PAOLO MORELLI, Da che mondo è mondo (nottetempo, 2017)

Raffaella D’Elia

Paolo Morelli nel nuovo libro esplicita in modo inequivocabile il mondo che già abbiamo imparato a conoscere. Viene in mente, e valga come indizio, una parola, “dolorame”, che in Né in cielo né in terra (Exorma, 2016) stava a significare  l’impotenza, lo sgomento di fronte ad un orizzonte che sfugge nel momento in cui si prova a raccontarlo. Nella storia di Salvadore e della sua esistenza fuori e dentro un Ente inutile, finalizzato ad aiutare gli artisti in disgrazia, irrompe una famiglia di zingari provenienti dagli Urali. Attraverso di loro il protagonista e la serie di personaggi che lo circondano (la figlia Gabri, l’amico  Alisei, i vari capi nella veste di rappresentanti di un potere sempre più logoro e logorante) vanno incontro al passato, incamminandosi verso il futuro: la combriccola di donne e uomini sempre in viaggio mantiene inalterata la fiducia nella natura, nella terra, considera quella dell’avvento dei cellulari una “magia nera”, mentre d’altra parte somministra a Salvadore biscotti allucinogeni in grado di potenziare, creare, perfezionare la sua abilità di vedere il futuro. Da qui in poi il romanzo si snoda in avventure buffe, comiche (valgano su tutte le lezioni di furto, tutto un apprendimento basato sulla sintonia dell’ “arte del respirare del rubare”)  sempre comunque con uno sguardo attento, dietro ogni passo,  al tragico.  Da che mondo è mondo (nottempo, 2017, p. 335) contiene quindi un doppio tempo, un doppio movimento: nell’annunciazione del futuro si avvale di metodi antichi, ancestrali, quasi di derivazione sciamanica. E questo passo, questa forbice divaricata probabilmente non poteva darsi che in questa nota contrappuntistica in grado di divenire essa stessa l’ossatura, il nucleo del lavoro. Gli “sprazzi di futuro” di cui Salvadore si rende tramite (e che lo porteranno a divenire una celebrità ricercata dai media) a ben vedere sono la lente rovesciata di un presente che non lascia tregua, spazio alla morsa del tempo che tutto stritola, senza distinzione di qualità, sostanza, durabilità. E questo vale per ogni ambito umano, ricorda l’autore de Il racconto del fiume Sangro (Quodlibet, 2013): “Magone (…) è quando svaporano gli odori, svaniscono i sapori, sbiadiscono i colori (….) Quando te li vendono i gusti e già sono sfiniti, esausti, sfibrati, e tu dopo un po’ ti ci abitui e pensi che è tutto così da sempre, sa di poco, ti scoraggi e dimentichi che prima sapeva di tanto e anzi mano mano le nuove generazioni lo negano che ci fosse qualcosa come una mela, un vento o un cielo che sapeva di tanto ma di tanto, la solita storia che raccontano i vecchi dicono, e così succede che pure i vecchi se lo dimenticano e poi muoiono, allora resta solo un gran magone universale”.

Non a caso si è citato il libro sul Sangro:  quella qualità della scrittura in perlustrazione, dietro alla terra e alle sue chiacchiere (parola che più si addice al Morelli capace di sintetizzare in brevi giri di frase situazioni e bizzarrie del quotidiano), quindi ai fiumi e al loro scorrere, ai manti erbosi, al cielo ritorna spesso anche nell’ultimo lavoro dello scrittore di Testaccio, anche nei punti in cui si parla di Lena, la donna di cui si innamora, di cui descrive gli occhi, verdi: “C’era dentro tutto un traffico di incantesimi di quelli che fa l’acqua, di arricciamenti e gorghi, vortici e spruzzi, il corso del fiume sarà forse convogliabile, ma non i cambiamenti continui e le malie che si inventano le gocce, non il fatto che non si ferma mai” . La visione del protagonista si incupisce e rischiara anche all’ombra di paesaggi alpini,   che per l’autore, camminatore e amante della montagna (vedere a tal proposito Vademecum per perdersi in montagna, nottetempo (2003 e 2017), restano il suo modo per orientarsi nel mondo, per conferirgli quella fiducia e affidabilità che vengono sempre meno. Ad affievolirsi non è però lo sguardo ironico e beffardo: questo è anche un libro di avventure impreviste e bizzarre, e in questo Morelli davvero fa del camminare un orienteering infallibile, proprio perché del mondo è in grado di restituire la grazia, la miseria, l’inutilità di certi meccanismi, assieme ad uno sguardo puntuale, lucido, laddove lucidità in lui significa compresenza di comico e tragico. In questo l’arte del camminare ha acuito le doti della pazienza, della lentezza nello scovare il reale e individuare le sue illusioni ottiche. Morelli ha confessato a chi scrive di aver ricopiato libri interi di Robert Walser, su alcuni quaderni. Da che mondo è mondo, questa rimane senz’altro un’abitudine capace di saldare memoria e distrazione, passato e futuro, fra i modi più felicemente anti moderni (il massimo della modernità) per garantirsi un poco di futuro e una ricca vita interiore.

 

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