Sei un vuoto

 

leggero e gaio

ma anche inquieto

(un tantino angosciante)

com’eri tu

 

Gianluca Garrapa: L’intimità della tua scrittura non è interiorità pettegola che cerca esibizione e compassione. E il lettore non sente di essere un voyeur. La tua proesia, e in genere la tua scrittura, sembra ruotare sempre attorno al buco nero del godimento primordiale, la Madre, in questo caso attorno al buco nero della morte della madre. I luoghi della versificazione scaturiscono, mi pare, da un’intimità esternata, centro esteriorizzato che non è cronaca né lamento autoterapico, ma scavo archeologico nella terra stessa della scrittura. Mi sbaglio? E che forma ha la p(r)oesia di un prosatore?

Giacomo Sartori: Ho l’impressione che tutta la mia scrittura ruoti in effetti attorno all’interiorità, e più precisamente a quello spazio in cui le emozioni e le sensazioni e le pulsioni di ogni individuo diventano pensieri, ovvero linguaggio. Ogni persona passa la propria esistenza – istante dopo istante – a tradurre con l’unico strumento di cui dispone, la lingua, quello che sente. Per trovare delle spiegazioni, delle ragioni, un senso, per cercare di mettere ordine. Per consolarsi, per rassicurarsi, trovare sollievo. E naturalmente la morte domina questo spazio di elaborazione indefessa, incombe sempre, anche se magari solo sotto forma di ansia o angoscia, e quindi travestita. In questi testi ci sono le intimità di mia madre e mia, che in fondo non si parlano, non riescono a entrare in relazione. Non comunque con le parole. Con degli effetti tragici, o comici, a seconda dei casi. E come dici tu la scrittura è un modo per ripercorrere a ritroso questa difficoltà che i due personaggi hanno con le parole, di spiegarla, o insomma mostrarla. Hai perfettamente ragione, per me scrivere è uno scavare e un interpretare – e un inventare – di archeologo.

 

In una foto

 

sulla neve

(sfondo di pareti

simili a pandori)

hai calzoni rastremati

di protosportiva

scarponi di pelle

fissi l’obiettivo

(certo tua figlia)

contenta dell’attimo

gli occhi sorridono

ancora coerenti

(poi scruteranno

da uno scranno

di disincanto)

 

minuscolo sciatore

famelico di contatto

premo la spalla

sulla tua coscia

una tutina di panno

quasi d’aviatore

cincischio le manopole

canto o grido

il mio broncio

(labbrette protese)

pencolo il mio bisogno

la tempia sull’anca

del mio sostegno

 

per non concedermi

quello che anelo

il tuo braccio

fugge all’indietro

 

G.G.: Che il linguaggio scritto del simbolico venga meno e nel posto bianco della pagina appaia l’immagine, che non è l’immaginario, ma proprio il reale dei corpi e degli sguardi in bianco e nero, scene di vita quotidiana, che poi le parole non possano dire quasi mai l’essenziale, mi pare una cifra fondante della tua scrittura. Le fotografie sono un diverso modo di scrivere lo stesso tema? La poesia come una foto o viceversa?

G.S.: La nostra memoria è un costante lavorio di invenzione, rielaborazione, eliminazione, raggiustamento, che integra i dati che mano a mano ci arrivano dal presente. Le fotografie, e in particolare quelle che sorgono da un passato nel quale le immagini erano molte rare, ci intrigano perché ci riportano invece violentemente a un qualcosa fuori da noi, alla complessità del reale. D’improvviso quello che abbiamo costruito nella nostra testa deve combaciare con quello che vediamo. Ma ci sono sempre sfasature e discordanze. Per questo rimaniamo ammutoliti, e impressionati, davanti alle fotografie. Le immagini ci rivelano l’arbitrarietà di quello che pensiamo essere un qualcosa di oggettivo, l’intrinseca parzialità di qualsiasi discorso verbale. Forse le fotografie d’epoca che ho voluto inserire in questo libro vogliono richiamare questo, la parzialità e l’inessenzialità, come dici tu, di quello che dico, di tutto quello che può essere detto.

