Opera dell'abbandono. Su "Per restare fedeli" di Stefano Raimondi (Transeuropa,2012)

Italo Testa

Opera dell’abbandono. Così si presenta questo nuova, importante raccolta di Stefano Raimondi. Per una volta la scelta dei versi che nella quarta di copertina accompagnano il libro ne coglie esattamente il centro irradiante:“La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. Quali riconoscere?”

Come approssimarsi a questo centro, alla ferita da cui stillano i versi di Per restare fedeli? Opera dell’abbandono e della guerra. Il campo semantico del libro è definito in questa tensione, nel cortocirtuito temporale, metaforico, carnale, che scatta tra la guerra – le immagini della violenza del potere, decifrata nelle tracce degli anni settanta iscritte sulle pietre di Milano, vista in volto al G8 di Genova, sentita nel bombardamento televisivo e giornalistico della guerra in Iraq e dell’11 settembre – e l’esperienza personale dell’abbandono amoroso. “Quando sento il bollettino di guerra non capisco se stiano parlando anche di me, da quando te ne sei andata, o di entrambi” (p. 36).

Non si tratta qui di un semplice accostamento metaforico, né dell’uso, dell’abuso privato di un immaginario collettivo per illustrare strumentalmente una vicenda tutta personale. La forza di Per restare federli sta proprio nel condurre il lettore a questa esperienza dell’indistizione, in cui il fatto privato, e pure l’immaginario pubblico, si spogliano della loro evidenza ordinaria, lasciando affiorare quella sottesa opera dell’abbandono che con la sua evidenza universale giustifica il libro stesso e il cortocircuito da cui prende fuoco. “Ci sono storie simili dappertutto / perché dappertutto ci sono degli abbandoni” (p. 83).

Che cos’è mai l’opera dell’abbandono? La manifestazione di una vulnerabilità, di una disponibilità, un’esposizone alla ferita. L’abbandono, così, non è una figura della solitudine, del trovarsi in un isolamento angoscioso, della non-appartenenza. L’esser lasciati, la malinconia e la sofferenza che ne derivano, sono qui invece l’agnizione dolorosa di una dipendenza costitutiva, che ci espone all’altro nella nostra carne, nella nostra feribilità; una dipendenza che ci espone a qualcosa, a qualcuno, che non potremo mai afferrare, che è sempre perduto eppure presente in questa sua assenza.

La terribile ambiguità dell’affidamento all’altro, del nostro costitutivo dipendere dall’amore e dalle cure altrui, è la stessa verità dell’esser consegnati ad un potere estraneo, che può essere dono e insieme minaccia. Per questo le narrazioni dell’abbandono amoroso, e della ferita che si incide sul corpo dell’amante, possono essere “lettere da un fronte” (p. 23), possono arrivare a confodersi con le immagini della trincea, del bunker, del rifugio dove si cerca riparo ma insieme si sta esposti alla minaccia di un poter estraneo, di una violenza che si abbatte sulla carne sanguinante e lacera. Per questo, come nel titolo della prima sezione, “Stiamo vicino come in un mattatoio” (p. 51), siamo “fiere di mutilazioni come gli amanti muti” (p. 46).

Per restare fedeli è la perlustrazione di quell’esposizione all’altro che ci costituisce. Che si tratti del dittatore amore, oppure di un potere istituzionale violento, è comunque la condizione dell’essere alla mercé altrui che qui si manifesta. “Blog-out”, il neologismo che dà il titolo alla sezione centrale e pià corposa del libro, è una coniazione che si appoggia proprio su questa idea dello star fuori da sé: dell’essere alla mercé di un potere che ci assoggetta, da cui siamo vulnerabili, ma che insieme ci fa essere ciò che siamo, in relazione al quale scopriamo la nostra soggettività dolorante, esposta al dono e alla minaccia dell’altro, degli altri che non potremo mai dominare né afferrare compiutamente, che ci rimarranno per sempre sottratti.

Anche la luce del riconoscimento – il “tutto verrà riconosciuto per amore” che dà il titolo alla terza sezione (p. 81) – si riflette in questa condizione. Il riconoscimento dell’altro non è immune dalla terribile ambiguità dell’esposizione: “Ci si riconosce dalle guerre, a volte, dalle trincee. E’ come restare fedeli alla luce: quella che difende, che fa vedere” (p. 85). Il riconoscimento dell’altro, che nei precedenti libri di Raimondi – soprattutto nell’agnizione asimmetrica tra padre e figlio – era una figura della relazione etica, della sovranità del bene – è così ora divenuto un riconoscimento “dalle trincee”, nella condizione dell’esser consegnati, a rischio, nel trovarsi assoggettati alla minaccia dell’esistenza.

Resta la fedeltà alla luce. Il resto, la traccia, di qualcosa che passa attraverso l’ordine sociale e personale della violenza, della costrizione, ma che insieme li eccede. Una luce che “difende” – ancora una figura dell’ostilità – ma che pure “fa vedere”, manifesta, illumina. E’ una luce intermittente eppure tenace, in cui può essere comunque messo in figura il “conto stortato dei giorni” ma anche un “cambiamento del bene” (“Siete voi a dirmelo il vero / il conto stortato dei giorni / il cambiamento del bene”, p. 84).

Resta la possibilità eccedente di un’etica della ferita e del finito, di quell’appello che pure proviene dall’altro, e che ci fa riconoscere e dire: “Hai ragione tu: / bisogna onorare la gioia” (p. 30).

(già uscito su “Qui Libri”)

Italo Testa

 

 

 

 

 

 

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