Dietro ogni cosa una voce: su "Argéman" di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 2014)

Gianluca D’Andrea

Speranza è il tema di Argéman, l’ultimo libro di Fabio Pusterla; “sperante” è tutta l’opera dell’autore svizzero e fondata sul recupero o conservazione, a disastro avvenuto, di barlumi di vita e natura, perché l’accesso alle vicende estinte – o a rischio d’estinzione – passi dalla “nominazione” che è volontà residua di salvaguardia, appunto, e protezione.

“Argéman”, lingua di neve perenne, sarà l’altro nome della poesia, il vero senso, l’eterno resistere della parola alla fine, e ammissione della stessa, ineluttabile, necessaria.

Come ogni vera poesia, anche quella di Pusterla ammette la sua “dispensabilità”, nonostante sia rimasto in vigore l’impulso alla ricerca di un approdo, rifugio o pausa di respiro di un flusso esistenziale avvertibile solo in termini di catastrofe: continua, avvenuta, a venire.

Tracce, ancora, segnali possibili tornano in questa raccolta di poesie a riconferma dell’importanza del ricordo e preavviso di qualcosa di ancora innominabile ma, nella volontà agonistica della scrittura, possibile.

Frammento di paesaggio

Farfalle di ruggine, dadi, angoli retti,

vita che qui rinuncia alle sue stelle.

Ogni traversina

inchiodata a un destino di rotaia,

parallele eterne, immodificabili, ciottoli

attorno che hanno la tinta del ferro. Anche il vento

ha un odore metallico, brucia la pelle.

Un pezzetto di quarzo

strappato al suo futuro di cristallo

luccica in mezzo al nulla,

ricorda qualcosa o preannuncia,

a suo modo ribelle.

(p. 18).

Nulla di nuovo, è vero, ma al poeta interessa captare un riscatto nell’avvenuta perdita, non il panorama inedito ma quello passato segnandone la possibile rinascita nella trasformazione.

La prima sezione di Argéman, Opposizioni, sovrapposizioni, vive in questa prospettiva minima d’attesa, sensazione già avvertibile nelle raccolte precedenti di Pusterla, ma sempre funzionale a un desiderio di fuoriuscita e tensione al miglioramento. I disastri, i detriti, gli scarti, si accumulano per asindeto – anche nei titoli dei componimenti, che in questo procedimento ricordano alcune aperture zanzottiane, si vedano gli accostamenti volontariamente im-pertinenti come in Verticalità, crolli, collegio dei docenti o Belgrado, palazzi sventrati, tenda – nella pressione opposta al vuoto onnipresente, per manifestare l’esubero di nominazione e rilevare, così, il nesso che lega il nulla alla presenza, la morte alla vita, la pagina bianca alla scrittura.

L’operazione di scarnificazione del senso, in cerca del nocciolo di resistenza dello stesso, crea un movimento discendente in cui, all’improvviso, balugina l’essenziale che mantiene nella trasmissibilità del messaggio la sua forza, minima, è vero, ma per questo più potente, come «in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva/ imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,/ ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,/ o un frammento di sasso, o un po’ di polvere/ che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,/ in una cenere spersa, in un velo/ di ossa frantumate» (Fili de la pute, pp. 44-45, vv. 38-44)

Argéman, in sostanza, dà l’impressione di essere il libro che riconferma l’intero percorso di ricerca di Pusterla, poiché tende al consolidamento dell’acquisito e del già prodotto; libro successivo allo slancio e alla sicurezza espressiva raggiunta in Corpo stellare, vive comunque in quella luce. Seppure lo scarto, avvertibile tra le due opere, appaia lieve, occorre focalizzarne la presenza e comprendere che l’attenuazione dei toni, la luce fredda di Argéman, punta il suo occhio sugli aspetti degradati del reale con maggiore ossessione, giustificando, così, le riflessioni “pessimistiche” sulla morte e l’inferno sociale. Come se la tensione civile si fosse indurita a causa dell’ineluttabilità del male, per cui pietas e invettiva sono sempre più unite in una necessità di nominazione in cui la speranza è affievolita, quasi ineffabile:

Verso Heraclea

Né santo né cane né gallo. Dal mare

affiorano oggi soltanto cadaveri gonfi.

