Gianluca Garrapa:

«Profili:

– Camicia Pezzata: 50 anni, inetto dell’età
digitale, follower di Gaia, 25 anni,
instagramer, traveller, blogger.

– Gli autori: in corsivo nel testo.»

Si apre in questo modo L’estate di Gaia, la prima opera in versi di Alessio Paiano per Musicaos ed.: poesia, in questo caso, che non traghetta il superego lirico o l’io narciso che si autoriferisce nella metrica tradizionale o d’avanguardia, la lettura richiede un desiderante macchinico che riesca a scomporre la storia d’amore, e ogni amore è sempre un rapporto mancato, e il gioco della parola, che riesca a ascoltare il soggetto della scrittura aldilà della forma scritta. Perché questi Profili?

Alessio Paiano:

Il «profilo» è il soggetto scritturante che tenta di liberarsi da tutta una serie di cliché poetici; in ciò consiste il totale fallimento di questo poema, poiché una volta rigettata l’ideologia, la lirica e la tradizione, e dunque sperimentato il vuoto dell’incomunicabilità, che è in tutti i sensi un’esperienza di morte che riguarda la storia, il mondo e la poesia, viene meno ogni senso dello scrivere. Finché vivi siamo condannati a comunicare, nonostante le manomissioni linguistiche e gli sgambetti del pensiero. Da qui bisognerebbe domandarsi: comunicare cosa? Comunicare un ‘aldilà’, che non vuol dire comunicare il ‘dio’, poiché esso è incontenibile nei significanti; dio è assenza suprema e non comunica coi vivi.

Dovremmo ammettere che il linguaggio sia in grado di tradurre l’irreale, ma il linguaggio coincide con l’origine della storia, concetto opposto all’astoricismo proprio di un dio (e per superare l’impasse hanno inventato i profeti, soggetti storici). Ogni tentativo a ritroso nella storia è fallimentare perché sempre affidato a una forma di memoria. La storia autobiografica, soprattutto, è il delirio di un fesso che s’illude d’averci capito qualcosa (tutto ciò che è narrato nei nostri profili digitali non esiste), mentre le cose accadono sempre al di fuori di noi e non possiamo farci assolutamente nulla; accadono e siamo costretti a difenderci per preservare un equilibrio che si regge chissà come. La scrittura deve sperimentare il crollo dell’equilibrio, il continuo inizio della fine; se manca il senso della scrittura, non si può che rinviare ogni conclusione.

Tutto il poema è dunque distruzione dell’autore, del poema stesso, della storia, del personaggio. Alla fine del libro nulla resta di questi; finita la lettura il libro andrebbe gettato nel cestino o nel camino, però prima salvando la copertina di Orodè Deoro, che è un mosaico meraviglioso. Diciamo meglio che il libro andrebbe distrutto o esposto come arredamento di lusso.

G.G.:

«Consigli a un giovane poeta:
1 . Non dirci nulla di te,
non ce ne fotte niente»

nel tuo scrivere desiderante appaiono segni grafici, corpi di scrittura diversi, alternanze di registro e capovolgimenti, i tuoi riferimenti sono, tra gli altri, Joyce e Carmelo Bene, i luoghi sono familiari ma l’estraneo, anamorfico, del dettato poetico, ricuce il quotidiano del virtuale in una cornice impossibile del reale che è pure realtà: non capisco, questa è la cifra del tuo scrivere, dove è lirico e dove non lo è, dove sperimenti e dove vai oltre ogni steccato: che ci puoi dire della genesi di quest’opera nella suoi rapporti con la tradizione e con il superamento della stessa? Come vedi la situazione della poesia? La vedi? Cosa significa, per te, ‘poesia’?

A.P.:

Credo che causa di questa incollocabilità tra lirica e sperimentalismo sia una forma infantile di insoddisfazione, ma non bisogna confondere il capriccio con il gusto per il ‘gioco’, che è alla base dell’atto artistico. Difatti il libro ricomincia svariate volte, tentando differenti vesti del linguaggio: m’interessa la lirica finché non diventa egocentrismo del conservatore, conteggio delle sillabe da parte di un ragionier Fantozzi del verso; m’interessa lo sperimentalismo finché non diventa postura adolescenziale, vittimismo di comodo che si traduce nel più bieco progressismo.

