Mese: ottobre 2014

La ricerca dell’esperienza. Su "Tua e di tutti" di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)

Bernardo De Luca

                 1. La favola dell’esperienza

Cominciare un’impresa significa gettarsi in un’azione che avrà un esito incerto; eppure, quasi sempre si ha la certezza che una conclusione ci sarà. L’impresa, quindi, si configura sempre come una scommessa, che presuppone la volontà forte di un soggetto disposto a fallire. Tua e di tutti di Tommaso Di Dio si apre con Continua a leggere “La ricerca dell’esperienza. Su "Tua e di tutti" di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)”

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"Figure mancanti" di Luciano Neri (Transeuropa, 2014)

Stefano Raimondi

Dopo due raccolte che hanno il mare come personaggio/sfondo di un procedere per tentativi umani (“Dal cuore di Daguerre  2001, “Lettere nomadi” 2010” ), ora saranno le territorialità omeriche di un Mediterraneo interrogante e sconfinato, a dettare al poeta parole ancorate ai loro confini e alle loro storie: “Il confine non ha nome/dorme in chi lo ha perduto/vive nell’altro appartato […]”. Sono versi calco di un perdersi e di un ritrovarsi, quelli che Luciano Neri, nella sua terza opera imbastisce, per condurci in un percorso scritturale fatto di luoghi, d’incontri ma anche di esperienze e scene che, all’“inverosimile” chiedono la forza e al “vero” l’autenticità.  È una raccolta che sembra continuare, immaginalmente e simbolicamente, la precedente -“Lettere nomadi”(2010),-come fosse un messaggio trovato e rispedito dalle retrovie dell’abbandono e della sparizione. Tentativi umani lasciati tra le acque di un Mediterraneo “epocale” e tormentato.  “Figure mancanti” sono le voci/corpi che riemergono dall’erranza per empatia e desiderio; che diventano “parlanti” per troppa abbondanza di dolore e scarnificazione dell’esistere. Le notizie/scene che Neri raccoglie durante il suo incamminarsi (Grecia ed ex Jugoslavia), si impiantano nella poesia come “gesta” di rincarnazione, come “atti” intenzionali di un passaggio/paesaggio reale dell’esistente, reso evidente dalla morte/vita, che si espone dai residui di un’umanità sola, incontrata e incrociata destinalmente. Qui l’occhio ritraente/scrivente del poeta, evidenzia una desolazione e nel contempo, una fascinazione territoriale ed umana che domandano ai viandanti – a chi si fa ancora incontrare –   un segno di riconoscimento, un gesto di memoria. Una traccia che deve trasformarsi in testimonianza oculare per divenire reale: esistente. Le voci che Neri interroga sono, infatti, simulacri che chiedono realistica udienza: corpi e membra per continuare a “dirsi” e ad “esistere”. Continua a leggere “"Figure mancanti" di Luciano Neri (Transeuropa, 2014)”

"Ho questa carne scomposta in molte vite" : sulla poesia di Francesca Matteoni

di Cristina Babino

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato.  La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.

Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo. Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle.

Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca, rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio[1], del posto dove si accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco[2] e di Un’altra Alice[3], la cantina, un armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde[4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro. Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità. Continua a leggere “"Ho questa carne scomposta in molte vite" : sulla poesia di Francesca Matteoni”

Oroscopi, di Veronica Fallini (Lietocolle 2012)

di Davide Castiglione

La pulizia descrittiva e il modesto understatement del titolo (Oroscopi) e del sottotitolo (E altre minute ossessioni) dell’ultima raccolta di Veronica Fallini possono di prima battuta trarre in inganno anche il lettore di poesia più navigato: un inganno in realtà dovuto a eccesso di sincerità da parte dell’autrice. Cerco di sciogliere l’apparente paradosso, di tramutarlo da frase di facile effetto a effettivo ma difficile punto d’ancoraggio critico: se infatti – come spesso accade nei titoli dei libri di poesia – “oroscopi” è sostituzione metonimica per “poesie”, e “minute ossessioni” una loro ulteriore caratterizzazione, allora verrà di leggere queste poesie come qualcosa di irrilevante: dopotutto, complice le nostre associazioni automatizzate e perciò acritiche, per noi gli “oroscopi? sono i prodotti di un’arte divinatoria fallace, ingannatrice e commercializzata; non miglior sorte sembrano avere le “minute ossessioni? del sottotitolo, che richiamano alla pratica diaristica, all’annotazione privata e pertanto, ancora una volta e implicitamente, irrilevante. Il titolo ci dice dunque, alla lettera: “qui non troverai niente di vero, né di rilevante, passa oltre se vuoi”.

La lettura dell’intero libro inganna però almeno due volte questa attesa: da un lato, ciò che Fallini fa con la poesia è rilevante e le corrisponde un senso di verità estrema, che corteggia gli abissi della sparizione e della morte; dall’altro, queste poesie sono davvero arte divinatoria per la lucidità e l’ansia con cui interrogano il dopo, mentre ossessivamente tornano su pochi fulcri tematici che illustrerò in seguito. Infine, la loro misura sia versale sia testuale ne fa oggetti linguistici minuti, per l’appunto. Quindi, verità nell’inganno, e viceversa. Continua a leggere “Oroscopi, di Veronica Fallini (Lietocolle 2012)”