Jourdain, #9: Cara polvere

Andrea Cortellessa

Per puro caso, nello stesso momento sono capitati sul tavolo del Signor Jourdain i libri di due autori fra loro lontanissimi, ma che gli pare si trasmettano misteriose comunicazioni transoceaniche. Uno è Il Monumento di Mark Strand, nordamericano del ’34, del quale si è riferito il mese scorso; l’altro è I costruttori di vulcani, vero monumento (sin dal formato) eretto da Luca Sossella (pp. 495, € 20.00) a uno dei nostri poeti più «appartati», come si usa dire, cioè meno sgomitanti: il romano Carlo Bordini, classe 1938. Nel libro di Strand, Jourdain s’era segnato questa bellissima citazione da Wallace Stevens, «Nulla deve frapporsi / tra te e le forme che assumi / quando la crosta della forma è stata distrutta»; e pochi poeti italiani quanto Bordini (un altro che gli viene in mente è il toscano Attilio Lolini, non a caso suo pressoché coetaneo e sodale) gli paiono mostrare cosa succede, appunto, quando cede «la crosta della forma». Ha qualcosa di paradossale il titolo che Bordini ha voluto dare a quest’autoantologia pressoché completa delle sue poesie. Per antonomasia, infatti, quelli vulcanici ci paiono fenomeni naturali, effusivi, incontrollabili dagli esseri umani: esplodono quando s’incrina e si spezza, appunto, la «crosta» terrestre. Per Bordini, però, i poeti sono proprio coloro che lasciano scorrere la lava della lingua, con tutte le sue ctonie impurità e le sue scorie corrusche, una volta che si sia prodotto uno squarcio nell’autocontrollo razionale, ideologico, utilitario che domina l’esistenza (quella che la sua generazione amava chiamare «esistenza borghese»). Come scrive Bordini in una pagina di poetica del 2002 posta in appendice alla sua ultima raccolta, Sasso, e qui riportata, «è come se durante la scrittura ci fossero in me improvvise rotture dell’inconscio». La parola poetica è per Bordini ciò che eccede da ogni forma di controllo, a partire da quello formale esercitato dal soggetto: «Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto».

Nei due bei testi premessi al volume, Roberto Roversi parla di «una autobiografia in frenetico dettaglio», e utilmente il giovane e appassionato Francesco Pontorno ci tratteggia i passaggi salienti di una vita, quella di Bordini, che davvero appare esemplare delle venture della sua generazione: la poesia, con la sua «enorme secondarietà» (secondo una frase di Amelia Rosselli che Bordini ama ricordare), si manifesta dopo un decennio di totalizzante attività politica (nei circoli trotskisti immortalati dal primo Nanni Moretti…) ed è, dunque, la forma assunta dal senso di sconfitta di quel tempo. Le prime poesie circolano ciclostilate, col titolo Strana categoria, nel 1975: data emblematica, quella del Nobel a Montale e della morte di Pasolini, della temperie post-letteraria di quegli anni. E di tre anni dopo è l’antologia Dal fondo, curata con Antonio Veneziani (e riproposta nel 2007 da Avagliano), che giustamente Pontorno indica come atto fondativo ed esemplare dell’attività di Bordini: «un volume di versi di prostitute, tossicodipendenti, pazzi, emarginati, militanti politici» che vorrebbe essere provocatoriamente documentario ma il cui coro babelico finisce per essere letto come puro «suono». Segue, negli anni Ottanta, l’esperienza importante della cooperativa editoriale Aelia Laelia (insieme agli amici Daniela Rossi, Giorgio Messori e Beppe Sebaste): alla quale si devono alcuni dei «salvataggi» più essenziali di figure-chiave allora «disperse», come Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli.

La poesia di Bordini è, in tutti i sensi dunque, radicalmente «post»: da lui stesso assimilata, nel poemetto-chiave Polvere (del 1999), ai calchi di gesso dei corpi sommersi dalla lava a Pompei. E in un’altra poesia si paragona a «una vecchia statua di gesso», appunto, «che perde polvere da tutte le parti». Ecco la singolare affinità col letteratissimo, invece, Monumento di Strand: si può costruire solo un oggetto che perde, una statua che viene meno alla sua funzione, qualcosa che già in partenza è degradato e residuale. L’unica forma ormai possibile si nutre, parassita, delle splendide forme del passato, quelle della grande e controllatissima lirica novecentesca: così come «le chiese paleocristiane» (si legge sempre in Polvere) risultarono «dallo sperpero / delle costruzioni romane, così immense, / che hanno lasciato pezzi, detriti dappertutto». Perché poi a un poeta come Bordini un’unica forma interessa davvero: quella umana. Che polvere fu e, com’è noto, polvere tornerà – inesorabilmente.

Andrea Cortellessa

(2010)

[ gli altri articoli: http://puntocritico.eu/?tag=jourdain ]

Annunci