 

Non si può dire che mi manchi

 

è anzi un sollievo

(come dopo tante parole

si predilige il silenzio)

mi manca

la mancanza

d’averti mancata

 

G.G.: Poi non è un caso che la poesia di Sartori muova da un lutto e da un vuoto che non è da colmare. Il tema è rischioso, si può facilmente cadere nel luogo comune del ricercato, magari inconscio, compianto, dell’abbandono che deve essere compatito e rincuorato. E invece, il vuoto, il dolore, è mantenuto intatto, in una cripta che lo mantenga inalterato, e trasportato come in una processione di fatti naturali, lontano sia dal diventare melanconia paranoica sia elaborazione difensiva. Non c’è peggior egoismo, infatti, del voler trattenere il defunto presso di noi, in un modo o nell’altro, del voler tenere stretta la vita altrui al nostro corpo. Che rapporto esiste tra vicenda privata e scrittura esposta?

G.S.: La relazione con l’altro è sempre difficile e ambivalente, anche quando le cose vanno bene. E l’abbandono è costantemente presente nei rapporti, anche prima che si materializzi con una separazione o con la morte. Le relazioni con i genitori sono poi sempre maledettamente complicate, per tutti. Pensiamo a quella madre e figlia, che è stata esplorata da moltissime scrittrici. Mentre come dice Helena Janeczek, nella bella postfazione, gli scrittori hanno più spesso messo al centro dei loro scritti il rapporto con il padre. Io stesso lo ho fatto con Anatomia della battaglia. Qui invece cerco di capire il legame con mia madre, con tutti i suoi limiti e impossibilità. Il lutto era appunto presente anche quando lei era viva, era doloroso anche allora. Per me, ma certo anche per lei, perché forse non ero il figlio che avrebbe voluto. In ogni caso io espongo il mio vissuto privato perché penso che rifletta quello degli altri, penso – spero non a torto – che possa interessare, o anche diventare paradigmatico. Mi occupo del mio passato perché mi sembra possa costituire un caso di studio, per dirla con la terminologia della scienza, potenzialmente fertile. Ma appunto il mio vissuto mi interroga non in quanto mio, ma piuttosto perché ben conosciuto da me. Non c’è autocompiacimento, o insomma spero che questo, forse inevitabile, resti contenuto.

 

Tutto era bello

 

il tuo salone

(tredici per sette)

tardo Rinascimento

col cotto sbilenco

il camino monumentale

il lampadario d’alabastro

i vasoni cinesi

era un antro fatato

(ma anche accogliente!)

tutto era bello

prezioso o raro

sontuosi pezzi da museo

flirtavano con sgargianti

ciarpami etnici

e oggettini correnti

in scialo di grazia

e ecumenico disprezzo

di qualsiasi declinazione

della pedissequità

 

G.G.: Oggetti che restano e ricordano la presenza degli umani che li hanno adoperati, ambienti abituati dagli sguardi. Oggetti che diventano cose, cause di ricordo e elementi narrativi. Oggetti elevati alla dignità della Cosa che pur quotidiani, trascendono la persona che li ha posseduti e diventano simbolici. Spazi improvvisamente scenici e motori di memoria. Che rapporto ha la tua scrittura con la memoria traghettata dagli oggetti?

G.S.: Gli oggetti che hanno abitato il nostro passato sono incrostati di memoria, e quindi sembrano appartenerci, ma nello stesso tempo hanno una vita propria, ci trascendono. Qualsiasi gingillo di porcellana o di legno può esistere per secoli, mentre noi siamo più caduchi. Gli oggetti ci parlano quindi sempre della morte, se li spogliamo delle nostre proiezioni, sono delle nature morte. E le memorie stesse che veicolano variano nel tempo, non sono qualcosa di immutabile. Proprio per questo con la loro presenza ostinata ci intrigano, ci feriscono. La madre del mio testo è profondamente materialista, e quindi il suo rapporto con le cose diventa centrale, e paradigmatico.

