A cura di Stelvio Di Spigno

Sono a casa di Franco Buffoni, in via del Corso a Roma. Parliamo del suo ultimo libro, Personae, dramma in cinque atti e un prologo, pubblicato dall’editore Manni nel 2017. Franco mi accoglie con la consueta cordialità e amicizia, sarà perché, non so come, sono arrivato addirittura in anticipo all’appuntamento. È il 20 marzo 2018. Con Franco ci conosciamo dal 1998, lo dico non per vezzo autobiografico né per vanteria, ma solo perché ciò spiega il tono molto colloquiale di questa conversazione, che ho una certa difficoltà a chiamare intervista.

Ciao Franco, la prima domanda che vorrei farti è da dove nasce l’idea di un’opera teatrale, genere in cui non ti sei mai cimentato.

In effetti non ho mai praticato il genere teatrale come autore ma come traduttore. Come studioso. Il mio teatro ha le sue radici in quello inglese del Novecento, in particolare Eliot e Auden, autori che ho molto tradotto e insegnato, e quindi introiettato in maniera notevole. Così, quando ho pensato di scrivere un’opera teatrale l’ho fatto in modo molto determinato e professionale, perché ce l’avevo dentro. Inoltre, dopo Jucci, ero arrivato a una sorta di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Non voglio addentrarmi nella questione della presenza-assenza dell’io in poesia, che francamente mi sembra una questione di lana caprina. Ho scritto Il profilo del Rosa, uscito nel 2000, che aveva una presenza cospicua dell’io lirico. Nel 2005 esce Guerra, nel quale l’io lirico praticamente non c’è. Con Jucci, libro strutturato in prima persona, la presenza dell’io lirico era chiaramente debordante. Aggiungi che si è trattato di un libro, quest’ultimo, molto letto, premiato, recensito, e a un certo punto sono arrivato io stesso a una sorta di saturazione, come ho detto, di tutto il cascame biografico che si è fatto attorno a Jucci. Personae è stato scritto tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, e risente di questo clima. Oggi l’ottica è completamente diversa: il nuovo libro di poesie che vedrà la luce in maggio 2018 presso Garzanti, La linea del cielo, segna un ritorno all’io lirico con tutta una serie di questioni che riguardano la poetica del terreno, il binomio Roma-Milano, la possibilità di pensare a uno stesso evento o istanza vedendolo da punti di vista diversi, a seconda del luogo di osservazione. Ma quando ho cominciato a scrivere Personae, l’intento era quello di non parlare più di me e quindi ho inventato dei personaggi. A questa invenzione si è aggregata giocoforza l’attualità. Personae ha luogo durante un attacco terroristico: vi è l’eco delle vicende degli ultimi anni, in particolare l’attentato a un locale in cui un gruppo dal grande passato sta tenendo un concerto rock. Per la caratterizzazione dei personaggi, mi sono avvalso di psicologie che conosco.

Psicologie che hai scandagliato a fondo.

Sì, appunto. Naturalmente, per poterli mettere in scena con determinazione “registica”, ho dovuto un po’ stressare le loro caratteristiche, portarle alle estreme conseguenze. Per cui il professore di filosofia non poteva che essere un illuminista molto radicale, di buona famiglia, molto ricco e portato al “massimo edonistico individuale”; e il prete lefevriano non poteva che essere un lefevriano di ferro, negazionista e antagonista, però tutti e due sono intelligenti e molto colti, in grado di intendersi su molteplici riferimenti culturali. Questo mi è servito enormemente, perché alla fine i veri protagonisti sono loro, lo scontro vero è tra loro.

E gli altri due personaggi?

Sono due esseri umani, la ragazza e il giovane marito del professore di filosofia, che rappresentano “l’umano troppo umano”. Laddove il professore di filosofia e il prete lefevriano sono disumani entrambi, perché sono ideologici. Mentre Endy, il ragazzo, e la ragazza ucraina sono semplicemente degli esseri umani. Ho voluto determinare uno scoppio della coppia iniziale, quella del professore e del suo giovane marito, giungendo alla fine a costituire due nuove coppie: il professore ed il prete, Endy e Veronika.

