Italo Testa

Carte d’imbarco è un libro d’artista, prodotto dalle edizioni de Il Laboratorio (Nola, 2017), in cui i versi di Bruno Galluccio, stampati con caratteri a piombo, dialogano con le acqueforti di Lino Fiorito, disegnate sul retro di carte d’imbarco per viaggi aerei. Linee, piani, quadrati, cerchi, curve, tracciati da Fiorito con righello e curvilineo, con segno meravigliosamente elegante ed astratto, definiscono qui una geometria visionaria, spesso in prospettiva aerea, con cui i versi di Bruno Galluccio entrano in risonanza profonda. Il libro è un saggio molto riuscito di interazione tra linguaggi diversi: il linguaggio visivo di Fiorito, spoglio e essenziale nel suo nitore; il linguaggio esatto e sognante della poesia di Bruno Galluccio; e il linguaggio della matematica, della geometria e della fisica moderna, con la loro potente astrazione conoscitiva, a fare da ponte tra i due artisti.

Soffermiamoci su come il lavoro di Bruno Galluccio entri in risonanza con la geometria delle incisioni di Fiorito e ne articola le intuizioni fondamentali. La poesia di Galluccio, per come si è sviluppata nei suoi due libri editi da Einaudi – Verticali (2009) e La misura dello zero (2015) – è andata elaborando un linguaggio poetico originale, che trova pochi corrispettivi nella poesia italiana recente. Fisico di formazione, esperto di sistemi spaziali, Galluccio ha improntato ad una sorta di “rigore visionario”, per usare un’espressione che si trova in apertura de La misura dello zero, riferita all’opera di Nikolaj Ivanovič Lobačevskij, lo straordinario matematico russo ai cui contributi si deve lo sviluppo della geometria non-euclidea.

Perché ‘rigore visionario’? Galluccio ha attraversato il deserto di ghiaccio, il rigore dell’astrazione: la dimensione artica, la “notte artica” di cui si parla in Carte d’imbarco.  Ma questo attraversamento, pur comportando sacrifici, ha una sua necessità, che può alimentare la nostra esperienza in una direzione inedita. Per un verso, la precisione del linguaggio scientifico, l’esattezza del calcolo, il nitore e il rigore dell’astrazione scientifica, espandono le nostre capacità conoscitive, estendono la nostra visione del mondo, sono un potente mezzo di mappatura e potenziamento dell’esperienza. In un panorama, come quello italiano, in cui la grande divisione tra le due culture, scientifica e umanistica, è tutt’ora una eredità pesante, e penalizzante, Galluccio compie un’operazione importante, che ci mostra come il linguaggio della scienza possa essere integrato nel linguaggio della poesia, e come questa ibridazione possa ampliare il nostro orizzonte espressive e creativo. Per citare alcuni versi che rispondono ai segni di Fiorito: “il grappolo concatenato dei cerchi / si espande sull’equatore della capacità creatrice / dove la mente non ricorre / ma dissoda e coltiva”.

Questo potenziamento espressivo ha a che fare con il superamento non solo del dualismo tra scienza e umanesimo, ma anche tra mente e mondo, perché in un certo senso ciò che i versi di Galluccio e le tavole di Fiorito mettono in scena è il mondo come spazio di meditazione. Così, nel primo testo del libro, Galluccio scrive: “da qui la forma della mente viene spiegata allo spazio” e altrove ancora “ma questo piccolo caos reclama il suo spazio / in qualche dimensione parallela”. Il dualismo tra interno ed esterno, fuori e dentro, soggetto e oggetto, mente e mondo, figura e paesaggio, io e noi, è come abolito in questa poesia e in questi disegni, in un’opera che “senza nulla concedere alla pigrizia all’abitudine del nervo ottico”, porta ad un cambiamento di prospettiva, permette di compiere “rotazioni infinitesime finite” che consentono di guardare da una nuova angolatura, più ampia, più capace.

Il rigore visionario di Carte d’imbarco ha a che fare non solo con il potenziamento della visione e della meditazione, ma anche con la sua espansione immaginifica. L’astrazione scientifica non è qui arido vero, ma è vitale e fortificante anche perché consente un “passaggio al limite dell’immaginario”, per citare un verso de La misura dello zero: ci permette, attraverso l’introduzione di nuovi simbolismi, di calcolare l’ignoto – “la dignità dell’incognita” nelle equazioni – ciò che mentre si sottrae a noi, nutre assieme la nostra immaginazione. Qui la potenza conoscitiva e insieme immaginifica della scienza – le geometrie a più dimensioni e il vero poetico – si congiungono alla loro radice. Scrive Galluccio sui piani tracciati da Fiorito: “quei residui che vengono posti nei piani più difficili / riescono a raccogliere e resuscitare il non descritto”.

Come se porre un numero al vuoto, un simbolo all’ignoto, una formula per ciò che non possiamo conoscere, fossero da sempre la dimensione parallela in cui espressione poetica, lingua della scienza e arte visiva hanno la loro comune, ed ancora inesplorata, radice. Se Montale scriveva “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, Galluccio e Fiorito ci mostrano come poesia, arte e scienza abbiano sempre a che fare con la riformulazione del mondo. Per riprendere un verso de la Misura dello zero, “quel che non possiamo conoscere entra nelle formule”, senza così essere esaurito e completamente disvelato, perché è proprio l’immaginazione, con la sua capacità visionaria, a permetterci di misurare e riformulare i confini del mondo conosciuto e insieme lo spazio della mente. Di qui il carattere spesso onirico e visionario di questo libro, la presenza di scarti, residui, lesioni, come nella grammatica dei sogni. Perché attraversare la notte artica dell’astrazione scientifica e l’emozione della poesia e della pittura, sono due aspetti di un’unica opera, un’impresa in cui, per chiudere con un verso di Galluccio, “si naviga attraverso il sogno incedibile”.