Massimo Gezzi, Il numero dei vivi

di Nadia Agustoni

Composto da testi scritti tra il 2009 e il 2014, come dice in nota lo stesso autore, Il numero dei vivi (Donzelli 2015) è un libro meditato, in cui i tratti discorsivi e il monologo interiore raggiungono un equilibrio perfetto. La parola stessa non piacerebbe credo a Massimo Gezzi che sembra volerci dire, tra le altre cose, l’impossibilità e l’inutilità della perfezione.

Nelle sue pagine incontriamo un’umanità un po’ spersa e a volte dolente e vi è una costante tensione a raccontare quell’essere nel numero dei vivi che impegna a un confronto: tra l’esistere subito per noi stessi, facendo i conti con la realtà e il saper accogliere gli altri, anche nella loro incapacità di vivere. 

Gezzi, alternando brevi frammenti a poesie più lunghe, raccoglie memorie, spostamenti geografici, radici dolci e tenaci e nell’insieme, la parola accogliere spesa più sopra, segna un passaggio doppio. Da una parte abbiamo alcune figure non conciliate e forse inconciliabili per apatico stordimento; dall’altra una vita raccolta, vicina agli affetti, al lavoro e spesa in un’eticità che lo sguardo del poeta trasmette in modo immediato.

Nella giovane senza tetto, incontrata un mattino in città, e anche nella studentessa, scontenta di una filosofia che trova troppo facile, Massimo Gezzi ci trasmette quel sottrarsi, a volte oscuro a volte indifeso, ma sempre preda di una rassegnazione (senza consolazione) che sembra contraddistinguere tanti tra i più giovani. E’ così che al pungolo dell’insegnante, al tentativo di spronarla a interloquire e a contrapporsi a quanto sente sbagliato, la ragazza dai banchi risponde quasi con disaffezione: “Per pochi, dici bene. E allora/ spiega perché è così. Contestalo,/ il filosofo, se non dice la verità.”/  Risponde e abbassa gli occhi, inarcando / un poil labbro: / “No, prof, grazie: ho scelto unaltra traccia.” (77)

L’intensità degli affetti è percepibile nelle poesie per la figlia, dove il mistero del legame di un giovane padre con la vita che cresce, si dispiega con parole commosse: “Chiusa/ nel tuo scrigno di pelle e amnio tu borbotti/ silenziosa, affidi ai pugni, alle gambe,/ i tuoi messaggi misteriosi. Dici che saremo/ due, tre, indissolubilmente.” (70)

Nel rapporto uomo/natura l’autore sembra cercare, pur in una difficoltà esistenziale che si fa palpabile, quello che accomuna e insieme quello che distanzia; una differenza che segna due testi tra i più belli:

E invece senti, uomo di città:/ non i venti, e neanche il pelo fluente/ di bisonti o altri strani animali/ permettono alle piante di diffondersi,/ fanno si che in piccolo paese/ nei dintorni di Lugano/ spunti un fiore azzurrino/ proveniente dalla Cina.// sotto i piedi/ degli uomini, tra le fessure delle suole,/ o incastonati tra gli incavi dei copertoni/ delle macchine, i semi vanno più lontano./ Anche senza volerlo, fin dove non immagini…/. (68)

La forza di queste immagini, in sè tenerissime, ci dà la cifra di un discorso che si dispone su più piani, ma intessendo sempre pazienza e pause salvifiche.

(Apparsa in QuiLibri di marzo aprile 2016)

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