Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

di Mario De Santis

“Transito all’ombra “di Gianluca D’Andrea è un libro di ricerca, senza essere sperimentalista. Definire non serva a classificare definitivamente, ma a misurare la trasformazione che un testo compie nel panorama della letteratura presente. Allora possiamo azzardare nel dire che questa raccolta va ad occupare uno spazio di sollecitazione psichica che un tempo aveva l’elegia, perché si colloca su un versante decisamente memoriale. Tuttavia l’elaborazione formale insegue anche una riflessione sul linguaggio e il tempo “in atto” – dando conto del suo titolo, cercando una costruzione “isotropica” della sintassi e delle scelte strutturali.  Tutto il libro, costruito in più sezioni (“LA STORIA, I RICORDI”; “DITTICO”;  “IMMAGINI, RICORDI” “ERA NEL RACCONTO”; ZONE RECINTATE”: “ALTRO DITTICO”; NOTTURNI”) segnate già nei titoli da questo intento di attraversamento memoriale del trentennio di storia italiana recente, ma con un accento che resta al fondo lirico, nel senso che il suo grumo percettivo è sempre di un singolo “io”, quello dissolto, disseminato del tardo novecentesco, per niente centrale e forte, che si definisce anche nel suo stesso rammemorare. Quasi travolto da questo fiume, dalla materia di realtà che – come il presente caotico – diviene per quell’io una selva oscura collettiva di cui alla fine, nell’ombra, tutti noi pure siamo della medesima sostanza (da subito accenni ad un Guerra, all’Ucraina, ai nonni non conosciuti: “questi li chiamo ricordi” scrive D’Andrea nella prima poesia “c’era un giocare che era già ricordo/e poi il futuro che si immaginava. / Tuttora vivo il brivido che vaga, /ma nel solo passato che conosco”).

Da questo presente fragile e opaco, muove la trasfigurazione degli eventi che hanno luogo proprio nella dialettica delle apparenze memoriali e testuali, di un’esistenza singola che si colloca come in coincidenza dell’autore nel paesaggio storico italiano tra la fine degli anni 70 e l’oggi. Una storia che procede per compressione e choc di accumulazioni di sineddoche, immagini spezzate e affastellate. Lirica del dopo-la lirica, come nella definizione dell’antologia di poesia italiana fatta da Enrico Testa.

La scelta metrica è libera con prevalenza d irregolarità, anche di endecasillabi nella prima sezione, e in generale una distensione ampia, narrativa, del verso, che ha in Fabio Pusterla – non a casa direttore della collana in cui esce per Marcos y Marcos il libro – il punto di riferimento post-Sereni per molti poeti delle generazioni recenti. Il risultato che ne consegue, molto riuscito e compatto nelle prime tre delle sette sezioni del libro, è una sorta di inseguimento della profezia del tempo futuro, contenuta in germinazioni, nei flash remoti del passato. La memoria è non un semplice museo o magazzino, ma un dispositivo del conoscere il senso stesso della storia e del presente. La storia è dentro una fuga e “neanche il tempo di sostare/al penultimo/ giorno dalla catastrofe, rinvengo/ e mi trovo nella sala d’aspetto/ di una scuola elementare”. Dentro questo risveglio l’io annaspa nel groviglio di immagini del passato e percezioni del presente, dove ogni singolo frammento del passato è lo scintillare di un impensabile non-ancora.  Si comprende meglio dunque la citazione di Mandel’štam posta a principio dell’intera raccolta: “Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato” – in realtà D’Andrea sta nell’ attraversamento storico e rimugina non tanto NEL passato, ma la materia del passato, il ricordo è ciò che proprio nel testo poetico, nella sua ricostruzione interrogante, intende l’accaduto sotto il segno della possibilità – che seppure cieca, è sempre possibilità di redenzione.

