Jourdain, #1: Stivali di occhi neri

Come si ricorda nel primo di questi pezzi, il signor Jourdain è un personaggio di Molière preso per i fondelli nel Borghese gentiluomo per la sua infatuazione per la “prosa”; un’infatuazione che, da allora, certo non m’è passata. Questo e i nove pezzi successivi in cui prende la parola questo avatar, e che grazie alla gentilezza di Marco Giovenale verranno qui riproposti (in considerazione della scarsa circolazione di allora – nonché appunto della testardaggine del signore in questione) con cadenza quindicinale (in qualche caso in versioni un po’ più ampie di quelle originariamente pubblicate, a loro volta comunque scritte all’epoca), uscirono dunque per la prima volta, dal febbraio al dicembre del 2010, in una rubrica che mi aveva chiesto di tenere Gianni Bonina sulla nuova serie di «Stilos». Dal 2002 al 2005 avevo già collaborato una quindicina di volte a una testata con questo nome, ideata e animata appunto dall’infaticabile Bonina, e che ai tempi usciva come supplemento culturale del quotidiano catanese «La Sicilia». Era un magazine spigliato, dinamico, pluralista; un piccolo miracolo d’informazione culturale. Chiuso per l’insipienza dei maggiorenti del giornale, con sana ostinazione isolana Bonina riuscì a farlo rinascere come testata indipendente, stavolta in formato quaderno ma con pagine tutte patinate e a colori. Non era più, però, lo «Stilos» di una volta; neppure la mia collaborazione, forse, veniva più apprezzata come una volta. I tempi cambiano, le persone cambiano, i giornali chiudono; così fece pure «Stilos», alla fine di quel 2010. A Gianni Bonina mando comunque un saluto riconoscente, ai lettori di «Punto critico», per l’impudicizia di questa «auto-chicca», non posso invece che fare le mie scuse.

Andrea Cortellessa

Stivali di occhi neri

«Straordinario! Da più di quarant’anni parlavo in prosa e non lo sapevo…». Così esclama Monsieur Jourdain nel Borghese gentiluomo di Molière: il classico «arricchito» che vuole entrare in società. Ha incaricato un filosofo di scrivere per lui un biglietto a una signora del «bel mondo», e questi gli chiede se lo voglia in prosa o in versi: «tutto quello che non è prosa è versi e tutto quello che non è versi è prosa». Di qui la scoperta, comicissima, del parvenu. Qui il vostro Jourdain darà conto di libri la cui scrittura – perché in versi o appunto in «prosa» non narrativa – si distingua dall’odierna lingua della comunicazione. Farà forza a una sua superstizione, la quale di norma gli vieta di scrivere di libri tradotti; i libri di poesia (o di «prosa»), più ancora di quelli di narrativa, sono per definizione intraducibili: così parlerà dei traduttori e delle loro scelte, ove gli capiti di proporre autori non italiani.

È il caso di 47 poesie facili e una difficile di Velimir Chlebnikov, uscito da Quodlibet a cura di Paolo Nori (pp. 91, € 9.50). Due parole sulla «Compagnia Extra» in cui è uscito (dopo libri amati dal Signor Jourdain come l’Eugenio Oneghin di Puškin nella vecchia e affettuosa versione di Ettore Lo Gatto o Un artista del digiuno, che alle prose pubblicate in vita da Kafka fa seguire un saggio di Ermanno Cavazzoni). Anche questo è un titolo che piace molto al Signor Jourdain, e se non l’avessero già scelto Jean Talon e Cavazzoni che la collana dirigono (con la consulenza «extra» di Gianni Celati) anche lui avrebbe intitolato la rubrica con qualcosa del genere. I libri che gli piacciono sono sempre extra, un po’ fuori dalla norma; gli piacerebbe anzi che ogni volta violassero le sue stesse aspettative (con gli anni mi sta diventando incontentabile, Jourdain).

E non si può immaginare autore più extra, forse, di Chlebnikov. Se dico «immaginare» è perché la passione per questo sublime fanfarone (si proclamò «Presidente del globo terrestre», e nella sua poesia la geografia gioca una parte rilevante) è stata rinfocolata, anni fa, da un romanzo quanto mai extra (non è vero che i romanzi non piacciano mai, a Jourdain) scritto da Paolo Nori, Pancetta. Dove la biografia sventurata del poeta (che Majakovskij teneva a distanza perché gli operai non avevano modo di capirlo) era simbolo di tutto ciò che in letteratura non può avere alcun valore commerciale, di intrattenimento, di parenesi etica o politica. Nessun «valore», in effetti, che non sia la sua stellare e strafottente bellezza. A Chlebnikov Nori – che in nome di questo anarchismo, di recente, ha fatto anche scelte discutibili – resta fedele con uno spirito che Jourdain riconosce fraterno: «è come una fidanzata, che non vuoi fare vedere agli amici […] sei in imbarazzo a farlo vedere perché pensi che tu, così come sei, non riesci a farlo vedere bene, perché lui è di più». Se ha superato questi imbarazzi, Nori, è per due motivi: il primo è che da vent’anni non si trovava niente in libreria, del Presidente; il secondo è che una leggenda lo vuole poeta «impossibile» per l’astrusità concettuale e linguistica. Quando invece ci sono poesie, come questa, che tutti dovrebbero conoscere, e che Nori sceglie per noi: «Le ragazze, quelle che camminano, / con stivali di occhi neri / sui fiori del mio cuore. / Le ragazze, che hanno abbassato le lance / sul lago delle proprie ciglia. / Le ragazze, che si lavano i piedi / nel lago delle mie parole».

 Andrea Cortellessa

(2010)

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