Novecento o post-? [“Tensioni di necessità” e scritture nuove]

Marco Giovenale

 

Forse le ipotesi che qui di séguito si fanno possono trovare verifiche anche nelle opere presenti in EX.IT – Materiali fuori contesto, volume collettivo e incontri di Albinea (12-14 aprile 2013: http://eexxiitt.blogspot.it/p/exit.html).

A mio avviso, alcune nuove scritture di ricerca possono non insensatamente venir definite non testuali. Ed essere in qualche modo distanti dal discorso e percorso anche storico della testualità (se con tale vocabolo intendiamo tessitura, campo di forze e di indagine di una prassi stilistica, in un orizzonte di “poetiche”). Alcune nuove scritture portano cioè in italiano traccia e senso (e mutazioni) del vocabolo francese écriture. Interrogano e si interrogano su una collocazione di se stesse all’interno o all’esterno del Novecento.

Se giusto di écriture propriamente si parla, a proposito di opere, esperimenti, luoghi o insomma ‘ambienti’ noti e già perimetrati da una parte – ancorché estrema – del secolo XX, sarà tentazione logica restare al Novecento. Ossia ricondurre al secolo passato=presente le pratiche attuali, quelle che costituiscono per chi qui scrive un riferimento implicito: in breve googlism, flarf, opere ‘glitched’, scrittura concettuale, prosa in prosa, letteralismo, scritture della “nudità integrale”, interazione fra codici, loose writing. (Pratiche in certi casi assai lontane fra loro; per certi aspetti o in certi autori addirittura quasi avverse una all’altra. Oppure no. Cfr. http://puntocritico.eu/?p=952).

Ma, posto che sul piano della cultura e della storia della cultura ben si sa che un secolo non inizia col gennaio dell’anno 1 per finire il 31 dicembre dell’anno 99, una domanda non illegittima è: quali sono alcuni dei caratteri propri del Novecento, e quali sono, tra questi, quelli che – pur manifestandosi in quell’arco temporale – sembrano condurre fuori dal secolo, o avviare trasformazioni in “qualcosa di non più novecentesco”?

Se ad esempio individuiamo nel Modernismo e nell’idea di textus-tessuto un elemento connotante il secolo, e consideriamo le varie declinazioni e reimpieghi di materiali elaborati dal postmoderno come un satellite tuttavia ancorato al Modernismo medesimo, troveremo in una alterità radicale rispetto al(l’idea di) textus-tessuto e al citazionismo moderno e postmoderno, ai fragments eliotiani e poundiani, anche una alterità radicale nei confronti di interi decenni di esperienze letterarie. Esperienze che in più (e inscindibilmente) davano e volevano come necessaria la collocazione dei frammenti nello schema cartesiano ascisse-ordinate del textus. (Patchwork, puzzle, sì, ma di pezzi individuati e tutti indispensabili).

Si dirà cioè: dopo il Novecento, il frammento non vale come più-o-meno-necessario (ma comunque necessario) tassello musivo di un disegno che complessivamente tiene (e che tiene perché è giustificato da una tradizione, una cultura, un gruppo di esegeti, dall’energia mitopoietica dell’autore, da una antropologia, o idee socio-politiche, o un quadro globale, per quanto esploso). Vale semmai in relazione a un disegno che è il suo proprio, un disegno che organizza in maniera oggettiva e tangibile e difendibile un campo di tensioni di necessità che mentre la pagina procede si generano (connesse alla rete della contemporaneità), si puntualizzano, si miniano, ma non rinviano al testo medesimo un ordine stabile di cui esse stesse sarebbero o si farebbero garanti. (Puntano semmai – non raramente – al contesto extraletterario che preme ai margini e davvero fuori del cerchio di coesione e coerenza del tessuto).

Quelle tensioni di necessità – interne – date dal frammento, impalpabili e allo stesso tempo percettibili, non si riproiettano all’indietro sul frammento in sé, sulla pagina entro la quale vengono a manifestarsi, sul libro di cui il brano è parte, per conferire a lacerto e pagina e libro una stabilità imperitura o anche limitata a un loro statuto di ‘sintomi’ storici, né per dar loro una verificabilità stretta in ordine a ragioni di stile o vicenda retorica esterna, registrata. (Va detto anzi che la nudità integrale di cui parla Jean-Marie Gleize ha anche questa natura: di non cedere alle altrui ricerche di appigli e giustificazioni negli stili – come nella storia, sia o meno – questa – soggettiva).

Tale funzionamento è omogeneo – corradicale – rispetto a quello dello scrittore che tendenzialmente, dalla propria posizione comunque (sì) autoriale, non riproietta a ritroso sul lettore (come eco che viene dall’opera) una richiesta di riconoscimento di solidità, di autorità, intesa come specchio egotico. (E si intende ego come “io”, moi lacaniano, qui, non “soggetto dell’inconscio”).

In ciò forse ritroviamo, anche, traccia di una diversa e certo non nuova considerazione di cui la figura del lettore è fatta – felicemente – (s)oggetto: non più fruitore passivo di prodotti, ma fautore e co-organizzatore di segni non pregarantiti, anzi aperti sul fronte esterno e scoperto e indifeso dei generi letterari, là dove i generi si sfrangiano e cedono al mondo e alle opacità del réel: il fronte del segno che non è più una definita/cristallizzata ‘poesia’ ma continua a essere scrittura, écriture. E ricerca.

Marco Giovenale

 

[ Testo comparso, in versione differente, nel contesto della rubrica
gammmatica, in «l’immaginazione», n. 277, sett.-ott. 2013, p. 24 ]

 

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