Nell’epoca del dissolvimento teleologico e in assenza di teologia, si procede sovraccarichi di stimoli, immagini, figure, percezioni. Difficile però distinguere cosa è “evento” come lo chiama ad un certo punto il poeta, cosa è un fatto, anche un dettaglio, inserito in una dinamica di relazione individuale e collettiva con il mondo, da questo punto di vista la poesia di D’Andrea si colloca in quel versante in cui si ambisce a diventare evento di evento, fino a far baluginare una precisa idea epistemologica sulla facoltà stessa di percezione che accanto a fulminanti considerazioni, dense di concetti, solo talvolta forse un po’ troppo concettuali, prova ancora a fare poesia in cui l’accadere stesso dei versi è anche  strumento e luogo per la memoria. Non senza un sottofondo etico, nelle intenzioni, pensandola sempre come puntello alle rovine.

  Nelle accelerazioni del tempo presente l’occhio dell’io insegue la curva ottica in cui si rifrangono visioni altre, prospetti di futuro, ma prima che quel futuro accadesse quando ancora erano in ombra nel passato.  L’alone ha accenti elegiaci o malinconici, quasi da classico proustiano (“gli odori”) con la presenza naturale, del Sud delle origini, con le sue contraddizioni storiche di un” libeccio” sentito tra i “rifiuti” in una passeggiata verso il mare, un’accumulazione che è “fine di un’epoca” ma annuncia anche la fine tout court della possibilità, dopo quel momento, di poter formulare un concetto di epoca (“la tv degli anni ottanta tentò/ di rubarci la memoria”).

“Transito all’ombra “però va letto anche come epica minima ma civile, nel contrappunto alle appercezioni con cui D’Andrea rilegge la traiettoria del tempo storico italiano, immobile nell’essere transito, soffocato da cumulo senza sviluppo, come appare il magma di macerie mentali che l’Io-poeta cerca di contenere nel procedere dei versi come procede la crescita di una coscienza “tra le altre notizie, Maradona, il doping/ lo sport si sfascia, il tanto amato/ “. L’attualità del panorama storico italiano immobile, inchiodato, depresso anche nei suoi miti immaginari, incapaci di produrre più mito vero, icone (“un tocco immateriale in tutto il corpo/ fatto immagine senza consapevolezza”) paesaggio di fantasmi e carneficine, nel marasma di residui.  Dove la ricerca di un lampo di apertura utopica avviene solo se dentro uno sguardo memoriale.

Se ci è stato cancellato “con velocità ogni appiglio” per capire il nostro percorso di vita, distanziando in un limbo di benessere le generazioni che sono venute insieme a questo azzeramento di memoria, ecco che il patrimonio del passato pur nelle macerie confuse di un ricordo, illumina la sterminio del reale e ci restituisce un’illusione vitale, che l’esistenza proceda, si trasformi.

Ecco quindi nel testo una costellazione di momenti e ricordi, attimi sospesi dell’infanzia, quando la sensazione del déjà-vu di allora era invece energia di trasformazione, il desiderio che qualcosa accadesse. Il senso di “smarrimento” che invece l’io registra oggi col suo accumulo di ricordi altrimenti inerti è il transito confuso di chi è come il rifugiato in un presente che non è patria, abbandonata per sempre quella da cui proviene. La patria è l’epoca, potersi collocare col pensiero in un’epoca, non semplicemente in una spiaggia colma di relitti.

Questo riguarda un movimento percettivo continuo, tra Sogno e visione come quando l’io si osserva mentre passeggia con la figlia e la moglie in un parco: ciò che nel momento in cui accade è anche la percezione di un ‘irripetibilità” come pure accadeva “nei videogiochi a dodici anni/” quando l’io non faceva che “rispegnere lo schermo” vivendo il senso di un vuoto della fine. Cosa siamo ci è dato dal sentire, ma senza presunzione di centralità soggettiva: l’epoca si compone, la speranza dell’io che si fa da parte è che “qualcuno/colga da un altro spiraglio il quadro/che il tempo senza tempo si ricordi/ in molti modi” ma “anche “senza la mia stessa speranza. Sottrazione dell’io ma desiderio di una coscienza diffusa.