Vengono dai carrugi

dalle coste scoscese da lingue

scarse di terra sassosa

vigneti di sangue a strapiombo

cantine infossate

madri antiche e caverne.

Vengono da un paesaggio devastato

da predoni ed incuria

dove i torrenti possono alzarsi in un urlo

e via spazzare col fango e i potenti signori

dire parole di fumo impuniti

parlare del destino

canticchiare.

I cadaveri dei poveri danzano sulle onde

verso flotte bianche di Heraclea

gli yacht lussuosi dei ladri.

(p. 52).

Le «nequizie quotidiane» che inondano come un «mare ammalorato» l’ultima parte della prima sezione s’infrangono sui minimi barlumi di senso, sullo «smunto/ resistere» dei barbagli degli oggetti e delle vite animali, ecosistemi di un mondo sempre più tormentato, sfibrato. L’alternanza di vita e morte rappresentata da salti di accensione cosmica e cadute vertiginose negli infimi accadimenti concede, nella contemplazione dell’alterità, attimi visionari fino a riassorbirsi nell’umiltà del racconto.

La fuga immaginifica è sempre smorzata, la volontà del soggetto di non separarsi dall’evento riesce a mantenere l’aderenza al reale, eppure, allo stesso tempo, evidenzia la monotonia di un dire che continua a oscillare tra resistenza e distruzione.

Dopo Corpo stellare, la potenza deflagrante, presente sin dalle origini nella poesia di Pusterla, avrebbe potuto dispiegarsi, invece si avverte come un contenimento, una forza che argina ogni fuoriuscita. Slanci e astensioni si alternano e provocano un senso di frustrazione e logorio in cui va a profilarsi, o meglio s’istalla, lo sbilanciamento pessimistico cui facevamo riferimento:

Prove generali del silenzio

Spegnere tutto, sprangare

eventualmente le finestre, i cuori.

Respirare con calma.

Ascoltando i rumori

che filtrano dai vetri,

dai muri, dai ricordi:

rumori senza suono,

voci silenti, autunni

che strapiombano.

Eppure no, lo sai, anche questo è un lusso

facile e prematuro. Un’avarizia.

Là fuori, ancora, là fuori.

Dentro l’imperfezione

dell’effimero, il radioso

contraddirsi dei giorni

e i desideri.

Dentro il flusso,

la gioia e la mestizia.

(p. 75).

La seconda sezione, Argéman (titolo, sappiamo, dell’intera raccolta), infatti si apre sulla metafora della custodia di un passaggio, collegato al nome dell’autore – “piccola porta”, appunto, che prova a tutelare le parole –, nonché sulla conferma della plausibilità che tutto si liberi e «abbia luogo/ che tutto si muti e ogni cosa si perda/ e si trovi diversa, che nulla/ sia fatto prigione o negato» (Regole per il custode della piccola porta, VII, p. 85, vv. 8-11).

Il percorso della speranza è come incastrato tra la conservazione di un mondo cui non si può ancora rinunciare (il passato nostalgico e il suo ricordo) e il fluire dell’inedito in cui ancora il linguaggio non fa presa. Le regole della salvaguardia, illuminanti in Corpo stellare, s’incagliano nel dubbio, scompare la certezza di un approdo ma non è ancora possibile prendere il largo:

Versi dell’assenza di luce

Stamani il freddo irrigidisce il cielo, i passi

cricchiano sull’asfalto. L’acqua è ferma,

quasi mutata in cristallina pietra. Non gru

che a stormi vanno nella bruma: lungo i moli

gli aironi e i cormorani ammutoliti

tacciono mesti ai mesti giorni algenti.

L’alma ch’arse per lei sì spesso ed alse

vaga smarrita sopra ghiacci neri.

