ALBERTO PELLEGATTA, “Ipotesi di felicità”, Mondadori, Milano 2017.

di Stelvio Di Spigno

Dopo il promettente primo lavoro organico, L’ombra della salute, pubblicato nel 2011, Alberto Pellegatta, classe 1978, licenzia ancora per Mondadori un libro di cui è un piacere occuparsi, dal titolo lievemente antifrastico, Ipotesi di felicità. Innanzitutto si tratta di un’opera che presenta un gran numero di aspetti peculiari, ma ciò che colpisce sin dalla prima lettura è la sua originalità, la sicurezza del tratto, la convinzione e la maturità degli assunti, delle immagini, della visione di fondo, come non si vedevano da tempo sulla scena poetica italiana. E va ricordato che da ancora più tempo non succedeva che una tale ricca riuscita fosse riconducibile a un autore che ha saputo guadagnarsi la stima di un grande editore nazionale a meno di quarant’anni, con un lavoro su se stesso e sulla propria scrittura di grande rigore e concretezza.

Ipotesi di felicità è un libro notevole,  che si distacca con forza dalla folla di scritture del nostro presente. A renderlo tale concorrono un’enorme energia creativa, un’incisività e una precisione nominale a dir poco chirurgica, un gusto per l’uso dell’analogia (di cui diremo più avanti) che prima di essere un modo di avvicinare tra loro parvenze e parole, sembra qui essere una vera e propria filosofia poetica, un goliardico sabba metacognitivo, un rullo compressore che riproduce spudoratamente i lineamenti della vita odierna secondo ipotesi non banalmente lineari. Pellegatta è figlio della grande poesia europea degli ultimi 10-15 anni, che ha tradotto e assorbito sin dai primordi della sua carriera. Inoltre, il suo lavoro nasce da una sinestesia con altre arti, soprattutto quelle figurative, sia contemporanee che storiche. Per di più, la maggior parte del suo tempo la trascorre in un paese culturalmente vivo e fecondo come la Spagna, con puntate in Portogallo, Gran Bretagna, Germania. Questi tre fattori, combinati mirabilmente tra loro, segnano una barriera netta tra il suo lavoro e quello di tanti poeti nostrani che passano il loro tempo a ingozzarsi di poesie, modelli e idee che arrivano in traduzione, già segnati dallo stigma della decadenza italica. L’orizzonte ottico del nostro autore è invece pacificamente metropolitano ma del tutto cosmopolita. E tutto ciò si sente, e come. Basterebbe leggere le sue fulminee traduzioni di Underwood e Pessoa (solo per citare le più recenti) per avere la controprova di quanto dico. Per questo, in Ipotesi di felicità, si respira un’aria avventurosa e culturalmente arrembante, lontana anni luce dalle angustie delle belle lettere italiane. I suoi versi e tutta la fitta narrazione che creano riescono ariosi, ironici, taglienti, pregni di una riflessione sul vivere che non risente dei condizionamenti tipici della nostra mentalità natia, dove il buonismo conservatore e il continuo gossip sulle fortune altrui imbolsiscono sul nascere anche i talenti più ambiziosi.

Da questo contesto cosmopolita nasce la caratteristica fondamentale di questo libro. La libertà. Kipling affermava che la maggiore forma di libertà possibile non è quella dal giudizio altrui, ma quella dal proprio giudizio su stessi. Se decliniamo questo assunto in ambito di poetica, si può dire che la poesia di Pellegatta non si è liberata soltanto dalla schiavitù ideologica per i cosiddetti contenuti – ma anche dalla necessità di fornire a ogni piè sospinto una qualche particella semantica che permetta al lettore di incasellare questa poesia in uno dei tanti gulag della conoscenza posticcia e codificata. Eppure, non si tratta di una poesia che sposi in modo esibizionistico l’ambiguità, e neanche si tratta di un operazione nichilistica di stampo sperimentale. Semplicemente, col suo grande talento, Pellegatta non si accontenta di fornirci accoratamente una mappatura del mondo. Ma, attraverso la presa di possesso piena e compiuta di quella che Brodskij chiamava “la patria della lingua”, Pellegatta si riappropria del gusto di ricreare il mondo e la realtà, secondo statuti che non sono più morali ma puramente estetici. Pellegatta guarda al mondo e alla nostra storia come stesse leggendo un infinito poema, nel quale le leggi della retorica e del suono designano il funzionamento della società umana, la storia delle moltitudini, il cosmo stesso, l’arte di vivere e di scrivere. In Ipotesi di felicità, il processo con il quale il mondo si autocrea è identico a quello nel quale avviene l’atto poetico, e in quest’ottica, potremmo affermare che tutto questo libro impugna con forza il vessillo di una pugnace aristocrazia del verso, proprio perché la legge della creazione artistica e l’ottica della visione antropologica sottostanno solo alle leggi della bellezza e ai suoi risvolti più raffinati e perversi. Da questo punto di vista, l’esempio più folgorante che la letteratura occidentale possa fornire è quello di Sade, l’immoralista per antonomasia, e ciò spinge a dire che il modo con il quale Pellegatta tratta le cose del mondo sia gioiosamente e consapevolmente sadico.

