschere, anche quelle “magrellianamente” scientifiche). Non ci resta che attendere le future evoluzioni del tragitto che l’io e l’altro possono ancora percorrere insieme.

Gianluca D’Andrea

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