In ogni caso non potrei mai rinunciare a un’altezza di linguaggio, a un lavorio sul minimo suono; se si ricopia un testo de L’estate di Gaia al computer per farlo leggere al lettore automatico ci si rende conto che la parola non è trattata solo come significato ma come insieme di suoni singoli, distinti; è una concatenazione musicale che ricerca un’oralità oggettiva che può essere resa solo da un computer. Quando il lettore automatico legge il testo non c’è spazio per l’enfasi sentimentaloide degli attori di prosa; la parola emerge per ciò che è, emissione sonora e niente altro. Il senso viene dopo o contemporaneamente alla scrittura; prima bisogna preservare il suono. Da qui la ricerca di una scrittura elettronica, che non vuol dire denunciare una ‘corruzione’ dell’umano in favore del digitale; in questo libro non si denuncia nulla, e se lo si fa è per parodia, è inganno nei confronti del lettore che ha bisogno di trovare sollazzo nella lettura sotto l’ombrellone.

L’utilizzo di caratteri speciali, recuperati singolarmente in rete, è una messa in discussione del segno e una sperimentazione del geroglifico freudiano. La tradizione letteraria presente in gran misura nel libro tramite citazioni, palesi o celate, è materiale linguistico estratto a casaccio da un vecchio scatolone abbandonato nel sottoscala. Attraverso un cut-up da mosaicista, appunto, la tradizione rivive in una forma degradata: il Paradiso di Dante è il racconto di un onanista, il suo Purgatorio il desiderio per un altro profilo digitale irraggiungibile, Montale scende il ‘milione di scale’ della stazione metropolitana per compiere atti osceni nei bagni pubblici, il fabbricare-fabbricare-fabbricare di Dino Campana diviene dipendenza da internet, Eliot è catapultato a Otranto scalciando per un metro quadro su cui piazzare l’ombrellone. Ma non bisogna credere che questa sia un’opera di vandalismo; è un modo per costatare che nonostante l’esistenza di questi geni l’essere umano non si è salvato dalla mediocrità. È un coro di voci che, chissà come, torna a galla. Forse tutti hanno raccontato, nei secoli, la stessa storia. Ma non chiedermi quale.

G.G.:

«IL FARO DELLA PALACÌA
(DI SIMONE GIORGINO)

La siepe che sfrigola le foglie
al sole al vento secco di settembre
non dà responsi, non dice proprio niente
mentre l’ocra si divora il verde
e questa siepe è arsa.»

Si tratta della prima strofa di una poesia scritta dal poeta Simone Giorgino: come mai hai inserito due testi di un altro poeta? E che rapporto ha, la tua poesia, con l’Altro, con il Linguaggio? La Torre della Palacìa mi ricorda, in questo contesto, quella della scena iniziale, del pingue Mulligan, dell’Ulisse di James Joyce, c’è il mare, la thalassa, il mare-madre, la matrice del luogo salentino: come si muove la tua poesia tra influenze così lontane? Il mare di Joyce e quello di Paiano attraverso la parola di Giorgino?

A.P.:

Simone Giorgino è uno dei migliori poeti di quel territorio che Carmelo Bene amava definire Terra d’Otranto, credo per scamparla dal ‘salentinismo’ che questo poema non solo rigetta ma oltraggia in quanto esso è definito «il cesso dimenticato di uno stitico», ossia un gabinetto per far defecare i turisti durante l’estate, per la gioia dei funzionari del turismo; ma è anche un’imputazione nei confronti di chi crede che bastino sagre e pasticciotti per valorizzare questi luoghi. In ogni caso il male vero del sud sono i poeti paesaggisti o ‘paesologi’, o come diamine si vogliono chiamare; impressionisti delegati al turismo che dedicano poesie nauseabonde al mare e agli ulivi (la famosa poesia ‘cartolinata’), stereotipo al cubo.


La scrittura di Giorgino si discosta molto dal poema, è più precisa, ha un taglio netto e molto più maturo stilisticamente, e difatti quel testo riesce, in un certo senso, a mettere ordine; tutto l’opposto rispetto al multi-stile del poema, volutamente confusionario, irriverente, pur non mancando momenti per così dire ‘aulici’. Il poema vuole sperimentare tutte le forme e distruggerle, la poesia di Giorgino è invece già frutto di una scelta, l’esito di un lungo lavoro. Rappresenta un perfezionamento della forma poetica alla quale, per forza di cose, stanco di quest’opera di demolizione, dovrei tendere un giorno (come recita un verso del poema «riassemblare è prima disgregare tutto»). Ma per il momento rimane una suggestione.

