Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)

 

Gianluca D’Andrea

La doppia direzione della materia che si frantuma per riapparire e in questa apparizione si guasta:

Due figure vengono e due vanno.

A feste, alle alberate (nome come
un altro) –
finiscono dove
finiscono loro, se pure è,
se è così, al curvamuro, a quello

strano aggettare del palazzo
da dove (verso dove) danno
ombre loro che sono, come devono,
ombre soltanto, piene per mattina
di notte, non simili, e simili

appaiate, appena

(p. 19).

 

La mezzatinta, tecnica incisoria, è approvata da Giovenale per dirozzare la scrittura: da una superficie scabra, libera dai residui del fondo, emergono figure. Scrittura compressa, allora, amalgama di segni la cui strategia poetica è l’accumulo – neologismi o a-logismi? Sarebbe un paradosso o un disegno che non aspira ad alcuna rappresentazione geometrica (siamo o non siamo fuori dalle logiche euclidee, fuori dal Novecento?) e che agonizza nelle sue linee? «L’inizio di un affresco è sempre linee» (p. 32). Tra le piccole forme delle origini, i fondamenti quantici dell’impronta, i prefissi, le spezzature, le neoformazioni, l’a-semia connaturata alla nascita del sema, l’ammasso retorico dell’apparato messo in opera da Giovenale illustra un metodo che, repetitio, si compone e decompone continuamente, in una costellazione che non accetta argini simmetrici, ordinati, algebrici. Post-strutturalismo e postmodernismo si mescolano nel rifiuto di umanismi e “soggettivismi” di sorta, perché è lo stesso soggetto apparato trasformazionale, espressione formale per quanto complessa dell’indeterminazione e casualità del mondo che è immagine dell’incontro tra segno e corpo agente.

L’orientamento, in Giovenale, è la certezza dell’ambiguità, della “perfezione” labirintica della relazione: «Andando per aperto, è per aperto/ labirinto, costante, solo/ apparentemente aperto che/ oscilla, kylix» (p. 35, vv. 1-4). È l’oggetto la “maniera nera”, lo strumento da cui baluginano segnali e non fluiscono significati, che transita per le mani di un altro strumento, all’infinito ma senza circolarità accomodante: il cerchio non è chiuso, non è un’eterna replica ma un eterno procedere. Uno più uno non è due e neanche il conteggio sereno di chi immagina una soluzione e si desidera immerso in un quadro più vasto di compartecipazione. Il soggetto in Giovenale ha un unico dovere, non riapparire. La fuga o la caduta nel rifugio (l’ulteriormente ambiguo Shelter è del 2010) si articolano in una tappa aggiuntiva che cancella il sé nella materia che lo avvolge, in una metamorfosi di espoliazione che coinvolge l’epoca: «scuoiarsi       (da sé del tempo)» (p. 14, v. 12).

Non sono presenti ritrovamenti, il reperto è già archiviato nel “labirinto”, nei geroglifici depositati sulle e dalle nostre mani – moltiplicati, demoltiplicati – come segni e segnetti virtuali, membrane e spiragli seguiti da nuove chiusure; un corso fluido e non sempre afferrabile, senza suoni sempre accordati ma più comunemente scordati dopo essere stati tracciati.

I testi di Maniera nera confermano la funzione di traccia che la scrittura possiede per Giovenale: una memoria che non si articola in racconto ma persiste nel gesto, in quell’automatismo che fa dell’essere umano un sopravvissuto al disastro dell’esistere, non certo un esistente che, enfaticamente, rimedia al disastro.

Questa Maniera nera non vuole cantare, non vuole lanciarci il “suo” richiamo, non vuole farci rischiare la sua eventualità né la necessità di accoglierlo. Non si aggregano note, non si esige una presenza, non si aspira o rimpiange un’armonia, ma il libro riesce a sbigottirci proprio per l’assenza di ogni volontà di convincimento, nel tentativo, almeno, che il lettore sia libero di ri-elaborare il messaggio, continuando a trasformarlo. Certo rispedendolo nella selva oscura del senso, a ricominciare il cammino che non si determina in un racconto d’ascetica finzione. Maniera nera dice, invece, il rigore della fine di ogni traiettoria orto-indirizzata o, che è lo stesso, iperbolica; dice – etic e non emic – la constatazione dell’insignificanza, la cui privazione dispone a una nuova identificazione con l’oggetto.

Il rischio autoriflessivo, il mascheramento in terza persona del soggetto, è quello del tempo, della nostra contemporaneità proteiforme: «(coazione) a quanto era, come era/ il tempo (per noi) », (p. 34, vv. 8-9) una prima persona incistata nella parentesi della scomparsa, plurale perché è la collettività del riconoscimento in comune a polverizzarsi nell’osservazione costante ma distanziante dell’homo tecnologicus.

