Raffaella D’Elia

Riguardo i modi di procedere di Arturo Patten, il fotografo statunitense tra i protagonisti del libro, Emanuele Trevi a un certo punto scrive: “Se la posta in gioco è sempre un ritorno a sé, da un luogo di esilio che può essere più o meno remoto, la luce non è un’atmosfera, o un trucco, o ancora una specie di cosmetico, ma una strada da percorrere”. Questo andamento a ritroso, il ritmo da seguire per far coincidere desiderio e aspirazione è uno dei prismi che rendono Sogni e favole, Un apprendistato uno di quei libri capaci di donare una riconciliazione con il mondo. Ed è, questo avvicinamento alla luce, un istinto e un metodo, ha il profilo della proprietà rigeneratrice degli esseri vegetali, laddove raggiunge la sua evidenza pagina dopo pagina, fiore dopo fiore, come una lingua che parola dopo parola incendia tutto quello che c’è stato prima, quello che verrà dopo: rivitalizzato, vivificato. L’incontro fra lo scrittore romano e Patten, nel 1983, avviene nel segno di una visione, solo apparentemente riconducibile al cineclub romano dove Emanuele Trevi lavora, non ancora ventenne.  Si proietta un film di Tarkovskij, e fin da subito le parole che vengono dedicate al regista russo raccontano di un progressivo avvicinarsi alla luce. Come i ritratti che il fotografo vissuto a Roma intendono cogliere dei soggetti, la visione che sigilla l’incontro tra i due artisti sfugge immediatamente la “zona” specificamente tarkovskijana, inaugurandone un’altra. A Tarkovskij Trevi riconosce un’impronta, un “cratere lasciato dalla bellezza che aveva disertato il mondo”, “un’altra, definitiva forma di bellezza”. Le lacrime di Arturo davanti il film, la sua commozione pura, frutto di una individualità così potente da ripararsi dalle false coscienze del riconoscimento collettivo e dei suoi rituali, preparano il giovane scrittore alla visione vera e propria, quella prima e dopo Tarkovskij: si arricchisce, questa visione, del senso di una reciprocità, di una capacità di presa sul mondo, che si trasmette, con spettro totale di possibilità di contagio, fra i due amici. Sogni e favole scandisce questo, di ritmo, e l’amicizia tra Patten e l’autore che nel corso degli anni ci ha abituato a una forma d’arte irraggiungibile nel gradiente di voler veramente assomigliare solo a sé stessa, è un’esperienza da rivivere sulla pagina; è quindi la storia di una capacità dello sguardo che in Trevi trova espressione in una mescolanza straordinaria di talento e naturalezza, studio e distrazione. L’attitudine di rapace del fotografo folgorato da Cristina Campo, sempre avido di vita in ogni sua forma (sullo sfondo gli anni Ottanta, con tutte le sue possibilità, promesse e illusioni), e capace di compiere il passaggio ultimo e definitivo, quello di “scardinare l’ego, di strapparci dalla trappola di noi stessi e dalla nostra volontà” rapisce Trevi e lo porta nel territorio che gli sarà più congeniale. “Marco, si può recensire un tramonto”? Così leggevamo nel primo libro dello scrittore e del critico, Istruzioni per l’uso del lupo (Elliot, 2012, già Castelvecchi, 1994) e un simile interrogarsi già qualificava l’essenza del suo modo di stare al mondo, di concepire la letteratura, come un lavoro artigianale da compiere, da salvaguardare: a protezione di uno stato fisico, come la capacità di respirare, di orientarsi, di vivere. L’arte congeniale a Trevi è quella in cui la pagina è capace di rinsaldare nello spettro dell’illusione i sensi di orientamento che l’essere umano, per sua natura, perde o confonde, mistifica: era tutta una discesa verso il basso, il progressivo addentrarsi, nella canicola estiva del 2003, nella basilica di San Clemente, e Senza verso (Laterza, 2004) erano le parole tracciate da un caro amico di Trevi, lo scrittore e filologo Pietro Tripodo.  Ma a quell’altezza lì, già si leggeva che il talento è solo la forma artistica del carattere. Ciò che conta nella vita non è la passione, ma il carattere. “Sogni, e favole io fingo; e pure in carte/ Mentre favole, e sogni orno, e disegno, / In lor, folle ch’io son, prendo tal parte, / Che del mal che inventai piango, e mi sdegno”. Quante volte abbiamo letto, in questo ultimo libro di Trevi, questi versi di Pietro Metastasio? Quante volte ci siamo lasciati trasportare dai ragionamenti dell’autore de L’onda del porto (Laterza, 2005) sulla verità, il sogno e la finzione, sul sonetto che Cesare Garboli consegnò nelle sue mani come uno scrigno da aprire? Proprio nelle pagine dedicate al “siglo de oro” garboliano, tra i cinquanta e i settant’anni, in quel luogo dell’infanzia che è stato Vado di Camaiore, si legge qualcosa di indimenticabile sul concetto di vita e opera: “Ogni opera manifesta la vita, e la vita è una malattia. L’opera è l’ombra del malato, la sua secrezione, la sua macchia umana. L’opera è un volto, una sindone”.