Con un siparietto molto comico…

Alla fine la ragazza dice con ironia e un pizzico di malizia “quei due si stanno amando”; Endy non coglie la sfumatura, essendo del tutto un parvenu dal punto di vista culturale, e dice “conosco i gusti di mio marito, sono tranquillo”, al che lei ribatte che lo stava dicendo in un altro senso. Eppure lei trova che Endy somiglia al suo ex marito, pensa a lui esattamente come al suo uomo che non c’è più per lei; quindi si viene a creare questo dramma esistenziale che fa da controcanto alle sciabolate dei due protagonisti culturalmente agguerriti.   

Eppure non c’è un personaggio che faccia da referente a Franco Buffoni. Nessuno porta per intero la tua voce o si può dire che sia un personaggio autobiografico.

Questo è un appunto che mi è stato mosso a proposito dell’io lirico assente, mi hanno detto che lo avevo, in pratica, diviso in quattro… (ride). In effetti Narzis, il professore di filosofia, espone parecchie mie idee; mentre Inigo, il prete lefevriano, riflette la cultura nella quale sono cresciuto, essendo stato educato dai gesuiti e avendo avuto una zia priora del convento delle Carmelitane Scalze. In effetti ho un po’ stressato Inigo sull’aspetto del negazionismo, senza però inventarmi nulla di sana pianta, perché molti lefreviani sono negazionisti. Ma mi serviva per caratterizzarlo meglio, come del resto molto caratterizzato è il suo antagonista, ma senza alcun disprezzo, perché alla fine il loro sostrato culturale è rispettabile, e va dalla cultura greco-latina, ai classici, a quella novecentesca. C’è tantissimo che li unisce, e questo permette loro di lottare e affermare con forza le loro posizioni chiaramente agli antipodi sul piano dell’ideologia.

Eppure Inigo, a mio modo di vedere, è il personaggio più comico, più ricco dal punto divista della caratterizzazione, quello con più “polpa”, se mi passi il termine.

In effetti è così, anche perché su Inigo la domanda che ci si fa è questa: passava di lì per caso?

Appunto, cosa ci faceva un prete lefevriano a un concerto rock?

Inigo dice che passava lì per caso. Nella pratica scenica noi lo vediamo con gli altri tre e lo ascoltiamo dibattere col professore di filosofia. Ma la domanda rimane. Cosa ci faceva lì? La situazione alla quale mi sono riferito è il Bataclan (anche se non faccio mai il nome di quel luogo di strage). Certo poteva benissimo essere andato anche lui ad ascoltare il concerto, ma se così fosse, la sua qualifica di esorcista non sarebbe giustificabile. Va detto poi che Inigo vive in questa comunità coperta, nella quale si respira il clima di Dominique Venner, l’uomo che si suicidò nel 2013 nella cattedrale di Notre Dame per protestare contro il matrimonio gay approvato dal parlamento francese. Il fatto che fosse al concerto resta un avvenimento volutamente ed enormemente ambiguo. Ma mi è servito per sviluppare la trama, poi tutto mi è venuto facile.

L’aspetto più “buffoniano” di questo libro è che si tratta di un’opera “onnisciente”. Ci sono dentro l’attualità, la politica, la cultura letteraria antica e moderna, la filosofia, l’antropologia, la religione.

Beh, con personaggi del genere è abbastanza facile, e poi non va dimenticato che loro parlano per un’intera notte, una notte che nell’escamotage della trama dura pochi secondi, fino alla rettifica del telecronista.  

Venendo appunto alla trama, che mi appare come l’aspetto più originale del tuo lavoro, loro sanno o non sanno di essere morti?

La trama è a misura del pathos, perché a mano a mano che si avanza è sempre più evidente che loro stanno per morire, o meglio, stanno per sapere che sono morti. Il pathos scaturisce proprio da questa nostra consapevolezza di spettatori, mentre in loro si fa strada inesorabilmente come certezza. Per questo nel quarto atto ho deciso di far loro attraversare la morte, in otto quadri. Un attraversamento della morte in otto modi diversi.

