Eugenio Lucrezi, "mimetiche", Oèdipus, Salerno-Milano 2013

Stelvio Di Spigno

Sono molti e svariati i modi nei quali la poesia e la musica possono intersecarsi e creare una sinergia creativa positiva. Vi è la musicalità del verso, valutabile e misurabile con la metrica e la posizione di accenti e pause. C’è il richiamo che, attraverso l’andamento dei versi, alcuni fortunati testi poetici esercitano, tanto che leggendoli, nella mente si forma come una traiettoria melodica netta, un pezzo chiaro e riconoscibile. Vi è la formazione di alcuni poeti, che in gioventù o durante tutto il corso della loro vita hanno studiato musica o canto, tanto che l’influenza di queste discipline è ancora palpabile nell’intonazione e nella dinamica di singoli testi o nell’andamento sussultorio, sezione dopo sezione, di interi libri. Mimetiche di Eugenio Lucrezi sembra assommare tutte e tre queste eredità musicali, tanto che, sin dal titolo, le poesie del suo nuovo lavoro possono essere lette come il caleidoscopio al rovescio di molteplici influssi sonori, oltre che letterari. Si tratta di un libro che rivela una maestria stilistica rara, tutta giocata sul crinale esistente tra il concetto di imitazione, in senso classico, bembiano, umanistico in senso stretto, e il processo postmoderno della cover, la reinterpretazione che molti artisti della musica di ieri e di oggi fanno di brani altrui, sia nel campo della musica classica e colta, sia in quello del pop e della musica di massa. Sarebbe fin troppo facile, dato che Lucrezi sottotitola alcune delle sue poesie con il nome di star del rock come Patti Smith e P. J. Harvey, aggiungendo anche il titolo del brano “rivisitato”, definire l’intero libro con la facile etichetta di una poesia rockettara di fattura sperimentale. Tanto più che Lucrezi è un apprezzato musicista egli stesso, e quando si inoltra nel mondo delle notazioni, delle dominanti, delle scale diatoniche, sa evidentemente di cosa parla. Ma la sua bravura, il suo talento specifico, non va ricercato in questa apparente ostentazione. Lucrezi sa che la poesia non nasce dal nulla. La poesia ha per forza un rovescio, una contraddizione originaria, una sorta di lotta intestina che la fa venire al mondo in modo che sia sempre figlia di qualcosa o di qualcuno. La musica, in primis, ma nel nostro caso anche le svariate citazioni che vanno da Properzio a Kafka, da Ovidio a Tommaso Landolfi. Anche se mi permetto di suggerire Ovidio come nume tutelare di quest’opera di poesia tanto singolare nella sua sulfurea intelligenza. Il poeta latino sperimenta infatti, con quasi 19 secoli di anticipo rispetto a Wagner, quella sorta di melodia infinita, tutta giocata sull’alternanza di variazioni e ripetizioni di temi, che è tipica della scrittura di Lucrezi. Le sue poesie sembrano germogliare l’una dall’altra, in un continuo fluire ritmico di immagini e parole, lessico e modalità prosodiche che vanno dalla schietta comunicatività di liriche come Inverno, Cantata lenta, Milena, Ingresso, a poesie pseudodadaiste che sono puro flatus vocis, inarrivabile esperimento combinatorio, atonalità performativa che abdica dal senso compiuto e dalle sue strutture nidificate, per arrivare a ricreare un senso solo nel momento in cui il poeta-musico le legge, le recita, le canta o le reinventa in sede di improvvisazione. Parlo di testi come quello neolatino di Uscita/propepropertium, e della più calibrata sezione del libro, non a caso intitolata La cover perfetta/sette toni. Ma, seppure mirabilmente composto, non bisogna pensare alle diverse sezioni di questo libro come a blocchi stilisticamente compatti. Scintille di puro barocco contemporaneo, ironico e macabro, ibridato di materiali sonori di consumo come di stilemi alti e reinvenzioni letterarie esibite come calchi murari, possono esplodere nei singoli testi, che andranno quindi letti con la stessa tensione dall’inizio alla fine. L’insieme di questo polistilismo metalinguistico, metamusicale, metamorfico e multitematico convince il lettore di trovarsi di fronte a una partitura di musica coltissima eppure generosa nel dichiararsi vicina a lui stesso, l’ipotesi leggente di zanzottiana memoria, che potrà ascoltare questo libro come si ascolta una canzone folk ibridata da elementi di elettronica e concretismo, come le composizioni che quel John Cage, più volte richiamato dall’autore, seppe dare al mondo in quel capolavoro di delirio nichilistico e minimalista che sono i suoi pezzi per piano preparato. Ma non ci si inganni. Lucrezi ci lascia, col suo fascinoso esercizio versificatorio e compositivo, una sensazione icastica tutt’altro che nichilistica. Ci dice che il mondo arriva a noi attraverso l’orecchio, e ciò che ne percepiamo non è tragedia o commedia, ma il continuo rullare del tempo che se misurato diventa angoscioso, ma se agglomerato in un popolo di voci che canta in complesse armonie algoritmiche, può diventare una festa, un momento di puro godimento, di ipnosi sonora e di allentamento dei legami e delle cure mondane, come è accaduto al sottoscritto, quando ha sentito l’autore performare i suoi pezzi come una serie ininterrotta di cadenze oniriche e giocose, forgiate per imitare la finitudine del tempo che da umano, mirando all’eternità, diventa divino, infinito, ancestrale.

Stelvio Di Spigno   

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