Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto

Raffaella D’Elia

“A primavera la vita è spingere. I bulbi da sottoterra spingono per uscire alla luce del sole. Le gemme premono, escono dalla corteccia che si ammorbidisce per permettere loro di farsi strada, di trapassarle, di aprirsi. Le gemme spingono, spingono, disserrano le prime scaglie. (…) Sul gelso sono tante piccole more vedi che forse si apriranno poi in piccoli fiori. Questa è la primavera, è la vita”. Pia Pera isola l’esperienza della malattia che le cade addosso  e ne ricava una bussola con cui, al netto della mancanza di forze, delle gambe che cedono, della fatica nel movimento, ridisegna il suo mondo. Non può che avvenire nel segno di una riscrittura della propria vita e di ciò che la rende tale: la natura, la botanica, i fiori, il giardino. Al giardino ancora non l’ho detto  (Ponte alle Grazie, 2016) porta il titolo di una poesia di Emily Dickinson, e si muove fra diario intimo, frammenti di una quotidianità lieve e feroce in cui di fronte alla natura, l’indagine sul mistero dell’esistenza si fa se possibile ancora più incandescente. Gli spazi coltivati, quelli incolti, quelli selvaggi: l’intervento di una mano che tutto ordina o lascia crescere in un disordine buono, creativo, produttivo, si aprono davanti all’autrice in un paesaggio allegro, doloroso, fatale. Come possono convivere i susini, i cedri, i limoni, le violette, la bellezza faticosa della natura che nasce e muore con l’impossibilità di chi li cura di continuare a farlo, un domani?  E la malattia, diviene qualcosa da isolare, o da far rientrare in una quotidianità di cui occorre sempre aggiornare l’alfabeto nel segno di nuove analisi, controlli, stati vitali positivi, negativi? “A Tommaso è piaciuta persino la risonanza magnetica: quel movimento leggero dell’aria, quegli strani rumori – quasi una musica – a occhi chiusi gli davano la sensazione di trovarsi in una pioppeta. Anche a me era piaciuto stare distesa a occhi chiusi ad ascoltare i suoni della macchina. Forse la cosa da accettare senza ribellarsi è che questi inspiegabili, inoperosi spezzoni di vita possano valere anche loro la pena”. È a questo livello che il libro mostra la sua potenza, laddove l’inoperosità patita si lega a filo doppio con gli attimi di forza e lucidità ritrovati, in una nuova mappa emotiva in cui la legenda tiene ben salda l’attenzione sugli aspetti pratici della vita, e, se possibile (e qui lo è) più sottili, quasi filosofici. Prendersi cura del cane Macchia, scegliere i medici più giusti, i giardinieri e il loro diverso passo nel nostro giardino (nella nostra vita) significa  non perdere terreno con l’ignoto, con la malattia che tutto vuole portarsi via. La sfida con ciò che non si conosce, con quell’idea di morte di cui Pia Pera scrive con lucidità e grazia, può essere giocata nel terreno della protezione del mondo così come l’abbiamo conosciuto fino al momento in cui arriva una diagnosi a sconvolgere tutto. Emily Dickinson, Derek Jarman, Teodor Ceric, Florenskij, Dostoevskij, Italo Calvino e molti altri aiutano l’autrice a combattere fino in fondo  la sua partita più importante.

Annunci