Cosa dice questo libro alla nostra attualità, dall’elezione di Trump alle elezioni in Italia, per intenderci.

E’ abbastanza complicato rispondere a una domanda che mi porta alla politica contemporanea, anche perché su questo terreno è proprio la parola “contemporaneo”, di questi tempi, ad essersi fatta molto sdrucciolevole. Il libro è stato concepito e scritto due anni fa, mentre gli eventi da te menzionati sono successivi. È chiaro che i due protagonisti principali parlano inevitabilmente alla contemporaneità. Hanno i loro ideali, opposti e contrapposti, ma entrambi ci credono fino in fondo.

Eppure leggendo Personae sembra che tu abbia anticipato diversi eventi che si sarebbero concretizzati di lì a un paio d’anni e che danno la cifra del clima plumbeo che si respira oggi.

Certamente, a proposito di clima plumbeo, l’elezione di Trump è stato uno schock. Io resto tutt’ora scioccato e penso che in America stiano aspettando solo le elezioni di Midterm, che ormai sono alle porte, per metterlo sotto impeachment, quando al senato non ci sarà più una maggioranza repubblicana, che fatalmente finirebbe per respingere il provvedimento contro quest’uomo assolutamente indegno d’essere il presidente degli Stati Uniti. Trump fa rimpiangere presidenti come Nixon o Bush figlio, oltretutto è stato eletto con tre milioni di voti in meno rispetto alla competitor Clinton, per quel particolare sistema elettorale che caratterizza la democrazia americana. Del resto la Clinton era già logorata politicamente, sia per aver fatto parte del primo governo Obama, sia soprattutto come first lady per otto anni, vittima delle scappatelle del marito (che per altro fu un ottimo presidente).  Non era la candidata ideale, eppure ha preso tre milioni di voti in più. Ci sarebbe da riflettere parecchio sul sistema elettorale americano per il quale il voto di un abitante di New York conta molto meno di quello di un contadino del Nebraska.

Il sistema elettorale americano riflette parecchio le contraddizioni di quel paese, non trovi?

Sì, perché gli Stati uniti hanno come due parti molto avanzate –  East Coast e West Coas – con in mezzo il nulla dal punto di vista culturale. Che è esattamente ciò che succede nella mia Lombardia, dove a Milano  “Più Europa” di Emma Bonino ha preso l’11%, e intorno hai i trogloditi che votano Lega al 40%. Ma si sa, ormai le periferie sono così. Eppure questa riflessione, tornando a Personae, non è poi tanto peregrina se consideri il personaggio di Endy. Lui è simpaticissimo, è un semplice operaio, che ha potuto studiare per due anni da tecnico informatico, grazie al marito, ma la sua testa è rimasta naïf. È un ragazzo cresciuto in un quartiere operaio, proletario, abituato alla vita nel senso più drammatico del termine. Ecco, questo ragazzo probabilmente voterebbe Cinque Stelle o Lega. Ha tutti i tratti psicologici di quel tipo di elettorato. Per questo faccio in modo che Endy esca fuori con le sue trovate, come il “cervello quantico”, e suo marito, il professore di filosofia, lo ama per questo. Mentre per il prete lefevriano loro sono solo due “peccatori”da condannare senza appello.   

In Lincoln nel Bardo di George Saunders, c’è una riflessione sulla Storia di grande interesse. Quella sui cicli storici e la rinascita della vita a intervalli che si ripetono dopo ogni guerra e ogni catastrofe. Questa ciclicità sembra minacciata da un tempo lineare che porta con sé la distruzione del pianeta, la non-rinascita della vita e il caos, senza più bandiere, senza più ideali politici, senza punti di riferimento. Una parola di speranza viene invece proprio dai tuoi personaggi, che pur litigando ferocemente, credono nella vita e nelle loro idee.