Il segreto è tutto nell’uso virtuosistico del materiale linguistico e nello stile col quale ciò viene a configurarsi. Pellegatta fonde il piacere dell’immagine e della nominazione tonda, mimetica, appuntita, fedele, che gli deriva dalla frequentazione delle arti visive con una sorta di “regia” stilistica che sostituisce elementi prevedibilmente tradizionali e risaputi ad altri, completamente inediti e proteiformi. Ciò fa sì che, al posto di una compresenza di immagini e di suoni, della quale è fatta la poesia, qui ritroviamo una compresenza di stili, ovvero un pluristilismo che fa pensare a musicisti come Alfred Schinttke o Philip Glass, ma anche al Porta dialettale, il più milanese di tutti i poeti milanesi, e persino all’irridente Giusti che gioca col fuoco (e col vuoto) del potere. Ogni poesia trova e utilizza mezzi stilistici propri, per questo non vi sono due testi stilisticamente uguali in tutto il libro. La formula di questa simultaneità ci presenta un campionario formale che va dall’aforisma all’ode, dal microverso all’invettiva, abilmente mascherata da descrizione del paesaggio umano e animale, e quindi alzata o abbassata di tono quel tanto che serve per risultare sempre elegante ma mai indecisa o sommessa. La padronanza della dimensione stilistica è ben visibile anche nel passaggio, anzi, nel continuo richiamo tra componimenti in versi e pagine in prosa, dove l’arte poetica dell’autore viene enunciata ironicamente da un “catalogo” etologico ricco e particolareggiato. La poesia assume forme animali, la poetica è un bosco nel quale ogni creatura che lo abita ha il suo ruolo e il suo scopo.

Il dizionario che viene utilizzato non prevede trasgressioni plateali. La vera e continua effrazione che questa poesia utilizza è l’analogia, cioè il gusto per la metafora stupefacente, imprevedibile, assolutamente primigenia, che spiazza di continuo il lettore trasportandolo, con la sua precisione, in una sorta di allure surreale e sulfurea. Pellegatta è il poeta dell’analogia, come abbiamo accennato,  ma non se ne lascia soggiogare, la utilizza la dove è necessario per spostare la linea di significato verso campi semantici ai limiti dell’indicibile. Se analizziamo i termini con i quali oggetti e concetti vengono messi a reagire tra di loro nelle parti cruciali del discorso, noteremo, appunto, che si tratta sempre di entità palpabili, di cose che si possono toccare, e che vengono messe in relazione tra loro in traslati talmente calibrati che l’effetto che se ne ha, lontano da ogni irrazionalismo di sorta, è invece quello di un rinforzo realistico all’interno di una visione continuativa e omogenea, ma di carattere antinaturalistico fino alle soglie dell’onirico.

Il verso prediletto di questo libro è l’ipermetro. L’autore “sfonda” di forza la misura dell’endecasillabo attuando, con grande maestria, dei piani paralleli dove a versi più lunghi si alternano versi brevi o brevissimi, nei quali per forza di cose si ha un’accelerazione, che poi passa al verso successivo, nuovamente lungo, in modo che la dinamica interna al testo non si possa mai cristallizzare in modo statico e definitivo. Ed è la velocità che gioca con l’intelletto del lettore, la velocità che non è un gioco illusionistico, non ha bisogno di un laboratorio degli specchi, chiede al lettore disponibilità e volontà di partecipare alla grande scommessa della lingua italiana e della poesia vera. Per questo, e per tanti altri motivi che il lettore troverà da solo, faccio un augurio a questo libro. Un augurio che mi viene, in omaggio all’autore, da una definizione che Piero Manzoni diede dei suoi monocromi, quando disse che erano opere “tutte da vivere, tutte da essere”. È la stessa sensazione che mi ha fornito Ipotesi di felicità. Non sappiamo se si tratta dell’inizio di una nuova stagione poetica nel nostro Paese. Sicuramente, questo libro, segna la perentoria conferma di una nuova presenza autoriale che è già da annoverarsi come la più sicura e magnetica almeno tra quelle dei nati nel decennio degli anni ’70 del Novecento. La poesia scrive e riscrive la sua storia. E possiamo essere sicuri, parlando Pellegatta e di Ipotesi di felicità, che tale storia ha la “s” maiuscola incorporata nel suo codice genetico.

Stelvio Di Spigno

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