Franco Buffoni, "Jucci" (Mondadori, 2014)

Stelvio Di Spigno

Jucci è un libro struggente, quasi un’altra pagina rispetto al Profilo del Rosa (2000), che pure appartiene a quella corda lirica da Buffoni accarezzata in modo tanto originale, senza cadere nei tranelli della lirica. L’ho trovato subito affabile, come se l’urgenza di ricordare e quella di raccontare si fossero fuse in un solo unico intento creativo. Le poesie non sono mai state così delicate e insieme definitive, con finali perfetti, chiusure nette, espressioni icastiche, eppure ricchissime di evocazioni, di sentimento, di pietà.

L’equilibrio che l’autore sa creare tra espressione e comunicazione, nell’ambito di una tensione verso il lettore da sempre presente nella sua opera, è praticamente perfetto. C’è dentro non solo tutto il suo vissuto, ma tutto il sapere intorno alla vita, come qualcosa di conclusivo, che è insieme saggezza e tragedia.

Anche sul piano dei significanti, c’è da rilevare una sorpresa, perché in Jucci Buffoni utilizza soluzioni retoriche che impreziosiscono tutto il dettato (non che prima non ci fossero, ma stavolta sono acutamente fuse con i contenuti) e forniscono l’idea di una voce che viene da lontano, di una realtà fatta di verità sulle cose che sa di liberatorio, e i numerosi passaggi di registro sono calibrati con maestria. Il racconto lirico fluisce un verso dopo l’altro, direi un verso dentro l’altro, fino alla fine dei singoli testi e del libro. Jucci è il libro più bello di Franco Buffoni, il più profondo e vero, e insieme il più ricco sul piano letterario, formale e stilistico.

C’è da porre in luce, in questo stato di grazia poetico, il senso di gratitudine vero e proprio che ispira la lettura di questo libro: quella perfetta mimesi delle sue parole in corsivo (con le quali parla il personaggio realmente esistito di Jucci) è struggente fino alle lacrime, eppure questo effetto non è ricercato ma così naturale, così reale e intatto, che sembra quasi di poter toccare il poeta e la sua compagna, mentre quelle parole vengono pronunciate. Jucci, infatti, è simile a un oracolo demistificato, il paesaggio dell’alta Lombardia sembra un Arcadia senza luce, e in questo assorbimento di moduli settecenteschi, sia italiani che inglesi, si consuma una sapiente intertestualità che fornisce risultati all’altezza delle intenzioni. Una volta tanto, verrebbe da dire.

La sensibilità verso l’animo dell’interlocutrice è una delle meraviglie dello straordinario lavoro che Buffoni ha compiuto in questo libro: l’amore, la morte, l’arte, la letteratura (e in special modo la poesia), la natura, il femminile (che è sempre inconoscibile), la memoria, il dolore, la presenza del male nel creato, tutto viene declinato in una forma affilatissima, che scaturisce dalla perfetta sintesi tra la prosa di un possibile romanzo di formazione e la raffinatezza retorica “nuova”, di cui ho già detto.

Jucci insegna e insegnerà molto, perché – per quello che dice e per come lo dice – è uno di quei libri che restano fissi nella memoria dei critici e dei lettori. Ero molto giovane quando nel 1997 uscì da Guanda Suora Carmelitana, eppure mi sembrò chiaro che quello era solo lo schiudersi di un bocciolo, e che il fiore, natura permettendo e a Dio piacendo, sarebbe venuto poi. E infatti  venne Il Profilo del Rosa. Ora mi pare che quel fiore sia al massimo della sua apertura. Ma a differenza del percorso naturale delle cose, la poesia non sfiorisce. Rimarrà aperto, questo fiore, come il «polittico» che apparve tanti anni fa (1984) nei Tre desideri e poi ritornò come testo incipitario proprio del Profilo del Rosa.

Per i poeti più giovani, Franco Buffoni sarà l’esempio di un poeta coltissimo eppure sempre bambino, di una grazia e di una purezza con pochi eguali, che come Yeats ha fatto i suoi lavori migliori in età matura. Ci servirà da monito, perché nella sua poesia, a differenza di quella di tanti altri poeti, è riuscito a trascendere anche se stesso. Di poeti miei coetanei capaci di fare questo, al momento, non ne vedo tanti in giro. E neanche di poeti coetanei di Buffoni, a dirla tutta. Ecco perché lui rimarrà, mentre altri passeranno. Ciò detto, spero che il libro entri nel cuore dei lettori migliori. Come sta succedendo a me, in questo strano e freddissimo inverno a cavallo tra 2014 e il 2015.

Stelvio Di Spigno

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