Era questo il percorso seguito in Qualcosa di scritto, dedicato alla figura di Pasolini e di Laura Betti (Ponte alle Grazie, 2012). Il talento è un dono, e se non usato ci viene tolto, affermava Cristina Campo; ritrovo, a distanza di alcuni anni da Senza verso, in questo ultimo libro, raro, stupendo, qualcosa di ulteriore: “Solo l’esercizio rivela il dono di natura, e solo il dono di natura rende utile l’esercizio”. “Sogni, e favole io fingo”…. E proprio nella ripetizione, nell’indagine rigorosa affrontata con gli strumenti necessari, nell’appigliarsi della mente nelle parole, nella “cultura”  smontata e riassemblata, risuona al fianco  il senso di una reciprocità, di una condivisione. Di quello che Tarkovskij ha fatto in fondo deflagrare (considerazioni simili l’autore dedica alle motivazioni profonde e superficiali che hanno ricondotto Garboli nei luoghi dell’infanzia). In Trevi questo ha sempre implicato  il riferimento a una figura amica capace di stimolare la sua curiosità e il suo senso di  comprensione oltre il limite fino ad allora  conosciuto (Pietro Tripodo, Arturo Patten, Gabriella Ferri; ancora, per esempio, la bambina de Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2013)  – la scrittrice Chiara Gamberale); del resto “Così era fatto Arturo, (..) e nessuno potrà togliermi dalla testa che l’unico compenso alla fatica di scrivere, a quella solitudine così frustrante e interminabile, siano le persone come lui”.

In lui il senso di reciprocità raggiunge naturalmente l’altro, per indole caratteriale, per la rara, rarissima capacità di mettersi in ascolto degli altri (l’attenzione weiliana; “In qualsiasi momento i nostri lineamenti possono rivelare la verità a chi ci guarda, perché noi scivoliamo continuamente, senza accorgercene, nella nostra unicità – c’è solo bisogno di qualcuno che stia lì a intercettarla, che ci ami abbastanza da aspettare il momento in cui ogni “mortale” diventa Ivan Il’ic, lui e solo lui, e trovi la maniera per rappresentarci”); nondimeno la sua perizia filologica, presente (solo a modo di uno fra gli esempi che si potrebbero fare) nello studio dedicato a Mircea Eliade, allo sciamano Alce Nero e Antonin Artaud sugli indios Tarahumara (Il viaggio iniziatico, Laterza, 2013), più in generale nelle sue opere, raggiunge dei livelli di profondità e di analisi che il concetto stesso di reciprocità, affrontando i suoi libri, diviene un campo semantico capace di imporsi anche fuori i confini di un’amicizia, di una presenza altra vera e propria. Diventa qualcosa capace di richiamare echi, di far risuonare infinite corde. Si raggiunge così, secondo me, il senso di una letteratura “espansa”, capace di colmare solitudini (“La realtà è che sul più bello non c’è nessuno”), e di riunire nella felicità di una visione solitaria e insieme comune (la visione di cui dicevo all’inizio) il mistero che ogni esistenza porta con sé.

