Jourdain, #7: Dalle ceneri di un dialogo

Andrea Cortellessa

Da ultimo, il signor Jourdain è in vena di confessioni. L’ultima che mi ha fatto è che quando gli capita di leggere un carteggio fra due autori, in genere lo fa pensando a una sola delle due parti in causa. Ma questo – aggiunge – proprio non si può fare con Troviamo le parole, il libro appena uscito da Nottetempo (nella traduzione di Francesco Maione, pp. 331, € 25.00) che raccoglie le lettere scambiatesi da Ingeborg Bachmann e Paul Celan – cioè due fra i maggiori poeti, non solo in lingua tedesca, del secondo Novecento (in appendice si leggono anche quelli fra Celan e Max Frisch, compagno della Bachmann fra il ’58 e il ’62, e quello, umanissimo, fra la Bachmann e Gisèle Lestrange, la sposa francese di Celan). Non si può guardare da un punto di vista privilegiato questa storia d’amore impossibile, e poi di contrastata amicizia, dal momento che essa si riverbera in profondità in entrambe le loro opere. Se il tema del confine è centrale nella Bachmann (nata in Carinzia, a un passo dalle frontiere dell’Austria con la Jugoslavia e con l’Italia; e in Italia, fra Ischia e Roma, vivrà i suoi anni più felici), proprio il confine fra due opere fra loro così diverse viene ridisegnato da queste lettere. Uno dei curatori del carteggio è Hans Höller, al quale dobbiamo anche una puntualissima biografia critica di Ingeborg Bachmann, preziosa anche per la quantità di inediti della scrittrice che utilizza, e tradotta da Guanda col titolo La follia dell’assoluto (traduzione di Silvia Albesano e Cinzia Cappelli, pp. 223, € 18.00): e Höller sottolinea come sia stato proprio nel «dialogo letterario» con Celan che Bachmann trovò «il proprio linguaggio poetico»: non tanto a livello stilistico bensì perché solo dopo l’incontro con lui, nella misera e caotica Vienna del ’48, anche l’opera della Bachmann – figlia di un padre nazista, mentre Celan com’è noto era figlio di ebrei vittime dello sterminio – si carica dell’irrespirabile responsabilità di testimoniare della Shoah.

Il confronto con la malattia e col dolore è un altro punto di contatto incandescente fra questi due poeti: l’uno per l’altra balsamo, a tratti, e a tratti ferita. Fra loro le parole mancano, sono sempre insufficienti: il che non deve stupire in due geni del linguaggio, sì, ma anche della reticenza (a un certo punto Celan con amarezza le dirà: «il Parlare non è assolutamente nulla, io volevo anche essere muto con te»). Quando a cinquant’anni Celan si arrende al disordine mentale, alla sofferenza che lo aveva diviso prima da Ingeborg e poi da Gisèle, e si getta nella Senna nell’aprile del ’70, la Bachmann introduce nel romanzo che stava scrivendo e che uscirà l’anno seguente, Malina, il personaggio di uno straniero dal mantello nero, del quale scrive: «La mia vita finisce, perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione. L’ho amato più della mia vita». Tre anni dopo la vita di Ingeborg terminerà davvero, assurdamente, nella sua casa di Via Giulia, a Roma, in un incendio con ogni probabilità acceso da una delle sigarette, che non smetteva mai di fumare, sfuggitale dalle dita. Di anni, lei, ne aveva solo 47. In una delle prime lettere a Paul, ancora traboccanti d’amore e di speranza, Ingeborg lo aveva invitato a portarla «lungo la Senna»: «ci soffermeremo a guardare così a lungo nelle acque finché non saremo diventati dei pesciolini e ci riconosceremo». Otto anni dopo, in una delle sue aspre lettere di congedo, Paul aveva invece chiuso raccomandando a Ingeborg: «Stai tranquilla e non fumare troppo!»

Andrea Cortellessa

(2010)

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