Jourdain, #3: Talmente lì

Andrea Cortellessa

Al Signor Jourdain sono sempre piaciute le «guide» che, su certe città, tutto fanno meno che dare informazioni turisticamente utili. Se le guide «vere» servono a orientarsi, queste servono a perdersi con gusto: disguide, si dovrebbero piuttosto chiamare. Jourdain pensa per esempio a un vecchio libretto di Diego Valeri, Guida sentimentale di Venezia; l’aggettivo in genere lo insospettisce ma sentimentale, qui, s’intende nel senso del Sentimental Journey di Lawrence Sterne: capostipite della tribù dei perdigiorno – o dei perdiluogo. Da qualche tempo, però, l’industria del libro è riuscita nell’impresa di fare format anche di libri come questi che, per loro natura, sono senza forma. Senza fissa dimora, cioè.

Modena è piccolissima (72 pp. di 30 cm di larghezza per 21 d’altezza, tutte stampate a colori da EDT, € 35,00), di Ugo Cornia e Giuliano Della Casa, rinverdisce tuttavia gli antichi fasti. Sarà perché al Signor Jourdain Modena fa venire sempre in mente uno che formattato non lo sarà mai, uno che gli italiani (dovessero imparare troppo sul loro conto) proprio non vogliono saperne di leggere: Antonio Delfini. Il quale, l’anno prima di morire, si tolse uno sfizio a lungo covato: sottrarre all’odiata Parma il vanto della Certosa di Parma (appunto) di Stendhal – che si sarebbe ispirato, invece, proprio alla «sua» Modena. Così dice, Delfini, in un libriccino deliziosamente folle dal titolo Modena 1831 città della Chartreuse. E da quando l’ha letto per Jourdain Modena è una città mezza matta, proprio come Delfini: stralunata e tutta fantasticata.

Ha scritto Gianni Celati che «lo scrivere di Delfini» è «un continuo ritorno allo smarrimento dell’essere al mondo». Allora nessuno scrittore di oggi è più «delfiniano» di un modenese «smarrito» com’è Ugo Cornia (che proprio Celati tenne a battesimo sulla rivista «Il Semplice»). Il suo stile è tutto in certi attacchi di questa disguida incantata, come ricamata sul vetro: «Io nella mia vita sono sempre stato così a Modena che delle volte mi dicevo che mi sarebbe piaciuto andare via per trent’anni, e magari tornare per vedere che effetto mi faceva». Oppure: «Il Duomo di Modena per me è talmente lì dov’è e dove è sempre stato che non saprei neanche dire se è bello». Ripetizioni da sonnambulo, frasi appese a un filo (così a Modena; talmente lì: in entrambi i casi l’avverbio rafforza, incongruo e quanto mai espressivo, una locuzione di luogo). S’incontrano anche un paio di bei raccontini (come quello del piccione e del «signore anziano seduto su una panchina»), ma la cosa più bella è come ronza questa prosa, che se ne va qui e là senza attaccarsi da nessuna parte. Così, pure, gli acquerelli di Della Casa: spruzzati di Lambrusco e rose in sboccio, leggeri e sensuali come l’aria di questa città.

Nella sua ultima visione Cornia immagina degli extraterrestri irretiti dalla Ferrari e dall’aceto balsamico. Così un gigantesco Ufo staziona sopra Modena e comincia ad «aspirarla» con un suo congegno. Aspira il Duomo, Palazzo Ducale, Piazza Grande e «dopo un’ora e mezzo tutta la città sarebbe stata aspirata, rimarrebbe soltanto una gran area di terra scaravoltata». Proprio quanto tempo c’è voluto a noi per «aspirare» quest’astuccio di vino e di rose. «Poi, pensavo, gli extraterrestri avrebbero ricomposto Modena, con tutti i suoi abitanti, su un pianeta di un’altra galassia che usavano da museo di curiosità esotiche». Anche noi chiudiamo il libro, per portarcelo in una galassia lontana lontana. E. ahinoi, tanto meno profumata.

Andrea Cortellessa

(2010)

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