Recensione a Rosaria Lo Russo, "Crolli" (Le Lettere Editrice 2012)

 Nadia Agustoni

Se la parola catastrofi, rigorosamente al plurale, ha per chi è relativamente giovane, sempre evocato epoche passate, ormai da non pochi anni la si associa al presente. La realtà delle medie catastrofi ci sta addosso, ma si dà il caso che nascondano qualcosa di ben peggiore o di maggiore, come le guerre e il venire meno dell’umano.

Rosaria Lo Russo ci dà con Crolli pagine che scavalcano le macerie e parole che danno fiato a una speranza sotterranea, quasi dicendo al lettore che noi siamo oltre le disfatte, più resistenti del nostro nudo resistere agli eventi nefasti, perché in noi bruciano le immagini di un mondo che brucia, ma altre immagini si ricreano, come se ognuno portato dallo sguardo fino alle porte di Tannhauser, non pensasse di morirne ma a rifondere ogni cosa vista e cercarvi quel significato che l’autrice ci restituisce nei gesti minimi del vivere.

Il tono ironico di molte poesie, la lingua che sembra incollarsi alla bocca proprio mentre avvertiamo leggendo ad alta voce che le parole hanno un suono unico, ci inducono a non mollare la presa su un libro non facile, ma che smitizza casa e mare nostrum, riti casalinghi e luoghi comuni su “noialtri”, che gli “altri” non li vogliamo e se proprio arrivano fino alla Sicilia con le loro barchette, ci pensi qualcun altro a salvarli: “Vomitavano acqua di mare i miei bambini tombini…/ Il nostro gommone saltava come una palla sul mare…/ Ho visto dio dio c’è vieni qua dio, Asik il turco/ che salva i nigeriani rischiando di perdere il posto…/. (p.24)

Nei testi Lo Russo traccia una piccola mappa di riferimenti letterari, Ugo Foscolo, John Barleycon, Santa Tersa (immagino sia Teresa D’Avila con le sue laviche illuminazioni) e poi e sempre le parole che raccolgono il mondo, con la radio, le annunciatrici, la cucina, il telefono e le cose comprate inutilmente quasi fossero fili che ci collegano ai corpi che abbiamo intorno e vediamo poco, perché sfugge ognuno agli altri per l’inciampo che ne viene di vederci come loro: usati, mal riusciti, innocenti e colpevoli, soprattutto persi in un’attesa inutile. Alla fine, pare dire Lo Russo, possedere è un abbandono per accumulo. Accumuliamo tutto quello che non ci serve e ce ne dimentichiamo.

Solo gli affetti, l’amore tenace, il bene dato e da dare sono realtà. L’elegia per il piccolo nipote, un bambino che non c’è più, e il pensarlo le rinnova il dolore come se non ci fosse il tempo in mezzo, perché non c’è nessuna distanza tra il bene di ora e di allora, questo canto, dunque, spezza il libro e lascia i suoi frammenti su ciò che abbiamo letto, restituendo alla parola purezza il suo errore: quell’innocenza violata che si ama come si ama tutto quello che è perduto e si fa scrivere come una crepa, il segno di un lampo, un attimo di buio e luce, carne e cielo.

Nadia Agustoni

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da QuiLibri n. 23 maggio-giugno 2014

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