Semprevivi, di Adelelmo Ruggieri (peQuod 2009)

Franca Mancinelli

Semprevivi sono fiori che non hanno bisogno di acqua e di cure e per questo spesso vengono posti accanto alle lapidi. Adelelmo Ruggieri intitola così il suo terzo libro di versi (Semprevivi, peQuod, 2009) riprendendo il titolo di un poemetto in tre parti dedicato proprio alla visita del camposanto e al sentimento che lo guida ad occuparsi dei morti, adempiendo piccoli e semplici gesti. La poesia è per lui un “atto di parola” (questo il titolo della prima parte del libro), un mantenersi fedeli alla vita, alla responsabilità di proteggerla con la propria attenzione, la propria presenza. I suoi versi vorrebbero dunque essere fiori freschi, un dono ripetuto contro il corrompersi, un rito che sospende l’azione del tempo. E lo sono grazie al loro esporsi all’alba, a quella “prima luce” inerme e pervasa da un’energia raccolta, dalla grazia di un giorno appena cominciato. Ma Semprevivi è un titolo che va inteso anche come un’invocazione appena pronunciata, allo stesso modo del libro che lo ha preceduto, Vieni presto domani (peQuod 2006). Una preghiera perché non si perda quel lavoro che per piccole illuminazioni, scarti e riprese ha dato una forma alle emozioni e ai tremori dell’esistenza. Semprevivi è infatti un libro che si è creato come dall’ascolto di un «rubinetto che dà forma, perdendo / goccia dopo goccia, al tempo». «A me piace la scrittura che frana. […] A me piace chi scrive facendo sentire quello che siamo tutti, in bilico sui cornicioni. L’importante è avere davanti uno stato di esposizione e non un signore che esercita la sua professione» (Franco Arminio, Nevica e ho le prove, Laterza 2009). Questa dichiarazione di poetica potrebbe essere sottoscritta da Adelelmo Ruggieri, poeta di Fermo, classe 1954, autore oltre che di tre libri di poesia, di un “viaggio a due nelle Marche dei poeti”, condiviso con Massimo Gezzi (Porta marina, peQuod 2008).

Scrivere per Ruggieri è un atto di rieducazione emotiva. È camminare e vedere, camminare e pensare, mentre attorno sfila il paesaggio, accadono gli incontri: «gli spazzini che prendono il primo caffè», i primi fornitori del supermercato, l’anziana che esce per la prima funzione e le altre rare presenze che incrociano la sua insonnia. Mentre cammina scandisce le fitte di dolore nel ritmo dei passi, scioglie le ansie in un respiro più lungo, e compie anche un viaggio all’indietro, vede e rivede, si lascia abitare dal passato e proietta il presente lontano, alleviando il dolore: «Quando restò solo / per diverso tempo / accostava sempre / il suo viso / al vetro della stanza / Preparava così / la sua pena / alla sottigliezza / del ricordo».

Semprevivi raccoglie i minimi segni con cui la natura sembra parlare alla nostra esistenza, guidarla verso una verità che può intuire soltanto uno sguardo bambino: lo spostarsi delle ombre, il cadere delle gocce, la linea delle conchiglie, la distanza tra le fronde, nascondono tracce da interrogare, da custodire. Il dolore così diventa “incorporale”, si specchia nel paesaggio, si scioglie in una mitezza che proviene dal cuore delle cose: «Tu guarda un albero / guardati in un albero / Guarda nel tuo sguardo / come scrive un albero / piano nello spazio / solo rami e fronde e nodi / e nidi». La sfida accolta da Ruggieri è quella di una scrittura come atto naturale, come gesto dentro la natura («erano le righe le sue bracciate, gli a capo le virate»), e insieme di una scrittura a presa diretta, quasi un diario febbrile e compulsivo che registra le turbe e le irresolutezze di un’anima esposta ad ogni tremore, variazione dell’aria e della luce.

 

 

Adelelmo Ruggieri, Semprevivi, peQuod, Ancona 2010, pp. 57, euro 8,00.

 

 

 

«Tratti», XXVIII, n. 90, maggio 2012, pp. 81-82.

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