Microfiabe, Claudio Recalcati (Mondadori, 2010)

Franca Mancinelli

Le Microfiabe di Claudio Recalcati (Mondadori, 2010) non appartengono al tempo remoto e dislocato del “c’era una volta”, ma al tempo del rimpianto, della colpa, di una coscienza che s’accende dopo, quando non può più agire sulla vita se non attraverso il corpo frammentato e  incandescente della poesia. «Avremmo potuto», «Avremmo dovuto» ripete più volte Recalcati, scandendo i movimenti del rimorso, nella poesia d’apertura e in altri due testi in cui riprende il tema dell’uomo “addomesticato” (a cui aveva dedicato un poemetto nel suo libro precedente, Un altrove qualunque), sferzando di amara ironia il suo allontanarsi fiero e vanitoso dagli istinti, dal calore animale che «cova nel ventre». Già in Un altrove qualunque (Moretti e Vitali, 2001) questo motivo affiorava insieme alla ricerca di un dettato più fisico e violento, che sciogliesse le contrazioni di una voce consapevole e tecnicamente dotata, conquistata attraverso un lungo apprendistato. Nella stessa direzione, verso una maggiore concretezza e densità, si poteva già leggere il suo proiettarsi in altre figure, dilatando quell’intervallo tra il suo io e gli altri, in cui può prendere forma il tessuto di una storia. Di qui la tendenza a riunire una sequenza di testi sul filo di una narrazione, evidente nell’ultima parte del libro e proseguita in Microstorfiabe, quasi un unico poemetto che affronta il problema del male, della distanza o pudore da tenere, dello sguardo e dell’innocenza con il quale esporci a questa esperienza della carne dolorante e della mente devastata. Il luogo da cui parte la storia è una corsia di ospedale, o Vicolo dei macellai, dove il corpo morente del padre con cui il poeta tenta di interloquire («Come ti senti», «cosa mi dici»), e di riconoscere oltre la metamorfosi, la frammentazione e dislocazione che subisce, lo “incatena” e “crocefigge”, facendogli registrare Una sconfitta parziale (così intitola la seconda sezione). Privo di metafisiche certezze da opporre, il poeta ritrova al capezzale del padre lo sguardo inerme dell’infanzia, e la consapevolezza, già presentita e maturata in lui, di un male che accettato, «è la più grande forma di coraggio». Così può offrirsi In pasto all’orco (questo il titolo della terza sezione), un secolo che ha lasciato rovine e «macerie umane», per tornare a scegliere «le strade laterali» e “sbandare”, attratto dal fondo, da una verità che germina nel male. Come Dino Campana, poeta che “s’inebria e s’inabissa”, al quale Recalcati dedica la quarta sezione componendo un altro ritratto del dolore, un altro Cristo sofferente. La rabbia che nel Vicolo dei macellai assaliva il poeta insieme all’impotenza e al senso di colpa, qui lacera Campana per ciò che è diviso dal suo corpo e che gli appartiene, in un “amore omicida” per Sibilla, sua “spina nel fianco”, sua poesia. Infine L’ortolano di Balzac, quasi un nero “romanzo d’appendice” in versi, in cui un giornalista-poeta insegue, tra sogno e veglia, una losca figura che regna nel fondo, nell’osceno e crudele luogo di rovine da cui Recalcati attinge l’humus per le sue Microfiabe. L’ortolano è infatti una sua creatura, simile per certi aspetti a Lupo, l’uomo inseguito sul sentiero di montagna nel Microromanzo del libro precedente, ma è anche suo padre, perché, come Lupo, proviene da un mondo altro, che lo attrae come un’origine a cui la sua lingua deve tornare a sporcarsi, a sprofondare. Questa la conquista di Microfiabe, una lingua febbrile, spinta dall’ira e dal dolore, quasi un «gergo involontario», un «groviglio di carne e senso», nel quale l’innocenza può germinare.

 

 

Claudio Recalcati, Microfiabe, Mondadori, Milano 2010, pp. 89, euro 14,00.

 

 

«Poesia», XXIV, n. 262, luglio/agosto 2011, pp. 55-56.

 

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