*

Quello che forse scrivi e poi cancelli

a cose fatte cade nel cestino

virtuale, con documenti inutili,

residui e forse abbozzi senza gioia,

speranze e sogni.

più tardi, con un piccolo rumore,

scendono al grande vuoto che le ingoia.

Non cambia nulla.

*

Poi, se la luce torna, è più abbagliante.

Cara luce, puoi dirle,

dov’eri stata, dove

ti avevano rinchiusa? Come hai fatto

a scappare? Si temeva

di non vederti più, di non vedere

più nulla, sai, per sempre.

Invece eccoti, anche solo un istante.

Eccoti qui. Quasi smagrita, splendida.

(pp. 87-88).

«”E non è questo il posto dove siamo”:/ sul bilico dei tempi, sui confini/ dell’essere» (Terra ritrovata, II, p. 90, vv. 1-3), la consapevolezza della “crisi”, della spaccatura epocale, crea il disagio che supera le “sagge” certezze del buon senso e dell’evidenza, proponendo l’oscillazione sempiterna tra vecchio e nuovo, tra passato e futuro. In Argéman, però, è in vigore una strozzatura, un’ostruzione. Il testo omonimo ne presenta i sintomi: la resistenza è tutta in quella parola ripescata e quasi estinta – il titolo, appunto – che attenua la possibile perdita, puntando il cuore della vita, fatta di apparizioni e scomparse e che, la poesia, ha il compito di preservare o distruggere. Il clima è algido, «privo di logica», in accumulo, infatti, nella parte centrale del componimento, la sintassi sussulta e si sfaldano i connettivi, si agisce per accrescimento, per asindeti che non chiedono ordine ma presenza originaria, «mucchio». Così i frammenti acquisiscono rilievo, le parole diventano pietra e suono, o meglio, sonorità minerale: «Negli interstizi, nei resti, prime vite marginali,/ cenni, stelle a venire».

Il testo è certo sintesi di un tentativo più vasto, di accoglienza della diversità e dell’alterità. Per coglierne la sua bellezza fredda e, allo stesso tempo, materica, pulsante, occorre riportarlo per intero (la valenza “cosmogonica” e l’impatto violento delle parole, isolano Argéman dal contesto “critico” del libro e ne fanno il cardine della continua rinascita che da sempre preme all’autore).

Argéman

Di valanga in valanga, scoscendendo

sul nerofumo dei prati: massi, tronchi

e tronchi portati verso il basso.

Dopo, sopra ogni cosa,

un silenzio, la luce raggelata.

Acqua che scroscia nei vuoti delle rocce,

respiro agro del tempo passato.

*

Forcola, e se qualcuno, sia montato

e da che pista, lassù. L’altro versante abrupto:

sempre stato così? Quello che c’era prima o che poteva

eventualmente esistere, un progetto o una speranza

ora inimmaginabili. La perdita

di ciò che non sai più di avere perso.

*

Magra, una lepre sta immobile e guarda.

Poi scompare in un buco. Ogni parola

adesso sembra concava, implosa, una bolla

di freddo, incapace di dire. Bocca sorda,

mano senza sentire

*

Gli strati, privi di logica, ordine. Ghiaccio

su fuoco rappreso, terriccio, poi quarzi, pietraie.

Epoche, cosmogonie, perfezioni precarie. Nel mucchio,

anche loro. Slogate.

*

Impercettibili fruscii, minimi insetti, licheni che si insinuano.

Negli interstizi, nei resti, prime vite marginali,

cenni, stelle a venire.

*

Chi passa a valle fissa alto l’argéman, la sua lingua

di neve incomprensibile, vampa.

*

Ciò che risplende e acceca. L’onda d’urto dei mondi.

(pp. 94-95).

Entriamo nel territorio dei residui, delle scorie di senso, in direzione di un vuoto che si può trasformare in nuova dimensione, aperta solo a un diverso, perché incerto, possibile.

