Mese: luglio 2014

Roma e Treia nei Sogni di Dolores Prato (I)

Elena Frontaloni

Parto da Nabokov, dalle Lezioni di letteratura: “Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo”; e ancora: “l’arte dello scrivere è un’attività assai futile se non comporta anzitutto l’arte di vedere il mondo come potenzialità narrativa”. Il problema individuato da Nabokov era se ci si potesse aspettare o no, da un romanzo, e in generale dall’opera di un vero autore, informazioni affidabili su un luogo o un periodo storico, e la risposta era sostanzialmente negativa, o almeno negativa in prima battuta: da buoni lettori, infatti, occorrerebbe anzitutto osservare da vicino questo nuovo mondo creato dal grande autore, se lo ha creato, poi chinarvisi sopra, vederne la miracolosa unità sotto le metamorfosi, le ricostruzioni, le effrazioni e rifrazioni derivate dall’atto del narrare. Solo dopo, dice Nabokov, sarebbe il caso andare ad analizzare i legami con altri mondi e settori della conoscenza.

Mi sembra un approccio adeguato ai testi di Dolores Prato: pochi autori, infatti, hanno voluto vedere più di lei il mondo, e la propria vicenda nel mondo, come autentica “potenzialità narrativa”; pochi hanno preso tanto sul serio il dato di realtà col solo scopo di eluderlo continuamente, sprofondare nella descrizione dettagliata di oggetti, paesaggi, episodi esistenziali per farne perdere le tracce, e quindi ricreare un mondo nuovo, con pochi punti di riferimento certi al di là delle decisioni imperiose della narrazione, queste ultime versate sempre dentro opere che potremmo definire “aperte”. Continua a leggere “Roma e Treia nei Sogni di Dolores Prato (I)”

Recensione a Mario Bertasa, "Tiro con l’arco" (Lampi di stampa, 2011)

 

Manuel Cohen 

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature.  Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: « la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato» .  Continua a leggere “Recensione a Mario Bertasa, "Tiro con l’arco" (Lampi di stampa, 2011)”

Recensione a Rosaria Lo Russo, "Crolli" (Le Lettere Editrice 2012)

 Nadia Agustoni

Se la parola catastrofi, rigorosamente al plurale, ha per chi è relativamente giovane, sempre evocato epoche passate, ormai da non pochi anni la si associa al presente. La realtà delle medie catastrofi ci sta addosso, ma si dà il caso che nascondano qualcosa di ben peggiore o di maggiore, come le guerre e il venire meno dell’umano.

Rosaria Lo Russo ci dà con Crolli pagine che scavalcano le macerie e parole che danno fiato a una speranza sotterranea, quasi dicendo al lettore che noi siamo oltre le disfatte, più resistenti del nostro nudo resistere agli eventi nefasti, perché in noi bruciano le immagini di un mondo che brucia, ma altre immagini si ricreano, come se ognuno portato dallo sguardo fino alle porte di Tannhauser, non pensasse di morirne ma a rifondere ogni cosa vista e cercarvi quel significato che l’autrice ci restituisce nei gesti minimi del vivere. Continua a leggere “Recensione a Rosaria Lo Russo, "Crolli" (Le Lettere Editrice 2012)”

Recensione a Franca Mancinelli, "Pasta Madre" (Aragno, 2013)

Tommaso Di Dio

Il primo libro di Franca Mancinelli (Mala Kruna, Manni, 2007) si concludeva con questi due versi: “entrare con i piedi su una terra morbida e pestata molte volte”. Il piccolo romanzo di formazione trovava il proprio primo approdo sulla consapevolezza che la terra su cui si anima la nostra parola e i nostri gesti non è un supporto ideologico, granitico, immobile; ma una sostanza viva, organica e morbida come la carne di cui siamo fatti, lavorata e sostanziata da un lavoro comune e collettivo che, se ci schiaccia e ci offende, sa rivelare, nella propria malleabilità, la nostra condizione umana più profonda. A distanza di sei anni, il nuovo libro della autrice di Fano riprende e amplia e porta al centro questa intuizione fondamentale. Pasta madre (Nino Aragno, 2013), fin dal titolo, intende mettere al centro quella sostanza indifferenziata e lavorabile, vergine eppure sempre gravida, di cui ogni nostra azione e ogni nostra espressione non è che una forma, un passaggio, un’ipotesi: una protrusione. Incominciare la lettura di questa opera richiede che ci si immerga dentro una dimensione che precede la veglia e precede il raziocinante valutare e porre in giudizio le cose del mondo; il lettore, pur tenendo desta la percezione attiva, è obbligato a concedersi la possibilità di trovare, al fondo della propria intelligenza logica, la forza di torcersi e inchinarsi fino all’esperienza limitare del trapasso di ogni cosa in ogni cosa. Qui, l’umano (e il soggetto lirico con lui) è solo un transito variabile, una traiettoria fra le traiettorie; fra le quali uomo cosa animale perdono i propri caratteri fissi e sovrani e ogni condizione apre all’altra la possibilità di una metamorfosi continua: “cucchiaio nel sonno, il corpo raccoglie la notte. Si alzano sciami sepolti nel petto, stendono ali”. Continua a leggere “Recensione a Franca Mancinelli, "Pasta Madre" (Aragno, 2013)”