 

Il tuo fascismo

 

era voluttà di neve

asprigno di resina

(pino mugo e larice)

aria grezza nei capelli

disciplina dell’alpinismo

risate interclassiste

la sera nei rifugi

(sempiterno brio

di giovinezza)

 

il tuo fascismo

era nostalgia

d’un dandy

appena intravisto

i dettami e i precetti

che non ti ha legato

(neppure tramite

interposta persona)

 

il tuo fascismo

erano le libidini

d’un corpicino

indomito e ligio

i severi precetti

che gli imponevi

la tua perseveranza

 

il tuo fascismo

era febbre

di forme

bellezza

Vestiti

mobili antichi

distinzione

 

il tuo fascismo

era dispatia

il sentirti superiore

a volgo e cafoni

alla gentucola

sprezzo di debolezza

inclusa la tua

(figuriamoci la mia)

 

il tuo fascismo

erano le escursioni

in alta montagna

a ottant’anni

l’ultima sciata

a novanta

le marce d’allenamento

i passini sovraumani

aggrappata al deambulatore

scheletrica e tremante

(indomita maschera

di dolore)

 

il tuo narcisismo

sintetizza la terapeuta

 

G.G.: Amena: è una parola che mi evoca un amen, un a men, un (ri)mane. Alcune combinazioni. Varianti. Giochi di parole. Nel finale di questa proesia compare il sintagma narcisismo a fare rima con fascismo. E in effetti non è del tutto infondato questo legame patologico. Le tue proesie sono apparse dapprima sul blog di Nazione Indiana: c’è qualche differenza tra la scrittura per il web e quella cartacea? (anche come pubblico dico, come lettore digitale e lettore cartaceo). E del fascismo strisciante, in che modo può occuparsene la scrittura evitando le cadute retoriche?

G.S.: Io sono sempre stato convinto che dal fascismo non siamo usciti. O meglio, è scrivendo su mio padre, repubblichino mai pentito, che mi sono reso conto quanto questo male sia radicato nella nostra società e negli individui. Per questo ho dedicato poi un romanzo a Galeazzo Ciano, che mi sembra essere un personaggio profondamente ancorato nel suo tempo, e nello stesso tempo attualissimo. Salvini, con tutti i suoi va e vieni e le sue boutade da smargiasso pavido, e la sua superficialità da vitellone, assomiglia molto più a Ciano che a Mussolini. Non mi stupisce insomma che adesso il fascismo abbia ripreso il sopravvento anche nella politica. Ma questa piaga non ha solo una dimensione pubblica e sociologica, è anche una immaturità psicologica della società, degli individui che la compongono. Mi fa molto piacere che Helena Janeczek nella sua postfazione abbia sottolineato questo aspetto. Nell’Italia di adesso c’è certo il narcisismo del mondo neoliberale e dei social, ma anche quello più arcaico del fascismo. Che c’era pure in mia madre. L’amena, che ha tutti i sottintesi che tu rilevi, allude forse, con il suo andazzo classicheggiante, anche a questo.

Per quanto riguarda invece la scrittura, credo che la lettura su carta sia più lenta e più attenta. A me spaventa molto la velocità e la frenesia tipiche della rete, perché sono il contrario di quello che perseguo come lettore e come scrittore, come uomo. E reagisco mirando a una ancora maggiore incisività e essenzialità dei miei testi. In fondo non è un caso che prima su Nazione Indiana pubblicassi dei racconti (quelli che per esempio sono stati riuniti nella raccolta Autismi), mentre ora delle prose ancora più concentrate e necessarie, appunto delle proesie.

 

Devi sceglierti

 

un lavoro manuale

sono belli

i lavori manuali

(ci vogliono anche quelli)

il falegname

o l’imbianchino

oggigiorno guadagnano

più loro

o anche l’elettricista

il lattoniere

non c’è niente di male

 

dicevi

con guizzi delle guance

e magnanime

modulazioni

 

G.G.: Il punto di vista, se così possiamo definirlo, in certe proesie, è quello della madre. Lasci parlare lei. Perché la mater è amena?

G.S.: Per definirla con le sue stesse parole, per lasciare che si presenti. Tutto quello che diciamo ci rivela, dice agli altri cosa siamo, quali sono le nostre difficoltà, a cominciare da quella di definire noi stessi. Il nostro abitare la lingua non è mai neutro, è sempre ricchissimo di sottintesi e di indicazioni. Anche come lettore mi piacciono i dialoghi e i discorsi diretti quando danno questa profondità, altrimenti non c’è niente di più noioso e stucchevole delle botte e risposte.

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