Intorno a un’antica domanda (pp. 119-120) è testo esemplificativo di quanto appena esposto, basta osservare la costellazione verbale costituita da «resti», cancellature, segnalazioni di perdita. Possiamo trovare «una via crucis cancellata dal tempo/ senza immagini e ormai quasi/ rovina» (Intorno a un’antica domanda, p. 120, vv. 25-27), accanto a «un disegno scomparso» ma «ancora da immaginare» (Ibid., vv. 28-29).

Lo spazio vuoto, il deficit di senso, si fanno «traccia» di custodia e resistenza – ancora una volta – perché noi tutti siamo «attraversati/ da un’assenza che interroga e apre/ domande come ferite e che fa splendere/ il poco che ci è dato, la bellezza/ di essere, nel tempo» (Ibid., vv. 42-46).

«Non cedere», nonostante l’assenza, questo l’ammaestramento per niente implicito di Argéman, il monito costante sempre presente nella volontà affabulatrice, ri-edificante di Pusterla.

Abbiamo già osservato che il rimedio al vuoto è la “forzatura” che il linguaggio compie in tentativi di segnalazione e riempimento; anche per questo i testi della raccolta sono disposti come in tensione oppositiva (non dico a coppie prestabilite, non è un progetto troppo calcolato a mio avviso), per cui l’oscillazione dell’esistere è riprodotta per pieni e vuoti, dalla desolazione di parole implicate nella perdita e nel malessere, si passa all’accumulo magmatico (gli asindeti, di cui sopra) fino alle illuminazioni imperscrutabili e misteriose della bellezza (il mondo naturale, animale soprattutto, come sempre, interviene e risponde per necessità al richiamo della vita, senza ulteriori sovrasensi).

Si assiste a continui cortocircuiti, allora, in cui la pietas è sottoposta a pressione per la frustrazione derivante dal timore della perdita: il mondo s’intravede come superamento o scomparsa definitiva.

La sensazione che ne scaturisce, leggendo questo percorso per sbalzi e cadute, è di compartecipazione all’attraversamento di una crisi, di una scissione quasi irrimediabile. Siamo al fondo della verità ontologica che il libro tenta di dimostrare: il mondo a venire non è ancora nominabile e quindi non resta che aggrapparci al trascorso, ai residui vitali, per rilanciarli nella speranza di una ricezione futura, messaggio nel vuoto cosmico in cui vaghiamo, sempre a un passo dal naufragio.

La poetica del “residuo” è, allora, funzionale alla conservazione di una tradizione, di cui il linguaggio della poesia fa parte, sempre a rischio di estinzione: quella umana e della “verbalizzazione” dell’esistente.

Dopo gli slanci di fiducia presenti in Corpo stellare, Argéman manifesta il limite della lingua, la sua difficoltà di aderenza a un contesto in trasformazione, al fine di «trasferirlo/ lui nella sua luce dentro i suoni» (Paesaggio d’inverno, pp. 124-125, vv. 2-3).

Forse così è possibile spiegare alcuni passaggi in apparenza ripetitivi, eco dei libri precedenti, manierismi involontari: «Dietro ogni cosa una voce, quasi un canto/ argentato. Ma la vera/ voce che parla è tutta immersa nell’ora (presente, nel minuto presente,/ ha un inizio e una fine,/ e talvolta commuove nel suo effimero./ Scegli il presente, tieniti alla scia/ come ferita nel lago che parla al passato, e poi l’estremo/ lacerto di futuro che balugina,/ non chiamarla speranza,/ solo un non si sa mai, l’increspatura/ dell’attimo» (Ibid., vv. 20-30).

Rispetto al quadro disarmante scaturito dalla difficoltà di dire il mondo presente (solo il mondo della natura – il passato – sembra possedere opportunità in positivo), i testi più produttivi in prospettiva futura sono quelli in cui l’accumulo non manifesta alcuna “reattività” alla presunta scomparsa. L’elencazione non è furiosa, non vuole colmare un vuoto ma vive nella crisi, si neutralizza nell’evento fino a esplodere in visione: il soggetto è dentro il quadro.

