Eugenio Lucrezi

Poesia come genere letterario autonomo, definito dall’utilizzo del verso e del pensiero analogico? Oppure poesia come linea avanzata, élite, corpo scelto nell’esercito delle arti scrittorie, punta di diamante in grado di frantumare le inerzie della lingua d’uso per pura forza di figura, per insistenza del battito, per sperdimento del senso comune? Né l’una né l’altra, ci dice Andrea Inglese, autore italiano che vive in Francia, con questo libro edito in una collana intitolata “La punta della lingua” e diretta da Luigi Socci, che esce in compagnia di un CD del disegnatore di suoni Stefano Delle Monache e delle linee e dei colori della illustratrice Marina Delle Monache. Il libro è diviso in due parti: la prima, che dà il titolo al volume, è un romanzo epistolare ad una sola voce, incidentalmente scritto in versi; la seconda è un lemmario ristretto (elenca infatti soltanto quindici voci) presentato in apparenza di prosa. Le circostanze della frase (è questo il titolo della sezione) sono delle frasi di  circostanza capovolte, e prima ancora le Lettere, indirizzata come sono ad un’entità astratta quale la reinserzione, rappresentano anch’esse una capriola rispetto alle corrispondenza cui siamo abituati, che tradizionalmente sono o commerciali o di affetti, tanto più che la reinserzione (la quale, se mai queste lettere le riceve, le riceve mutamente, impassibilmente e impietosamente; da vera carogna, insomma; sempre, beninteso, che le riceva), la reinserzione cui le missive sono dirette non è la stessa cosa del pur non poco drammatico, problematico e ansiogeno reinserimento in una qualche, se pur vagamente e forse beffardamente definita culturale, attività lavorativa, facendo pensare invece, più che a una raccomandata con avviso di ricevimento o a una email certificata, ad un intervento chirurgico sull’apparato muscolo-tendineo: come se la disperazione dell’attendente, abbandonati una volta per sempre i batticuore romantici di uno Jacopo Ortis, dimenticate le ricevute di ritorno, affidasse alle parti più sorde del proprio corpo i cupi contraccolpi d’inesistenza dell’entità cui lo scrivente si rivolge, cadenzati soltanto, nella desolazione astratta del resoconto, dalla scorata conta dei giorni e dall’accendersi di semplici visioni appena delineate: «un giorno, dopo averti scritto, mi è capitato di vedere una croce. // Erano frasi stampate su di un manifesto, / proprio contro una porta, / una scritta orizzontale lunga, noiosa, /e una serie di segni verticali, di un altro colore, / insensati. // “Ecco la croce” mi sono detto. / “proprio contro una porta.”».
Fenomeni che ripercorrono all’incontrario le strade della percezione fino a ridurre le figure nei loro elementari tasselli, queste visioni si animano in forza di uno straniamento che non nasce dalla decontestualizzazione e dal riposizionamento degli elementi rappresentati, ma, in maniera inedita, dall’avere anteposto il nome dell’oggetto che è al centro della visione al ripercorrimento dei tragitti sensoriali che accompagnano la sua scomposizione analitica. Come  una prua che tagli una seconda volta l’onda già aperta dal suo passaggio, è questo un insegnamento onirico: Inglese, come i surrealisti e prima ancora come Poe,  suggerisce di dimenticare i significati legati per consuetudine ai nomi delle cose, di affezionarsi invece alla semantica instabile e sghemba che accompagna le figure in fuga lungo il tragitto di risignificazione.
Si è già detto come lo scrivente di queste Lettere sembri affidare a parti inerti, sorde e poco innervate, del proprio corpo i contraccolpi di inesistenza della reinserzione alla quale si rivolge; sorde ma tuttavia responsive, per lo più sotto specie di dolore. Il problema del corrispondente, quale al lettore si mostra nel procedere dei paragrafi, è uno, e salta subito all’occhio: lui, l’attendente, attende da un tempo imprecisato; probabilmente da molto, se l’identità dell’interlocutore –che egli sa, o ricorda, o immagina essere un’interlocutrice–  sfuma come una nebbia all’orizzonte. Il problema è il tempo, e precisamente l’incongruenza tra un’attesa interminabile e l’approssimarsi della morte. Balugina tra le pagine l’ontico destino dell’ente di Essere e tempo, virato però nel falsetto lamentoso e infantile di chi sa di essere già fregato e tuttavia non smette di rassicurare l’Autorità cui si rivolge circa la bontà delle proprie relazioni sociali, la perfezione delle condizioni di salute: «a me mancano solo le risorse / se avessi quelle risorse di cui ho bisogno / saprei come mettermi a posto / e lo farei rendendo me migliore». Il più delle volte, però, l’attendente avverte il morso inesorabile della distanza dalla meta, si piega di fronte all’ineluttabile: «più guarisco, più gli anni passano, / con quest’accumulo di guarigioni / che mi lacera solo a guardare / una data, a guardarmi allo specchio.», fino a confessare l’abominio: «io sono con ogni muscolo teso alla menzogna / con ogni nervo per migliorare la menzogna completando / con tutte le favole possibili i fatti i nomi inventati».
Si diceva all’inizio quali non siano le specie di poesia di cui questo libro è fatto, e su quali capriole si sia assestato. Resta da definire la consistenza letteraria che gli dà vita: che è di natura essenzialmente critica, ed usa il linguaggio della distanza: dalla umanità dei personaggi, dall’oltranza linguistica e dalla stessa retorica, per farsi descrizione di un paesaggio ultimo rispetto alle aporie del presente, e pertanto davvero contemporaneo.