Recensione a Rosaria Lo Russo, “Nel nosocomio” (Effigie, 2016)

Nadia Agustoni

Di cosa ci parla Rosaria Lo Russo nel suo nuovo libro “Nel nosocomio”? Si potrebbe pensare a un luogo ristretto, una grande casa o un condominio adibito alla cura della terza età, ma procedendo nella lettura vediamo che non è così. Libro allegorico, dà conto di alcune, molte anzi, facce del paese Italia. Paese in preda a un vivere meccanico, avulso da tutto quello che può scompaginarne l’ordine apparente. Lo Russo, spietatamente, trova il modo di incarnare sulla pagina vizi e difetti di gente che si compiace troppo di se stessa e più ancora di quello che ha. Perché nessuno sceglie di essere davvero vivo in questi quadri, che l’autrice dispone come per le scene di un teatro, ma dove gli attori potremmo essere anche noi lettori o chiunque conosciamo:

Sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno/ che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di/ esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi- /interrato…” p. 12

Se la saggezza un tempo apparteneva alla vecchiaia, ora è sostituita dalla routine più grigia e banale, quasi ossessiva nei rituali di brioche, cappuccino, pasticche, televisione ecc. Le persone del nosocomio-nazione temono il contatto con gli altri, hanno la fobia dello straniero “gli extracomunitari” che: “Non si lavano bene i denti, non fanno la doccia due volte al giorno… mangiano cavallette fritte e vermi… non sono liberi quelli che chiedono l’elemosina…” p.17

Il libro, diviso in tre sezioni (Fine pena mai, Non luogo, Dal dormitorio) segna un passaggio importante nella struttura linguistica dell’autrice. La prima parte seduce per il tono ingannevolmente minimalista, ma che tale non è per le improvvise virate, squarci, salti nel discorso che si apre sempre su un nuovo verso, una nuova immagine: “ Clori che emana vapori e colori / Clori frode dell’acqua, idrogetto meccanico/ Clori che masturbi e accechi…” p. 26

Proseguendo con le altre sezioni, il linguaggio esplode e trascina con l’uso di una prosopopea a tratti vertiginosa e in un susseguirsi di voci-immagini-scene che sembrano un decalogo dell’animalità, della più bruta inosservanza di civiltà, cultura, memoria.

Cultura autentica e ribellione non la incarnano neanche i giovani. Adagiati in stereotipi e annientati dall’usura del tempo a cui appartengono, sono vecchi nel loro cercare stratagemmi, non per innovarsi, ma per sfide che forse tali non sono, com’è per la giovane artista la cui morte è alla fine tragica: “ Attente ragazze, la sposa cadavere è il cartone/ animato nel cui sequel ancora un po’ tutte/ si casca… Ogni sposa di bianco vestita sposa la morte…” p.65

E’ di fronte all’ingannevole sirena dell’on the road, alla forza del sessismo che permea lo stesso inconscio delle ragazze e delle donne, vittime di miti inutili e immagini che veicolano un’idea di inferiorità, feroce ma taciuta, svenduta come successo, piacere e quanto altro, che riconosciamo in Lo Russo la cantora femminista del passato. Trent’anni di scrittura che si fanno sentire nel coraggio, non solo di cambiare (già Crolli era una svolta) ma di intrecciare la disfatta del belpaese  a una sregolatezza poetica il cui afflato è rigenerazione dell’inconscio della lingua.

Enigmaticamente Lo Russo negli scarni versi di chiusura: “Il mio nome qui non ce l’ho voluto. / Perciò non resto né sopra né sotto. / Libro.” p.90 pare confermare quanto scritto e insieme volersene disfare. Lo strazio della non-pace tanto bene descritto è invece da questi versi portato oltre il libro, la scrittura e forse la vita stessa.

Nadia Agustoni

[ Una versione ridotta della recensione è in “QuiLibri” n. 37, settembre – ottobre 2016 ]

 

 

 

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