Dunque la tua lettura è esatta, e sì, il mare è lo stesso. Solo chi vive in questo territorio, e in un certo senso lo detesta, può capire certe cose. È la grande storia dell’esule in patria narrata da Joyce nell’Ulisse: l’abbandono della torre di Sandycove nel romanzo testimonia la rinascita adulta di Stephen Dedalus; l’abbandono dell’ufficio postale da parte di Camicia Pezzata, «sopravvissuto alla bolletta del gas», è l’atto di nascita o aborto (come preferisci) del protagonista de l’Estate di Gaia. È il mistero della scrittura, che nasce chissà come.

G.G.:

«(altrimenti non pubblicheresti tante foto sul mare:
sai chiara Gaia ch’ogni rintocco di tramonto
ti suona ogni giorno la veglia del sole morto
e riflette gli occhietti di quelli che non ci sono più)»

Navigare in Internet: la metafora e la pratica della poesia. Che ne pensi? Tutti poeti? O tutti navigatori?

A.P.:

Oggi per essere preso in considerazione devi collegarti, scrivere a chi di dovere e cercare di creare legami. Non c’è altro modo per farsi conoscere (noi stessi ci siamo conosciuti così). Molto spesso (ma non sempre) questo vuol dire che coloro i quali sono ritenuti i ‘migliori’ poeti siano quelli che sanno sfruttare meglio Facebook. Tutto ciò è molto ridicolo, ma forse è meglio che attendere il riconoscimento da parte di un’accademia. Non esiste nemmeno una critica, poiché chi scrive articoli sui libri di poesia si può contare sulle dita di una mano, mentre se vuoi un post con tre poesie tagliate e incollate dal tuo libro sotto la tua faccia in bianco e nero c’è posto per tutti. Merda d’artista condivisa.

Il poema è parodia anche di questo: Camicia Pezzata è un «poeta furbetto», fintamente impegnato nel sociale, che tenta di sperimentare tutti gli stilemi poetici ormai consunti; lo fa perché non ha uno sguardo sul mondo, vive solo ‘informandosi’ sui libri e in rete, è uno scribacchino chiuso in camera sua, tant’è che quando terminano i dati per navigare impazzisce totalmente. Finita l’epoca del paternalismo, della poesia industriale («gli operai non fabbricano più versi») e di quella ‘contadina’ («i contadini non coltivano versi»), C.P. è un uomo e un poeta fallito, un idiota che racchiude tutto ciò che detesto e che condanno alla sparizione, come condannati alla sparizione saranno tutti i nostri alter ego digitali dietro i quali vomitiamo una personalità penosa. È tutto un imbroglio, anche la bellissima Gaia, che nel mondo reale è una ragazza storpia, rinsecchita dal fitness e con vari disturbi alimentari, vittima di un modello irraggiungibile perché inumano, molestata via social da questo Camicia Pezzata, un povero imbecille che crede reale tutto ciò che accade in rete.

G.G.:

«[…] Ti scivola addosso tutto
melma rovi fango sperma
gli aborti scaricati
di chi s’affanna in non morire
e muore comunque
come gli amici […]»

come ti è venuto in mente di abortire L’estate di Gaia?

A.P.:

Odio questo libro perché è il mio personale trattato sulla degradazione umana – ma non vi è nessun moralismo borghese, non c’è alcuna redenzione. È un poema che narra la nascita e l’autodistruzione del mondo, l’impossibilità di trattenere il pattume accantonato, che sia umano o plastico o linguistico. L’esplosione della psiche di Camicia Pezzata è l’esplosione di un’intera galassia, la memoria è una pattumiera di residui del vissuto, e abortire quest’opera è stato come gettare una granata nella pattumiera.

La neve epifanica di Joyce è ne L’estate di Gaia una neve di letame che colma i monumenti e le arene, trasformando il mondo in un’immensa discarica a cielo aperto; quando l’autore ripudia il protagonistanagramma C.P., perché lo detesta, comprende che non v’è altra soluzione che radere al suolo il poema, riversando d’un colpo tutta la storia – e la storia della poesia – nel Colosseo, che non può contenere tutto quel putridume, e infatti esso non può che esondare da questa fogna, pattumiera per eccellenza, emblema della storia e della tradizione, di un’identità nazionale che non solo non mi riguarda ma mi ripugna più di ogni altra cosa. In quest’apocalisse linguistica non si salva nulla, né l’autore, né il personaggio, né la storia, che non c’è mai stata; era solo un’attrazione per turisti.

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