Ma cosa fa di un dettaglio un’esperienza? Non solo condensa di attimi, ma visione?  Nel tempo dell’inesperienza che viviamo, è possibile il “cambio di prospettiva” che vada oltre “alcuni atti innocui di eroismo” che erano solo “conati”? Qui dentro il tempo della “spinta individualistica” che arriva da lontano, l’io è “frullato” nelle sue stimolazioni senza senso. Da “venti trent’anni fa” – continua nel suo meditare-rammemorante l’io, c’è stato un massiccio assorbimento verso “il passaggio di millennio” di tentate cose, piccoli eventi come pure sono le “esplosioni nere” dei “grattacieli”. Non s’è dato pensiero di una storia: “da allora/niente/una scomparsa, idee allusive”. Con cripto-citazione di Zanzotto, gli unici pronostici che riusciamo a fare sono quelli del “meteo” accampati come siamo “per alcuni giorni tra le macerie”. Se c’è un ‘utopia, ovvero “altre dimensioni”, non lo sappiamo. Siamo come dei migranti in fuga, in attesa ai margini, in una sosta del transito.

E’ un poeta consapevole e riflessivo Gianluca D’Andrea, la sua poesia funziona nel già-dato del procedimento linguistico del suo dispositivo, ma forse per istinto pedagogico il poeta poi ribadisce chiaro, traslando – e forse rallentandola un po’ – la lirica verso soste da poemetto civile come quando precisa “Finì la storia, iperbole quarantennale/ di generazioni, micromode, subculture”.

Tutto lo sguardo volto indietro, cerca il confine critico verso una verità latente di questa non-appartenenza di accampati. Che siano i ritorni in Sicilia o il lavoro in Lombardia a Treviglio, in questa dimensiona a-nostalgica, di uno spazio sfinito dall’incessante immobilità d’essere sempre “che è lo stesso/sempre un altro”. Qui, in questa terra desolata e nostrana, il brusio in cui si accumula il “dopoguerra fisso” con il fluxus televisivo di decenni immersi in programmi e tribune elettorali, gare sportive, cosce di ragazze, la scuola, il disgelo, Tarantino, la marjuana, la fine millennio e in mezzo da Ustica alle Twin Towers, tutti solo in attesa “della prossima catastrofe mediatica”

Fino ad arrivare a un tempo presente in cui tutto questo accumularsi viene colto (con uno dei riferimenti che pure ci sono sparsi, a volte un po’ criptici) nel presente dei i “cancelli” e delle “mele” (ovvero Gates e Apple) e lo “schermo nero” della virtualità di connessi è unico terreno d’esperienza.  Ecco la falsa illusione con cui si ripresenta il mondo che ci appare un micro-mondo in cui alla fine globalmente viviamo, stretti in una costellazione planetaria “di borghi fantasma” una dissolta magmatica provincia totale, appesa ai “tablet” e ristretta dentro programmi televisivi – e “il resto del mondo è il niente”.

Se nelle sezioni centrali del libro anche attraverso luoghi della biografia (Treviglio, Zigonia, emblemi di un abortito sviluppo storico italiano) si vira proprio verso una dimensione solo memoriale, risultando meno d’impatto rispetto alla prima parte, nella sezione finale, con sette brevi “Notturni” si chiude il libro su uno sguardo che si fa interno, verso il buio, sguardo che si posa sulla “bambina addormentata”. Dentro quel buio, che ha lasciato fuori il “formicolio” che come il brusio dei testi precedenti, arriva il rumore bianco del mondo, nel passo chopiniano di queste ultime poesie: si accetta il fantasma, la sua forza immaginifica ma anche l’inevitabile distanza che è ogni forma di percezione e sentimento – anche verso cose e persone più care. E’ questa irriducibile distanza a consegnare l’Io ad un buio in cui “essere nessuno, avvertire/ e scorgere me nella notte” e di fatto a riconsegnarsi al medesimo “nucleo sprofondato” che il poeta avverte in sé, pure in questo caldo momento protetto. Anche qui è la stessa sostanza della Storia e dell’esperienza tra memoria e percezione con cui si è misurato là fuori, anche qui manifesta in una forma – immagine, forse mai totalmente esperienza. Illusione verso un dove, certo, ma pure consapevolezza lucida (e tragica) che tutto è irriducibile distanza di questa immagine della realtà e dunque innanzitutto “è sapere la violenza/ e contaminare e inviare a niente”

Mario De Santis

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