Cesare Garboli, che come Patten qui Trevi ridisegna nell’attitudine di restituire e svelare anche agli altri il talento del ritrarre, viene fatto rivivere attraverso pagine importanti. In un articolo uscito su “la talpa libri” del 17 gennaio 2009, in occasione del ritorno in libreria de La stanza separata, Trevi scriveva: “Tra le tante cose inesatte che si pensano quando si è giovani, è che si ha un’intera vita davanti per fare pace. (…) Garboli avrebbe potuto opporre a ogni risentimento il suo assioma preferito: nel difetto c’è sempre più sostanza che nel risultato conseguito, nell’esecuzione a regola d’arte. A questo aveva creduto davvero, dall’inizio alla fine: ciò che è “sacro” non è mai fino in fondo redento da una qualche forma di perfezione”. Sembra di sentire un eco, arrivando, oggi, alle pagine dedicate ai luoghi dell’infanzia garboliana: “Tutti i significati, per loro natura, sono significati riposti: questo è, o era, il lavoro del critico, il suo territorio di caccia”.

Patten era un ritrattista; e nel gioco della vita, del ricongiungersi con sé stessi, non possono mancare coloro i quali hanno vissuto sulla propria pelle la coincidenza fatale di questo ricongiungimento. Trevi scrive a un certo punto del “vero fondo”, quel punto in cui qualsiasi realtà si annulla di fronte alla scomparsa della capacità di autoinganno. La “verità dei suicidi”, così ce la racconta in un altro punto commovente: come un restare indietro, un mancare quella presa sul mondo che tante gioie può offrire, nel segno di una condivisione, di un’amicizia, di un amore, persino in compagnia della propria solitudine. Ad Amelia Rosselli, che ha abitato, come Patten, in via del Corallo, sono dedicate pagine piene di grazia, ricche di ricordi personali, considerazioni sullo stato di coscienza e veglia degli uomini, in attesa, in una condizione di posterità o anticipazione, a seconda dei punti di vista. “A tutti il risveglio è danno”, scriveva Leopardi.

In un articolo su Paul Celan (“la talpa libri”, 26 giugno 2010) ritrovo queste parole:

“In Celan (…) una saldatura tra saggezza e profezia appare pressoché inevitabile. Proprio perché è esposta al vento atomico di un insostenibile essere – nel – mondo, contusa e sfilacciata, la memoria cattura brandelli di futuro, il ricordare è anche un “pre-cordare” (…), un “avanpensiero”, grigio fantasma che indugia sulla soglia del manifestarsi e del divenire”.

Come un cerchio che si chiude, in un passo del libro si leggono le intenzioni di chi lo ha creato: scrivere qualcosa che fosse a metà strada tra il saggio letterario e la seduta spiritica…

Mi vengono in mente le parole di Andrea Cortellessa (“La stampa” TTL, 12/01/2019) il quale scrive che “Sogni e favole compie un giro di vite”.

Anche attraverso i versi di Metastasio, la riflessione sul sogno e sulla realtà costituisce un approdo dal quale non si torna indietro indenni nel computo degli attributi necessari per donare realtà alla realtà, sottrarre sogno al sogno. Ci si imbatte quindi in alcune considerazioni sull’inconscio, “indomabile cretino”, e sulla coscienza, che “se ne sta lì a rassettare come una vecchia serva” (si vuole ricordare qui Invasioni controllate, Castelvecchi, 2007 un libro intervista con il padre, lo psicanalista junghiano Mario Trevi).

Sogni e favole è anche un lavoro sui libri più amati, su quelli letti e consigliati, quelli capaci di sancire dei confini netti nelle esistenze delle persone, un prima e un dopo. Ciò che è davvero imperdonabile di Trevi è che a ogni suo libro il ritratto di sé che viene donato ha quella dose di coincidenza e autenticità che sola può accadere quando trattiene, nella sua capacità di rifrazione, riflessi lontanissimi, frammenti e schegge di solitudini, vite condivise, separate, rinate a risvegli e nuove consapevolezze.

Raffaella D’Elia

recensione a
Emanuele Trevi, Sogni e favole. Un apprendistato (Ponte alle Grazie, 2019)

 

Annunci