Sì, qui torniamo ai due personaggi principali, il professore di filosofia, allievo di Lacan e Foucault, e il prete lefevriano, entrambi interpreti di ideologie ma soprattutto di convinzioni forti, e su di loro ho costruito l’ossatura della discussione e la trama del libro. Però ho voluto estremizzarle, queste convinzioni. Se ricordi, questo è un po’ il mio stile. Anche in Più luce, padre – che pure è di dieci anni precedente – perché è uscito nel 2006, lungo tutto l’arco del libro sostengo le posizioni del professore di filosofia, ma alla fine faccio scrivere quella feroce lettera al nipote, dalla quale lo zio esce praticamente distrutto. E questo perché sono convinto che ogni posizione ideologica forte abbia bisogno di un contradittorio forte, per essere continuamente rimessa in discussione. E nel libro-intervista Come un polittico, scritto con Marco Corsi e uscito il mese scorso da Marcos y Marcos, a proposito dello zio, dico “per fortuna che è così”. Io devo avere la possibilità di educare, di predicare, di convincere, di consigliare bibliografie, ma poi voglio che il destinatario di tanta attenzione possa mandarmi a quel paese: solo così potrà avere una sua autonomia di pensiero. Deve mandarmi a quel paese. Per forza.

 È esattamente così anche in Personae.

Certamente. In questo caso i due personaggi più adulti sono i personaggi forti del libro, sono due “personae”, due maschere, due tipologie, e loro educherebbero il loro “nipote” secondo i loro convincimenti. Ma anche se il nipote sembra in alcuni momenti dar loro ragione, alla fine deve ribellarsi. Magari dopo dieci anni gli darà ragione, ma nell’immediato deve ribellarsi. Non è possibile che questa ribellione non ci sia, per la semplice ragione che i tempi sono sempre in divenire, e le posizioni ideologiche che quegli uomini maturi rappresentano diventano stucchevoli, perché loro continuano a ripeterle, vogliono educare, sono parenetici entrambi. E allora il giovane deve ribellarsi. Ed è proprio quello che Endy non fa, perché non ha le capacità intellettuali per farlo. Però lui ha la sapientia cordis. A lui e a Veronika ho voluto dare la sapientia cordis. Endy ha fatto delle esperienze di sofferenza e di privazioni che il professore non ha mai provato. Il professore ha sempre vissuto in una famiglia ricca, ha fatto il college, è Endy a rappresentare “l’umano troppo umano”. Volevo che questo saltasse fuori con forza.  

 Tu sei un grande appassionato e studioso di Leopardi. Che influenza ha avuto sulla genesi e la scrittura di Personae? Così, un po’ alla grossa, direi che il Coro di morti e la morte dell’Islandese nelle rispettive Operette siano i riferimenti più evidenti, quasi a costituire una sorta di sostrato leopardiano all’intero libro.

Con questa domanda mi inviti a nozze. Domani 21 marzo, giornata mondiale della poesia, tra l’altro, sarò a Recanati a parlare di Leopardi, e con questo freddo e neve non so come farò (ride). Posso dirti che sono sessant’anni buoni che studio Leopardi, continuo a studiarlo e mi si continua a rivelare sotto aspetti che mai avrei immaginato, oltre a darmi sempre emozioni nuove. Penso che la psicologia di Leopardi sia ancora tutta da narrare. E devo dire che negli ultimi tre o quattro anni lo sto inquadrando in modo nuovo, come omosessuale. Con tutti gli ostacoli anche linguistici che questo comporta, non foss’altro perché termini ed espressioni che usiamo oggi, ai tempi di Leopardi non c’erano. Ma questo aspetto tiene, eccome. Il contino Giacomo è il classico uomo intelligentissimo, che non può dire chi è, che non può rivelarsi neanche al fratello, col quale scherza dicendo che a Roma le donne non te la danno, perché deve stare al suo livello. E la stessa identica cosa avverrà quando incontrerà la persona di cui si innamorerà follemente, il bellimbusto napoletano Antonio Ranieri. E solo nell’ottica di una pura e profonda psicologia omosessuale si possono comprendere tutti gli spostamenti di Leopardi, quel pesantissimo rapporto con i recanatesi e la famiglia, il barbiere recanatese pettegolo che lo vede a Napoli e dice a Ranieri “tu stai col figlio del conte Monaldo”… C’è tutta la casistica. Se tra qualche anno nell’accademia italiana sarà possibile farlo, si scoprirà che con la psicologia di Leopardi viene a galla proprio il prototipo di tutto quel rivolgimento interiore che una psiche omosessuale possiede ma non può rivelare.

