La spiaggia dello sperpero – su "Bagnanti", di Renata Morresi (Perrone, 2013)

Massimo Raffaeli

 

È difficile per un poeta lirico mantenere il tono e il timbro della propria voce nel momento in cui recepisce, dall’esterno, una pluralità di altre voci, è difficile mantenere la cadenza di una partitura metrica quando in tale polifonia esplode l’acustica dell’affollamento, negli spazi aperti ovvero in quelli costipati e reclusi: è difficile ma non è impossibile, come adesso testimonia un libro poetico di Renata Morresi, Bagnanti (Giulio Perrone editore, postfazione di Adelelmo Ruggieri, pp. 79, euro 12), scandito in quattro poemetti che alludono tanto ai luoghi come ai cosiddetti non-luoghi della Polis postmoderna. Morresi è marchigiana, docente di letteratura angloamericana, firmataria finora di un unico libro poetico, Cuore comune, uscito nel 2010 da peQuod, che l’aveva segnalata sia per la voce sempre netta, e a tratti percussiva, sia per la sicurezza con cui alludeva allo stato di cosiddetta normalità che oggi corrisponde, dentro e fuori dagli individui, all’inferno dominante. In Bagnanti, Morresi utilizza quattro soluzioni strutturali e metriche per quanti sono i luoghi dove misurare la consistenza della propria voce, che ora funge da filtro e sintetizzatore ora invece si modula in flash e montaggi che il poeta Adelelmo Ruggieri definisce opportunamente «esercizi di sensibilità». Dunque una spiaggia, un aeroporto, un treno e uno spazio domestico (nel qual caso una sequenza di annunci immobiliari che ne segnano il fantasma come fosse un modulo-Lego). La prima impressione, ogni volta, è sempre di un affollamento, dello stormire casuale delle voci, di un ingorgo che associa casualmente euforia e malinconia, sbadate banalità e tragiche interiezioni: ma l’ulteriore sensazione, a calcolare nel complesso l’ordito sintattico, è quella della voce lirica che si interpone (con l’occhio che la precede di un nonnulla) come si desse mutamente il compito di una discriminante, cioè cogliere un senso nella più vorticosa insensatezza. È evidente nel poemetto che dà il titolo al volume, Bagnanti, dove si può leggere un frammento come questo: «dalle rocce dai picchi sulle acque gli iddii/ vedrebbero popoli morbidi lentissimi/ fondersi agli anemoni polipi i tanti/ piedi avvinghiati agli scogli/ staccarsi/ larve sbocciare/ in azzurri// dagli astri gli stessi/ continuamente fossili//». È una spiaggia della società affluente eppure minimi segni e ombre progredenti nel pieno sole ne modificano via via l’equilibrio percettivo se, alla fine, la stessa spiaggia si rivela l’attracco di clandestini disperati, dunque non più un luogo in cui si sperpera una vita più o meno posseduta ma un luogo di dolore e morte, anzi un obitorio sotto il sole a picco. È attitudine specifica della poesia di Renata Morresi cogliere i tratti della disgregazione (di uno sfacelo sottile e non meno rovinoso) laddove il pensiero dominante vorrebbe invece uno sguardo placato, perfettamente riconciliato.

Massimo Raffaeli

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da «Il manifesto», 14 maggio 2014, p.11.

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