 

Partita

Adunata dei disastri su questa pianura.

Qui il muro sfatto piange il suo nerofumo, la luce

il suo abbandono. Terrazzo affacciato ai binari.

Ma sorride la donna che culla un neonato,

l’arbusto è agitato dal vento. La corsa randagia di un cane,

il cavallo fermo immobile nel prato.

Presente che pulsa passato che morde futuro che non si può dire.

Partita di calcio in un angolo, campo sterrato. La palla

che sale nel sole. Poi pioggia. L’angoscia e l’ardore.

(p. 133).

L’inversione produttiva, se confrontata con la volontà affabulatrice, presente in Argéman come in altre raccolte di Pusterla, può passare proprio dalla fine della pulsione agonistica: il «non cedere» che si concede alla sua scomparsa. In questa dimensione la raccolta diventerebbe una “porta d’averno”, catabasi in direzione rigenerante. Il soggetto non sarebbe più fuori dal racconto – come accade invece nella parentesi rappresentata dalla terza sezione in prosa del libro, Lungo il cammino, la cui unica funzione è di smorzare la tensione nella fluidità della narrazione, rimanendo, però, estemporanea e, in fondo, autoriferita – ma partecipe, personaggio della propria operazione e, perciò, umilmente immerso nella realtà della scrittura, in quanto possibilità immaginifica (come avviene proprio in Partita).

A concludere Argéman, e il suo movimento discendente nel negativo dei fatti e del mondo – e che si apriva con l’avviso, quasi sintomatico, in esergo, della caduta esasperata del sole come pioggia, immagine lancinante e visionaria forse totalmente attribuibile ad Arnaut Daniel – è ancora un simbolo animale: la libellula, correlativo di un equilibrio imperscrutabile, presente per barlumi e sempre sull’orlo della scomparsa, visione passeggera ma fulminante.

Al mistero e allo stupore per la storia millenaria dell’essere si contrappongono – nel poemetto Libellula, appunto – i panorami devastati, la “terra desolata”, in cui ci troviamo a vivere, misere macerie della nostra, non certo indispensabile, quotidianità.

Ai movimenti elegiaci (vedi l’incipit di Neblina, «Nella notte sospesa, sull’argento/ dei prati brumosi e come al margine/ di remote boscaglie, di un’altra/ inaccessibile dimensione o nostalgia,/ appaiono i caprioli, i cinghiali e le volpi/ dai grandi occhi chiari», p. 156, vv. 1-6) si aggiungono gli pseudo-sonetti della serie Ospedale del giocattolo con i suoi piccoli spiragli d’abbandono al flusso esistenziale; le associazioni spaziali derivanti da una ricerca, riguardante il titolo della raccolta, effettuata su Google, si affiancano alle invettive incentrate sull’umiltà della vita (e del suo resistere) in Amaranthus palmeri e Terra del lavoro.

In mezzo alla “correttezza” di questi testi, in cui si trasformano pietas e trasporto negli impulsi di sdegno o d’afflato con cui l’essere umano di buon senso risponde alle cadute dell’esistenza (propria e sociale), s’incastona un testo per certi versi riassuntivo dell’intera operazione: Verbale delle cose non dette. A colpire, nel componimento, è il respiro “epico” (distanziando la definizione da qualsivoglia dimensione “eroica”), nel senso di una vicenda in cui il soggetto è compenetrato nell’opera, senza possibilità di visuale esterna che tenti di smascherare la finzione del mondo, ma che finga, vivendola e immaginandola, la propria realtà. Come si è detto in precedenza, in questo procedimento di “inclusione” del soggetto, si svela la magia testuale che rende plausibile, ancora, la creazione linguistica.

