Recensione ad Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)

Marco Giovenale

Andrea Inglese, nel suo libro di versi e prose La grande anitra (Oèdipus, 2013), elabora e articola=ramifica una struttura intenzionalmente contraddittoria più che complessa; un ecosistema chiuso e insieme infinito, pieno di cose: la struttura o teatro in cui tutto si ambienta è una sorprendente grande «anitra cotta» dentro il cui ventre svuotato e reso abitabile tre personaggi non solo si muovono fra gesti ed elucubrazioni ma anche scrivono (scrive «meditazioni» il primo, A.I.; scrive «visioni» la seconda, Minnie; scrive «poesie» il terzo, Guardiano notturno), e si impossessano – da auctores – delle tre sezioni in cui il volume appunto si divide.

Questo ecosistema (o anti-egosistema) prende le distanze dall’allegorizzare e metaforizzare; non perché eviti di accumulare in sé (e sia in sé) allegoria, figura, metafore. È inevitabile che accumuli rinvii e profili così pensati. Il linguaggio ne è tessuto, di fatto, e così questo libro. Ma il loro accatastamento è scientemente quasi scientificamente finalizzato proprio alla vaporizzazione di ogni tensione rigida all’allegorizzare (e metaforizzare) solito, transitivo, diretto. È semmai una freccia lanciata contro le frecce biunivoche troppo facili che in qualsiasi manuale uniscono due punti A e B noiosamente distanti.

L’efflorescenza verbale ossessiva, la lista, l’elencazione (fin dalla prima raccolta organica, Inventari, 2001), l’irraggiamento semantico, i frequenti rapidi spostamenti di focus dell’attenzione: sono queste le derive della pagina di Andrea Inglese, sempre più radicalizzatesi in questo senso dopo il 2009 dell’antologia Prosa in prosa uscita per Le Lettere (ma già dal libretto Prati, La camera verde, 2007).

Come affiancandosi con indipendenza al modus dubitante del Faldone di Vincenzo Ostuni (della cui versione èdita da Ponte Sisto è stato attentissimo prefatore), ma da un versante peculiare, immaginoso e onirico più che ragionativo, Andrea Inglese in questo libro, trasvalutazione di tutte le narrazioni e le ramificazioni del visibile, svelle con pazienza e in buona sostanza irride ogni certezza topologica (abitare in un’anitra?), cronologica («Sono passati più di tre giorni e tre notti / l’anitra dovrebbe vomitarci»: comico tempo biblico: «secondo scritture»), percettiva («osservo gli alberi in giardino, / non sembra, ma devono essere alberi»), e ovviamente identitaria. E irride la vicenda, l’avventura, la peripezia («il verbo / ESSERE: agitazione con missione / nomi propri / zattera + difficoltà crescenti / la borraccia che si svuota»), che pure si incarica di incastonare nel pretesto e sottotesto filmico del Viaggio al centro della terra, come annota nella sua densa e attenta postfazione Cecilia Bello Minciacchi.

Incertezza, dunque. Opacità delle vicende, che tali poi non sono. Irrisione senza sarcasmo, anche.

L’atmosfera in cui i tre alter ego e protagonisti e autori (eteronimi) del libro si muovono, è dominata – specie nella prima sezione – da una velatura verbale e ambientale cinerea, cupo-lattescente, puntualmente beckettiana: «questo grigio in cui non si vede nulla / un’alba senza interruzioni», «Quella che a me sembra un’anitra / è forse il nitore della morte». Fino all’apparizione politica (inquietante) di un personaggio che viene a scompaginare il testo: «Gordon» (nome da fantascienza, da eroe in bilico sul kitsch), «uomo medio d’élite», «un uomo che incarna più di quanto pesa» (altra stoccata alla simbolicità dei personaggi, al rilevarsi muscoloso della loro statura di segni).

Questa apparizione fa trascolorare la prima sezione nella seconda, riquadrata – alla lettera, attraverso cornici lineari disegnate – dalla regia di Minnie, che incolonna una serie di «visioni» e in verità ekphrasis (analizzate con attenzione da Cecilia Bello Minciacchi, il cui saggio va citato ovviamente per la disamina rigorosa di tutto il libro, indagato anche nei referenti e riferimenti extratestuali).

Ogni ekphrasis è frutto di prelievi, citazioni, riscritture, in una quasi-festa barocca che Inglese avvia per (daccapo) squadrare in fondo politicamente il contesto immaginabile del cosmo o caos che nell’anitra si agita, non meno circense e sconcertante della precedente sezione:

«tanti piccoli cerchi, di tanti piccoli crani, a girotondo, con marionette intente ai punti cardinali […] Un uomo obeso, semicoperto da una tunica lercia e sprofondato su un sedile di pneumatici, fissa la scena con la bocca spalancata e schiumante […] Le macchine friggitrici si animano all’improvviso, quando un insetto volante, o un detrito spinto dal vento, atterrano sul pozzetto d’olio bollente»

Scenario perfettamente funzionante e oscillante fra Beckett, Burroughs, Fellini.

La terza sezione, affidata alle «poesie» firmate dal Guardiano notturno, è la più assertiva: ma l’asserzione è sviata dall’incipit battente, sempre iterato, sempre identico (il sempreuguale: come il “genere” poesia, in fondo), in cui scatta ogni volta la premessa metatestuale, in posizione di incipit, invariabile primo verso: «In questa poesia». In qualche modo una simile flessione permette all’autore di calare fendenti (civili) più scoperti. Eccolo allora misurarsi con la fine del pianeta (p. 102), con il lavoro alienante/uniformato (p. 97), o con la minaccia ai valori condivisi (messi in pericolo da una «voce morta», p. 110).

L’ultima poesia del libro è dominata da una metamorfosi dell’auctor, che si definisce «animale d’occhi», in questo toccando non tanto in forma diretta l’immagine mitica di Argo, guardiano di Io, quanto il tema della materiale (e materialistica) funzione di accumulo di sensazioni e dispersione dell’ego che un essere fatto interamente di occhi, di percezioni, incarna. In ciò una salutare deviazione dall’io (dal moi lacaniano, volendo): deviazione dall’interezza a favore del frammento, dell’indecisione, come si è detto; e dell’opacità (a volte minacciosa, a volte no) delle vicende, «e così via ramificando».

Se Andrea Inglese, nelle Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (PeQuod, 2013) inviava da un limbo a un limbo messaggi “per” rientrare in un contesto, in una situazione di (desiderata pur precaria) stabilità, qui nel volume èdito da Oèdipus è oggettivamente re-inserito, ma (genialmente) «dentro un’anatra cotta», ovvero nei riquadri inquietanti di Minnie, ovvero «In questa poesia». Sempre dunque sottoposto al vibrare molecolare – non metafisico, non prescritto dalla sorte o dal mito o dalla Poesia – dell’incertezza. Condizione non eterna, ma interminabilmente aggressiva, in una pozza-anatra entro cui nulla è chiaro e tutto, mal visto e (non) mal detto, chiede allo sguardo di farsi acuto, in difesa. E “a” difesa: di valori che la scrittura stessa volta a volta nomina (anche nei suoi margini extratestuali: ad esempio, nelle dediche del libro, rivolte alle persone care per le quali Andrea immagina un luogo che da «favela» si amplia a «eldorado»).

Marco Giovenale

[recensione comparsa in “il verri”, n. 56, ott. 2014]

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