Recensione a Giancarlo Majorino, "Torme di tutto" (Mondadori, 2015)

Luca Minola

Impressionante in questo ultimo di Giancarlo Majorino Torme di tutto è la vitalità del verso: libero e arioso. La costante è la ricerca sfrontata e senza misure di Majorino sulla lingua, una sfida vinta nei decenni che parte da “La capitale del nord”, passando attraverso un’intera di ricerca linguistica che vede in questo Torme di tutto, una delle sue terminazioni nervose tra le più interessanti. Libro di scatti e passaggi alterati. Un Majorino comunicativo e audace che produce effetti d’immediata resa. Dalla sfrontata narrazione atipica e incestuosa della prosa iniziale “Aprile dolce dormire” fino ai passaggi interni scanditi “dalla materia oscura del sonno” che devia in più pagine del testo il legame fra veglia e sonno. L’elasticità dei componimenti agisce sull’ inquadratura stessa delle poesie sulla pagina. Un viaggio interminabile, compreso e fatto “nell’astronave terra”, ultima versione di un mondo impossibile dove le merci sognano di diventare altro e la vita assume i contorni di un passaggio interiore vissuto nei suoi contenuti estremi: “penna troppo alta sopra di lui/ immobile rispettosa sta la faccia/ stanza bruna vien rotta da raggi pila/ sognano le merci di tornare cose/ bufere lontane entrano et escono/ chi sei? Che cosa pensi strano alito/ un’immane piazza tramontante? Forse/ sostan gli anziani tra gli asciugamani / hanno vissuto e vivono tra involucri/ una natura che non ha paragoni”. Torme di tutto si sottopone a una lunghissima identificazione, a una penetrante indagine che passa per ogni nervo scoperto o cellula dell’autore.

Nelle poesie composte è intriso lo spettacolo della “creazione” come creatività, ragione e logica. Possono passare gli anni e ogni cosa cambiare nel religioso silenzio che è il quotidiano, vissuto come imbarazzo o resa. Restano le toccanti sicurezze di un poeta quasi novantenne che batte la teoria spesso esagerata della “senilità” in poesia. Majorino non è mai stato così giovane e vicino ad un’immagine fresca e radicale della sua visione, per questo ogni possibilità è visione e il buio si comprende solo entrandoci, solamente stando nel colore nelle sue sicure varianti e sfumature, in questi occhi che sono pozzi e istanti senza fiato: “stelle, occhi neri nel più nero, poi/ chiaro frenetico in casa dolce riposo/ illuminato, ripieno- simile al pensiero/ te vedo, credici o no, mai salmistrare/ la bianca polpa prisma di carta/ aguzza accogliente secondo intenzione/ incendi sparsi vocio lontano/ vicinissimi verbi silenzio quando t’esponi/ vicinissimo esposto noi semifermi/ stelle, occhi neri, la marea del fogliame”. La forza dell’azione contribuisce a produrre strati di notizie che fluide o solidificate sconfinano nel ragionamento totale: “L’aria è totale”. Nella sublimazione di una società imprudente e venduta la “dittatura dell’ignoranza”, più volte descritta da Majorino, crea una società cannibale che mangia se stessa. In perenne attesa di una qualche decifrazione di sé, nell’impresa di comprendere queste torme, queste folle isolanti e strabordanti incalzano pretendendo, azionando rivalità e impastando il reale di strani sortilegi: “(ama il denaro, quest’è bruttissimo/ ma’ l denaro poi risale eterno uguale”. Si è sempre sentita la vena “civile” di Giancarlo Majorino, che è cifra del reale e suo eterno antagonista. Per un poeta “parlare” e “ risuonare” dentro ogni fibra, dentro una società radicalizzata e poco intuitiva è il massimo dell’espressione. Come capire? Come sragionare sull’esistenza? Attraverso la brillante dentatura di un verso raffinato e senza compromessi si piegano contenuti e materia, ogni cosa si fissa e resta attuale e ripetibile nella sua insensatezza: “riprende a cantar remota la pietra?/ ripetente “senza tutto il mondo è niente”/ stelle risplendono per milioni d’anni”. Le infinite possibilità della vita sono la sua radicale e infaticabile lotta contro la morte e l’estinzione. Le parole servono a questo, a superare ogni cosa, ogni confine. C’è l’incalcolabile voglia di ragionare, di esprimere il proprio lamento d’amore oltre i limiti: “incalcolabile la bellezza d’E/è la tua incalcolabile onestà/ masnade t’han senza grossi guai/architettata di veridici sogni/quando, gravata, porta il suo corsetto corvo/ è la luna sotto le rondini che ti fiancheggia/ se tu non mi lasci, io mai ti lascerò”. La gioia si può vivere anche nel caos, nell’impossibilità di sistemare ogni cosa. Perché ogni momento è disordine e non può essere contenuto in nulla tranne che in noi. Ci sarà un futuro, mi dico, dove frasi e poesie saranno esposti su cartelloni elettronici al posto della pubblicità. Una continua invasione di campo fra stili. Qualcosa di atrocemente illegale per una società/marchio sfinita. Oltre la cronaca, oltre ogni istante si fissa l’infaticabile lotta dell’esistenza. Sono i luoghi che abbiamo vissuto e respirato, le persone e le cose che abbiamo toccato: “queste ultime scritte cronache potenti/ lavorano lucenti dentro i cervelli/ passando per gli occhi mai non riceventi/ e chi scrive sa che penetra il presente/ con i parisillabi principalmente/ quando non ci sarò più, ci sarò un po’ ancora”. Giancarlo Majorino ci lascia in questo libro interi ragionamenti, frammenti di creatività e forse la cosa più importante, l’importanza dello sguardo, dell’inglobare ogni cosa, per farsi nutrire lontano da non si sa che male: “son innamoramenti, torme di tutto”.

Luca Minola

Annunci