Mese: giugno 2015

Jourdain, #7: Dalle ceneri di un dialogo

Andrea Cortellessa

Da ultimo, il signor Jourdain è in vena di confessioni. L’ultima che mi ha fatto è che quando gli capita di leggere un carteggio fra due autori, in genere lo fa pensando a una sola delle due parti in causa. Ma questo – aggiunge – proprio non si può fare con Troviamo le parole, il libro appena uscito da Nottetempo (nella traduzione di Francesco Maione, pp. 331, € 25.00) che raccoglie le lettere scambiatesi da Ingeborg Bachmann e Paul Celan – cioè due fra i maggiori poeti, non solo in lingua tedesca, del secondo Novecento (in appendice si leggono anche quelli fra Celan e Max Frisch, compagno della Bachmann fra il ’58 e il ’62, e quello, umanissimo, fra la Bachmann e Gisèle Lestrange, la sposa francese di Celan). Non si può guardare da un punto di vista privilegiato questa storia d’amore impossibile, e poi di contrastata amicizia, dal momento che essa si riverbera in profondità in entrambe le loro opere. Se il tema del confine è centrale nella Bachmann (nata in Carinzia, a un passo dalle frontiere dell’Austria con la Jugoslavia e con l’Italia; e in Italia, fra Ischia e Roma, vivrà i suoi anni più felici), proprio il confine fra due opere fra loro così diverse viene ridisegnato da queste lettere. Uno dei curatori del carteggio è Hans Höller, al quale dobbiamo anche una puntualissima biografia critica di Ingeborg Bachmann, preziosa anche per la quantità di inediti della scrittrice che utilizza, e tradotta da Guanda col titolo La follia dell’assoluto (traduzione di Silvia Albesano e Cinzia Cappelli, pp. 223, € 18.00): e Höller sottolinea come sia stato proprio nel «dialogo letterario» con Celan che Bachmann trovò «il proprio linguaggio poetico»: non tanto a livello stilistico bensì perché solo dopo l’incontro con lui, nella misera e caotica Vienna del ’48, anche l’opera della Bachmann – figlia di un padre nazista, mentre Celan com’è noto era figlio di ebrei vittime dello sterminio – si carica dell’irrespirabile responsabilità di testimoniare della Shoah. Continua a leggere “Jourdain, #7: Dalle ceneri di un dialogo”

Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza

Camilla Miglio

Mi è capitato due settimane fa, in occasione di una visita in Sicilia per assistre all’apertura del Festival del teatro antico, di visitare la tomba di Platen a Villa Landolina.

Mi rendo conto che sono passati centoottanta anni dalla sua morte, e la sfregiata bellezza del Sud sopravvive nonostante tutto agli orrori cui noi stessi la sottoponiamo, e da quella forse dovremmo partire per ripensare l’Italia.

Ripropongo qui in forma lievemente modificata un ‘capitolo’ della serie ideata da Roberto Andreotti per ‘Alias’ durante l’estate del 2014 .

Ci dice molto sul Viaggio in Italia, ma che sulla relazione con l’antico oscuro e non solare, con una memoria altra rispetto al classico da cartolina o da museo, che gli stranieri nei secoli hanno cercato e trovato nella nostra penisola, e che noi possiamo imparare a distinguere tra le macerie di cattivo cemento e silicone del postberlusconismo. Un ripensamento dei nostri valori – soprattutto quelli inattuali – può avere un grande valore di ‘resistenza’ al presentismo e alla fretta che tutto travolge.

  1. Platen: bellezza, eros, thanatos

“Il mio bastone da pellegrino non conosce soste” – proclamava dulcamaro August von Platen parafrasando Byron in un’estate di quasi due secoli fa. Il delicato marchese di Hallermünde, poeta e versificatore di grandissimo talento (tanto da competere col suo avversario Heinrich Heine), viaggiatore e osservatore del multiforme ‘bello’ italico, nato ad Ansbach in Baviera nell’autunno del 1776 e morto a Siracusa nell’inverno del ‘35, visse le stagioni più intense nei suoi ultimi dieci anni, ramingo per l’Italia.