 Il dramma di Leopardi è quello di non avere interlocutori nella sua epoca.

Leopardi è l’unico che ha già capito tutto: quando parla del concetto di tempo profondo, per esempio: il mondo non è di 4000 anni, il mondo è molto più antico, i popoli dell’Asia… E non ha nessuno a cui dirlo, perché in quei decenni nemmeno Hegel l’ha capita questa cosa. E questo è mostruoso. Lui non poteva parlarne neanche col Colletta, nessuno lo capiva. Lui aveva intuito tante verità scientifiche. Poi, come sempre accade alle donne e agli omosessuali, finisce con l’innamorarsi della persona sbagliata, e qui vivrà la sua débâcle. Lui in contatto con i maggiori filologi del mondo innamorato di un bellimbusto che lo sfrutta.

 Ranieri si è costruito una carriera su Leopardi.

Perché Ranieri capisce che soltanto legando il suo nome a quello di Leopardi potrà passare anche lui nei manuali di letteratura. E’ impressionante come Leopardi venga sfruttato da Ranieri con le fideiussioni, i prestiti, pagando l’affitto a Napoli anche per la sorella, ed è impressionante come Leopardi faccia la fine del professor Unrat, il protagonista del romanzo di Heinrich Mann dal quale Josef von Sternberg trasse il film L’Angelo azzurro.

Una lettura della psiche di Leopardi alquanto ostica da proporre.

Questo modo di parlare di Leopardi in Italia non può essere accettato, ancora oggi. Bisogna stare molto attenti… Puoi trovare, come è accaduto a me, per esempio sul sito “Le parole e le cose”, che è quello più diffuso e seguito, dei saccenti cretini che ti dicono che le espressioni di affettività verso Ranieri erano comuni, anche tra uomini, a quell’epoca. Ma stiamo scherzando? Con quella intensità, con quella densità… ma allora vuol dire che un epistolario non lo sai leggere, e non sai interpretare le ragioni per cui Leopardi va a Firenze, e la Fanny Targioni Tozzetti per imitare Ranieri e mettersi al passo, e tutte le fideiussioni che ha fatto… Ma di cosa stiamo parlando? Ci prendiamo in giro. Evidentemente c’è ancora gente nell’accademia italiana che vuole prendersi in giro, lo fanno su Leopardi e lo fanno su Pascoli. Pongo questa questione per un motivo semplice. Non voglio fare un outing tardivo a due dei nostri più grandi poeti, ma penso che con una lettura biografica di questi poeti come quella che propongo, gli italiani potrebbero capire qualcosa di più di se stessi.

 Tornando al nostro libro, anzi al tuo libro…

In definitiva, Leopardi permea tutta la mia produzione, in versi, in prosa e saggistica. In modo discreto, perché non sono uno che cita il nostro in continuazione. Ma sono fiero di essere Italiano perché Leopardi è italiano. Mettiamola così.

Un’ultima domanda, ed è questa. Alla fine i quattro personaggi vengono a sapere di essere morti. Lo svanire di questi quattro “revenant” è qualcosa di simbolico? Allude forse a quella grande cultura umanistica che da decenni non esiste più, e che viene sempre più raschiata via anche nelle sue ultime resistenze?