Verbale delle cose non dette

per gli studenti del Leonardo da Vinci

di Borgomanero

 

Sotto gli scrosci di un maggio incostante che scivola in giugno

in un’aula di provincia nelle profondità orizzontali

della pianura padana

alla presenza del poeta operaio Fabio Franzin

e del fantasma lontano di Derek Walcott

signore dei Caraibi e delle isole qui rappresentato dalla voce

del suo traduttore italiano Matteo Campagnoli

distanti dal mare e dalla fiducia nei giorni a venire

e tuttavia prossimi alle onde alle montagne alla tenace resistenza

quaranta giovani studenti dell’Istituto Tecnico Leonardo

da Vinci non hanno detto le seguenti cose che volevano dire

cose di seguito fedelmente verbalizzate

a futura memoria.

*

Che tra i banchi è stato visto camminare un bambino silenzioso

tra le cui mani pendevano come alghe

piccole automobili prive di ruote

resti di classe operaia fatta a pezzi e smembrata umiliata

acciaierie miniere fonderie

capannoni lunghissimi in cui legioni di cucitrici

ricamano bandiere da issare a mezz’asta sul fondo del mare

su aste d’osso candido che un tempo erano tibie di schiavi

sopravvissuti nelle stive naufragati negli oceani

spolpati dagli squali

prima e dopo il naufragio

persi nella memoria collettiva scomparsi per sempre

come i seimila antichi fratelli anch’essi schiavi

crocifissi uno per uno tra Capua e la capitale dell’Impero

sull’Appia dopo la morte di Spartaco la fine del sogno primo

apparir del vero nella storia memorabile esempio

*

che il bambino silenzioso conosceva i nomi di tutti

i nomi di tutti i naufraghi i crocifissi gli impiccati

li recitava senza parlare tendendo le mani e le automobili rotte

come porgendo secoli o millenni di perduta memoria

alla figura offesa di suo padre uguale a tanti

come lui prima di lui dopo di lui

offesi e schiacciati senza onore né gloria

coagulati nel silenzio dei vinti e degli espunti

abbandonati alle acque di anonime paludi

avvolti dalle sabbie dei deserti dalle tundre del nulla

e sulle paludi sui deserti sulle tundre come sudarî

il bambino senza voce cantava

chiamando uno per uno tutti i nomi

nel suo squillante silenzio

nella dolcezza inaudita del canto e del vento

*

che il bambino taceva guardava negli occhi ogni studente

offriva un dono a ciascuno un augurio per il viaggio

e ognuno improvvisamente capiva di essere appunto in viaggio

da tempo attraverso mari tempestosi

fabbriche e mattatoi gabinetti privi di porta

zattere sprofondate sulle coste futuri precari

lavori a cottimo contratti a tempo subappalti call center

fuori dal tempo tangibile dentro il tempo immateriale

nella virtualità di un mercato di bolle e subprime

dislocazioni produttive trafugate ricchezze esibite povertà

e la conseguente negazione di ogni cosa

riformulazione in positivo

libertà concorrenza fiscale benessere diffuso che c’è e ci sarà

per tutti gli uomini di buona volontà per gli ubbidienti

per i bravi studenti che si formano come si deve

per la docile neve che copre ogni cosa e che ammanta

*

che il silenzio era dolce e tremendo e che ognuno pensava

perché non so parlare perché non posso agire

che cosa mi trattiene quante mani

quante mani non stringo e soltanto stringendo altre mani

potrei vincere l’ansia l’estrema debolezza

spazzare la neve dagli occhi vedere più chiaro

signor Walcott signor Fabio Franzin che sapete le parole

che sapete le mani mozzate le ossa sul fondo del mare

che sapete il silenzio delle mani il silenzio delle ossa

e poi il tepore delle mani che si sfiorano

la carezza della carne il tepore

e sapete il sorriso degli occhi

signor Walcott signor Fabio Franzin

vorremmo chiedere una cosa

ma non sappiamo cosa soltanto che è importante

e noi ne siamo lacerati in questo giorno di maggio

di pioggia tormentosa di improvvisa

disperata speranza che fa male

e ci dà un po’ di coraggio.

(pp. 183-187).

(Ottobre 2014).

Gianluca D’Andrea

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