Il suo non fu un Grand tour tradizionale. L’andare a sud non era solo una ricerca di radici culturali, o goethiani ringiovanimenti dell’anima, quanto una fuga. Il suo viaggio si può leggere anche come tentativo di sottrarsi a chi intendeva sorvegliarlo e soprattutto punirlo, in seguito agli scandali sessuali che ne provocarono l’allontanamento dalla scuola militare e poi dall’università. Classicista ma anche orientalista, era preso dal demone della bellezza e della lontananza (degli antichi greci e latini ma anche dei persiani medievali, maestri di versificazione erotica). Questo dàimon lo trascinava in un’Italia il cui spirito antico egli vedeva rifiorire negli oggetti del suo desiderio, i bei ragazzi italiani. Firenze 1829: in versi che ricordano accenti del Gennariello pasoliniano il poeta trentenne ne canta l’aspetto: Continua a leggere “Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza”

Jourdain, #6: Pulirsi gli occhi

Andrea Cortellessa

Il signor Jourdain mi confessa che certi libri, per come sono fatti, gli piacciono sino al punto di invidiarli. Quando ha aperto le Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri (uscito a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro nella tutta invidiabile «Compagnia Extra» di Quodlibet, pp. 268, € 22.00) l’occhio gli è corso alle foto, quasi tutte a colori, impaginate nel corpo dei testi. E che, dato l’argomento, tutto sono meno che accessorie. Beh, la naturalezza cromatica e la definizione di dettaglio di queste riproduzioni, stampate su una carta opaca che consente di tenere il prezzo (di quello che è oltretutto un fuoriformato quadrotto) alla portata di tutte le tasche, lo ha lasciato a bocca aperta. Quante cose si possono fare, ormai – e quanto di rado gli editori di oggi hanno l’agilità intellettuale (non il «coraggio», per favore!) di farle…

Luigi Ghirri, morto a meno di cinquant’anni nel 1992, è stato forse il più grande rinnovatore del linguaggio fotografico nel nostro paese; di certo quello che più acutamente si è interrogato sul significato del proprio lavoro. E infatti proprio alla «postura» di chi interroga il «mondo esterno» – anziché a quella che, documentandolo, pretende di dare tutte le risposte – insisteva Ghirri ad associare la sua. Come fa notare nella postfazione l’amico Gianni Celati (che con lui negli anni Ottanta ha realizzato libri epocali come Viaggio in Italia e Il profilo delle nuvole), uno dei suoi primi lavori si concludeva con la scritta «COME PENSARE PER IMMAGINI». E davvero negli scritti di Ghirri (e magari ancor meglio in queste piccole lezioni registrate di fronte a un piccolo uditorio, a Reggio Emilia, fra l’89 e il ’90) si respira una ridotta ma compiuta filosofia per immagini – prima che delle immagini. Una filosofia portatile: proprio come quella delle narrazioni di Celati. Continua a leggere “Jourdain, #6: Pulirsi gli occhi”

Jourdain, #5: Lapidario ebraico

Andrea Cortellessa

Non è il caso di fare troppo gli spiritosi, stavolta. Di scena infatti è Paul Celan: non solo in assoluto il maggior poeta, ma anche la voce più straziante e problematica del Novecento. La sua fuga da quello che Antonella Anedda ha definito il «secolo cane lupo» – il secolo che gli aveva sterminato la famiglia – non terminò infatti né col passaggio a Vienna né con l’approdo a Parigi, nel 1948. Non terminò scrivendo per prima cosa il suo nome (anagrammando l’originale Antschel). Terminò solo, tragicamente, a Parigi nel 1970: col salto dal ponte Mirabeau che pose fine ai suoi giorni tormentati. La prima poesia che pubblicò, Fuga di morte, era scritta in tedesco: cioè nella lingua parlata con la madre nell’originaria Bucovina, ma anche nella lingua di chi sua madre aveva ucciso con un colpo di pistola alla fronte, in un lager innevato; ma uscì tradotta da lui stesso in rumeno e venne raccolta nel suo secondo libro, Papavero e memoria, uscito in Germania nel ’52.

A ben vedere in questi titoli, in queste lingue, in questi luoghi e in queste date sta tutto il viluppo di aporie che mai Celan intese evitare: la sua ostinazione, la sua non meno che eroica divisa etica, fu al contrario di risiedere proprio nell’inabitabile. Il più citato dei suoi aforismi suona «La poesia non s’impone più, si espone». La poesia si espone, e ci espone, all’irreparabile; è l’irreparabile, in effetti. Todesfuge si può tradurre sia come «Fuga dalla morte» che «Fuga della morte»: la vita come allontanamento dal trauma d’origine o come inesorabile sprint verso l’abisso. Sono vere, ovviamente, entrambe le versioni. Così come, di questo componimento, conta non solo la «morte» di cui è intriso ma anche la «fuga» – cioè la prodigiosa struttura musicale – con cui si «espone» alla lettura. Conta la «memoria», cioè, ma anche l’allucinazione onirica – il «papavero» stupefacente – che quella memoria micidiale pare dissimulare mentre, in realtà, provvede a incidere per sempre: sia in chi scrive che in chi legge. L’opera di trascendentale «traduzione» che del trauma la poesia è dunque chiamata a compiere: e lo spazio inabitabile di Celan, traduttore straordinario, si colloca per l’appunto tra le lingue. Continua a leggere “Jourdain, #5: Lapidario ebraico”