Mese: giugno 2014

Postfazione a "Quasi tutti", di Marco Giovenale (Polimata, 2010)

Paolo Zublena

P.Zublena_ Postfazione a QUASI TUTTI (di M.Giovenale) by Punto critico

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Su "Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato" di Andrea Inglese (Italic pequod, Ancona 2013)

Eugenio Lucrezi

Poesia come genere letterario autonomo, definito dall’utilizzo del verso e del pensiero analogico? Oppure poesia come linea avanzata, élite, corpo scelto nell’esercito delle arti scrittorie, punta di diamante in grado di frantumare le inerzie della lingua d’uso per pura forza di figura, per insistenza del battito, per sperdimento del senso comune? Né l’una né l’altra, ci dice Andrea Inglese, autore italiano che vive in Francia, con questo libro edito in una collana intitolata “La punta della lingua” e diretta da Luigi Socci, che esce in compagnia di un CD del disegnatore di suoni Stefano Delle Monache e delle linee e dei colori della illustratrice Marina Delle Monache. Il libro è diviso in due parti: la prima, che dà il titolo al volume, è un romanzo epistolare ad una sola voce, incidentalmente scritto in versi; la seconda è un lemmario ristretto (elenca infatti soltanto quindici voci) presentato in apparenza di prosa. Le circostanze della frase (è questo il titolo della sezione) sono delle frasi di  circostanza capovolte, e prima ancora le Lettere, indirizzata come sono ad un’entità astratta quale la reinserzione, rappresentano anch’esse una capriola rispetto alle corrispondenza cui siamo abituati, che tradizionalmente sono o commerciali o di affetti, tanto più che la reinserzione (la quale, se mai queste lettere le riceve, le riceve mutamente, impassibilmente e impietosamente; da vera carogna, insomma; sempre, beninteso, che le riceva), la reinserzione cui le missive sono dirette non è la stessa cosa del pur non poco drammatico, problematico e ansiogeno reinserimento in una qualche, se pur vagamente e forse beffardamente definita culturale, attività lavorativa, facendo pensare invece, più che a una raccomandata con avviso di ricevimento o a una email certificata, ad un intervento chirurgico sull’apparato muscolo-tendineo: come se la disperazione dell’attendente, abbandonati una volta per sempre i batticuore romantici di uno Jacopo Ortis, dimenticate le ricevute di ritorno, affidasse alle parti più sorde del proprio corpo i cupi contraccolpi d’inesistenza dell’entità cui lo scrivente si rivolge, cadenzati soltanto, nella desolazione astratta del resoconto, dalla scorata conta dei giorni e dall’accendersi di semplici visioni appena delineate: «un giorno, dopo averti scritto, mi è capitato di vedere una croce. // Erano frasi stampate su di un manifesto, / proprio contro una porta, / una scritta orizzontale lunga, noiosa, /e una serie di segni verticali, di un altro colore, / insensati. // “Ecco la croce” mi sono detto. / “proprio contro una porta.”».
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