La sfida spazio-temporale che Maniera nera lancia

 

Figurine

Forse vanno in letargo. (Topi). È
il nerofumo? (Che li sigilla).

Forse
il guscio dello spazio.

Gretti plures dallo schermo argento, come
cattiva trascrizione di una, giovane,
più giovane, semispenta, che
galleggia, non risponde.
Al «maschio». Castello.

Traccia. «Razza, manta».

Spogliarsi-
scuoiarsi             (da sé del tempo)

(p. 14)

 

si sviluppa tra chiusure e aperture (Murate apre il volume, Baia lo richiude temporaneamente) nel suo procedere metamorfico, scattante. Si mantiene un’architettura, apparentemente “classica”, ma solo per fingere una determinazione, ed esporre il rischio “autoriale” (già in prove successive, vedi qui si avverte una spinta ancora più accesa alla frantumazione delle referenze e del ritmo, tentativi altri per captare il “rumore del tempo”). Da questo lavorio sgorga un ibrido autore/strumento,

 

Materia nera, del nero cresciuto guancia-parola nera
come
materia quasi rumore
radio (una
emme cancellata, basso, enne
volte, memoria) ogni volta fa
carne che ha maniera

(p. 9)

 

una deformazione corpo-lingua che non si arresta. In questo modo di agire, senza risultato, si chiariscono gli sforzi di commistione tra diversi linguaggi che l’opera intende perseguire. L’impegno iconico (?) – pittura, foto, video – mai figurativo, che Giovenale compie, risponde – chissà, forse positivamente – al non-senso tragico di matrice novecentesca, rivolgendosi alla “neutralizzazione” dello stesso:

Dissenso dieci
decimi (sezioni, sono,
dissezioni).

Non tiene per nessuno
in particolare, particola, è

tenuto, tenuta, piega
piegata: fiuta il fiume

(sa la casa)

(p. 7)

 

La piega di deleuziana memoria – «piega/piegata», poliptoto, quindi ripetizione così come l’allitterazione successiva «fiuta il fiume» – fa scattare il collegamento al barocco – la “maniera nera” nasce nel Seicento – e, quindi, al pensiero dell’infinito rivolgimento. L’impegno “agonistico” di Giovenale ha radici in quell’entroterra, la tragedia si fa dramma ironico, ma il ribaltamento è solo presunto: «ma come stanno/ dolore e ironia?/ (pagina identica?// a danno di chi?» (p. 22, vv. 6-9). Si danno conferma e acquisizione di un dato, neanche l’ironia ha più la forza di destabilizzarne l’effettività, quello della scomparsa dei criteri di riconoscimento e agnizione nella referenza («problemi di/ con la referenza e i pittori di battaglie», p. 39). Questa accettazione, lo ripetiamo, potrebbe aprire ad altri possibili orientamenti:

 

By the way una
data Asimmetria (asineria?) riregna
(intanto) su quanto
resta:

travi vetrificate, a rischio
per i cavi da far pendere,
perdere. E l’ipotesi della volta.

Ti stai disperdendo, microdivinità.

Così le dicono in cuffia.

Il miliardo di aghi di magnetite
verifica altri nord

(p. 68)

 

 

Fuori, allora, dalla dicotomia tragica, resta il “salto” nell’ambivalenza continua del segno (il manierismo). Eppure, prima del salto nel vuoto del nuovo,

 

a meno di settembre ovvero
prima di settembre                     il vuoto ha capo

(movimento), lo staffile astio delle parti

arso e chi ne sparge
ha: doppia vena buona al polso sceglie
la peggiore la minore – e quella è
che regge

(p. 13)

 

resta da affrontare l’ultima e, chissà, forse invalicabile finzione: sotto i testi fratti, decomposti, sopravvive un bagaglio semantico, sempre in bilico tra la cancellazione e la conservazione, solo un soggetto senziente può compiere la scelta nel rischio di squadernare l’incubo, per certi versi, la possibilità per altri, della dialettica.

 

Ed leggeva Groddeck nel ’79.

Ma questo (anche in lui) continuo
uso dell’imperfetto non appena stecca
il serramanico del sogno… dici
–  di’ – è normale?

Resta come un interruttore, arca
fissa dei rotoli che non mai si devono
–  eccetera.

Scelgo piuttosto l’afasia che «-eva»
(ma poi anche albicocche e pèsche,
in estate, l’antibarocco del bianco,
intricato, e via) – e dice:

Piuttosto l’asemia che l’afasia.
Tutte le (vostre) feste si porta
–  eccetera

(p. 65).

Gianluca D’Andrea

[testo comparso già in “alfabeta2”, 7 nov. 2015:
https://www.alfabeta2.it/2015/11/07/poesia-2015-giovenale-sebregondi-madrifiglie/]

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