Recensione a Giulia Niccolai, "Il grande angolo" (Oèdipus, 2014)

Fiammetta Cirilli

Il primo dei testi rari del Novecento letterario riproposti nella collana à rebours, diretta da Cecilia Bello Minciacchi per l’editore Oèdipus, è Il grande angolo di Giulia Niccolai: «romanzo limbo», come lo ha definito per un ventennio l’autrice; oppure – è sempre Niccolai a suggerirlo nella nota che chiude/commenta il libro a quarantasette anni dalla sua uscita – sorta di «confessione» (p. 189), frutto dell’incastro di frammenti di vissuto molto distanti nel tempo e nei luoghi, sì, ma anche ben “distanziati” rispetto a una eventuale prospettiva di racconto piattamente autobiografica. Il grande angolo, scritto e pubblicato la prima volta in piena stagione di sperimentalismo, per troppe ragioni non può del resto che sottrarsi a modalità canoniche di narrazione: per il contesto letterario di origine, appunto, come pure per le ragioni a monte della scelta dell’autrice – in precedenza, fotoreporter – di tentare la scrittura letteraria. Ancora, per l’incidenza – dichiarata – che su Niccolai ha esercitato un antecedente come Barcelona di Germano Lombardi. «Da parte mia, dopo dieci anni di lavoro come fotografa […] desideravo impegnarmi anch’io nella scrittura, in una scrittura letteraria, non giornalistica […]. Mi chiedevo quale potesse essere una scrittura attuale, non banale, in sintonia con il momento» (pp. 169-70), spiega Niccolai. Che individua poi nello sforzo di ridurre l’io fino ad annullarlo – giusta la lezione dell’École du regard – l’elemento più coinvolgente (e più significativo da riprendere/rielaborare/riproporre) del libro di Lombardi: uno spunto «importante» al punto da rendere implausibile l’ipotesi che Il grande angolo potesse essere scritto «in alcun altro modo» (170-71). Niente «ego di un burattinaio o di un autore tiranno» (p. 170), dunque; ma una protagonista – Ita – in cui non è difficile ravvisare le profonde affinità con l’autrice, a cominciare dalla professione che la conduce in Egitto, in battello lungo il Nilo, nei luoghi dove è progettato che debba sorgere la diga di Assuan. E nessuna sequenzialità serrata degli avvenimenti: piuttosto, capitoli concatenati – con una casualità solo apparente – come a seguito dello smembramento e ricompattamento del racconto, scandito con regolarità soltanto (si direbbe) in un suo assetto anteriore. (Niccolai deve a Nanni Balestrini il suggerimento di mischiare le parti «come in un mazzo di carte», p. 186). La progressione temporale che si protrae fino al suicidio del compagno di Ita, Domínguez, per poi imporre un “riavvolgimento” della narrazione a ritroso nella memoria della protagonista, sembra così ripetere o mimare il primo dettaglio iconico su cui insiste Il grande angolo: ovvero il gesto del marinaio che, nel girare la ruota del timone, stacca all’improvviso le mani e lascia che la ruota «giri a vuoto su se stessa e si disvolga» (p. 39). Giulia Niccolai, buddhista dal 1985 e monaca dal 1990, intravede d’altronde in quella ruota di comando «come un archetipo» della ruota simbolo del Buddhismo tibetano, un insegnamento conservato nel subconscio ma di cui era di fatto ignara al momento di scrivere il libro.

Su tutto, prevalgono nel Grande angolo il nitore di uno sguardo che né sfiora né divaga, ma affronta; la compattezza oggettuale delle situazioni descritte, assimilabili a fotogrammi e inquadrature più che ad accadimenti o a sciami di accadimenti; la compostezza di una prosa articolata in blocchi nei quali lingua e sintassi procedono per arte di togliere. Ne dipende un sovrappiù di visività, certo: l’impressione che nell’immagine (e nell’ansia dell’immagine) si coaguli la cifra della scrittura di Niccolai. D’altro canto, lo sguardo – lo ricorda Bello Minciacchi nella bandella – nel libro si fa contemporaneamente oggetto del racconto e strumento d’indagine, «è narrato e narrante»: sicché è possibile ravvisare nei diversi capitoli quasi la trasformazione/traduzione nero su bianco di altrettante serie fotografiche e dei passaggi necessari alla loro realizzazione (o dei tentativi, anche accaniti, di realizzarle: un aspetto, quest’ultimo, che denunciano le pagine finali del romanzo, in cui la tensione diegetica registra un nuovo picco – il più vistoso, probabilmente, dopo il capitolo dedicato alla morte di Domínguez – perché vi si racconta la frustrazione degli sforzi compiuti da Ita e Domínguez per fotografare a distanza le detenute della Jefferson Market Court di New York). Ciò non toglie che nel Grande angolo acquisti rilievo anche altro: a cominciare dalle tante sonorità raccolte ed esemplificate, magari, dalle espressioni ricorrenti di cui Ita prende nota durante il viaggio in battello, dalle parole ascoltate dagli ergastolani-contadini intravisti la sera del secondo giorno di navigazione («Lei cerca di capire le parole che si dicono questi uomini […]. Poi di colpo… le pare di sentire il suo nome, qualcosa di simile a Ita, e chiede a Domínguez cosa possa volere dire in quella lingua», pp. 51-52) o dai rumori anche legati all’ordinarietà più trita (il grattare dei cucchiai di stagno contro il fondo delle ciotole durante la cena con i tecnici che lavorano alla diga, come pure il frastuono prodotto dalla lavorazione del marmo: «Dal capannone usciva molto rumore, quello perforante dei grossi bulini a pressione, quello stridente delle mole elettriche, i ticchettii aritmici degli scalpelli più piccoli, i sibili di aria compressa», p. 114). Voci, tonalità, ibridazioni, effetti acustici che spiazzano e/o che vengono meno, contrastati da segmenti testuali in cui, viceversa, si impongono daccapo la rarefazione della parola fino al silenzio (si pensi alle righe finali del capitolo XI, alla fatica di cercare gli obbiettivi utili a catturare le immagini della Jefferson Market Court: «Dice a Domínguez che non ce la fa, si sente troppo disgustata da tutto quel neon per», p. 159), lo slittamento in un’ulteriore sequenza nella quale è la percezione visiva a prevalere.

Nella giustapposizione di frammenti percettivi che, delineando il passaggio della giovane protagonista all’età adulta, evocano puntualmente sia i traumi individuali (il suicidio di Domínguez) sia quelli imposti dalla Storia (la Seconda guerra mondiale, la Shoah), Il grande angolo si dà come libro in cui – lo sottolinea Milli Graffi in chiusura dell’introduzione da lei firmata (pp. 35-36) – «quello che mantiene l’autenticità è proprio il non arrivare alla consapevolezza del percorso, viverlo e farlo vivere senza esplicitarlo a chiare lettere»: con ciò raggiungendo pure un innegabile equilibrio interno, un bilanciamento dovuto (per riprendere ancora ancora la bandella di Cecilia Bello Minciacchi) a una «tenuta esistenziale» e a una «tenuta stilistica» che «si compenetrano e reciprocamente si consolidano», e che dunque motivano ampiamente, a distanza di quasi cinquant’anni dalla pubblicazione, una nuova edizione (riveduta dall’autrice) del libro.

Fiammetta Cirilli

recensione a:
Giulia Niccolai, Il grande angolo, introduzione di Milli Graffi e nota dell’Autrice,
Salerno, Oèdipus, 2014 (collana “à rebours”, 1).

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