Alludi forse al fatto che i personaggi possano essere fuori del tempo? Beh, sì, lo sono, come siamo fuori del tempo io, tu e tanti altri. Ma non è mai fuori tempo il sapere. Qualcuno che vuole “combattere” questa battaglia c’è ancora. Qualcuno bravo dalle università esce anche adesso, e persino dai licei. Non voglio pensare che tutto sia finito. Certo, quando vado nei licei qui a Roma e vedo che i ragazzi, anche al classico, non sanno che il Barocco viene dopo il Rinascimento e prima dell’Illuminismo, la cosa mi lascia basito perché secondo me non avere queste cognizioni di base non ti permette di studiare un autore e di cogliere aspetti importanti. Per me le consapevolezze storiche e filosofiche sulle quali innestare quelle letterarie sono sempre state fondamentali. Questo anche per quanto riguarda l’archeologia, l’arte. Se vado in Thailandia e vedo i monumenti dei thailandesi, devo aver prima studiato un manuale in aereo, altrimenti li guardo e non mi dicono nulla. Invece quando vado in Friuli o in Sicilia e vedo una chiesa, capisco subito in che secolo è stata fatta, perché è stata costruita in quel modo: quelle pietre mi parlano. E io amo queste tracce di passato che trovo in Europa e in Italia in particolare. Ed è per questo che sempre più spesso vado in giro per l’Italia. Questo paese mi corrisponde, dalla Magna Grecia ad Aosta.

 Il sapere ha ancora un fascino enorme per te.

Certo, ed è la ragione per cui ho costruito questi due personaggi con solo due criteri: che fossero molto caratterizzati e antipodici. E sono venuti fuori un illuminista e un prete lefevriano. Avrei potuto sfumarli molto di più, ma poi l’argomentazione ne avrebbe risentito.

Quanto ti sei divertito a crearli e farli parlare, in definitiva a darsele di santa ragione?

Moltissimo. Mi hanno dato molta soddisfazione. E se sono così divertenti è perché anch’io mi sono enormemente divertito a scrivere di loro. E molto spesso ho scritto sotto dettatura. Perché una volta creati erano loro che mi dettavano. Mi svegliavo la mattina e non avevo che da scrivere. E questo avveniva in agosto. Ero solo, nel silenzio più totale, in questa casa di campagna, e concentrato nella scrittura ogni momento. Perché da autore quale sei anche tu, sai bene che se puoi concentrarti per un mese intero senza interruzione, quel mese ti rende come un anno, se quell’anno ce l’hai frammentato e ogni volta devi ricominciare da capo.  Invece in quel mese di agosto sono riuscito a concentrarmi, rinunciando alla ferie che ormai non faccio più da decenni, e quindi durante la giornata scrivevo e limavo tutti i particolari, perché se vuoi fare un’opera del genere devi impegnarti. Sono stato così attento alle loro caratteristiche psicologiche che poi la notte parlavano loro. Il monologo di Veronika, per esempio, me l’ha dettato tutto lei. Quel monologo inziale in cui parla della madre che faceva l’infermiera, me l’ha dettato lei, io ho scritto sotto dettatura. Che poi è un po’ il discorso che faceva Valéry quando diceva che il primo verso te lo danno gli dei, il resto è opera di bulino. Però è chiaro che questo primo verso gli dei te lo danno quando te lo sei meritato.     

Grazie, Franco.

Grazie a te, Stelvio.

Spenti i microfoni resto ancora un poco in sua compagnia, approfittando della sua ospitalità. Ascoltarlo è un piacere: è un torrente, un fiume in piena di sapere e sapienza. Si resterebbe ad ascoltarlo per ore. Chissà se sarà poi andato a Recanati sotto tutto quel gelo sfidando gli Appennini. Nel suo caso specifico la domanda sarebbe questa: sarà prevalso lo spirito avventuriero e fracassone dei mediterranei o la sua natura di lombardo iperorganizzato, che programma tutto in anticipo? Glielo devo chiedere. Anche se penso di conoscere già la risposta.

SI’!

Un caro saluto a te Franco, ultimo grande umanista d’Italia. Sebbene per me resterai sempre quel professore universitario di Letteratura Inglese che ha dato a un ragazzo di 23 anni l’opportunità di pubblicare per la prima volta poesie e saggi su fonti autorevoli ed editori nazionali. E questo si chiama fiducia, in un mondo dove questa qualità dell’anima è davvero rara e circola solo per pochi eletti. Grazie a te ho imparato la fiducia. A riceverla, ma soprattutto a darla. È questo il vero insegnamento, il lascito enorme del tuo magistero.

Stelvio Di Spigno

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