Massimo Morasso

Con La saggezza degli ubriachi (La vita felice, 2017) Stefano Vitale ha scritto un libro ricco di pensiero, forza morale e limpidezza di scrittura, nel segno di una poesia composta e rigorosa che ha il preciso intento di denudare la realtà. È improbabile che la voluttà chiarificatrice possa incantare, che la passione per la definizione possa farsi poesia. È il caso, tuttavia, di quest’ultimo libro di Vitale. L’autore prosegue qui il discorso che ha “impostato” nelle sue raccolte precedenti – dai primi libri del 2005 all’intenso Il retro delle cose, del 2013 – e arriva finalmente al centro della sua vocazione, nel punctum dolens dell’io che ospita e rilancia al mondo parole in cui una quasi indefettibile lucidità di pensiero (“Contro l’ingarbugliarsi delle cose/ vince la mente immobile” – p. 30) contrasta, con begli effetti poetici, con l’empito sentimentale (“A misurare il cielo/ aiutano le nuvole/ isole bianche che chiudono/ lo sguardo dentro forme in movimento” – p. 54). Ciò che Vitale argomenta è tanto più convincente quanto meno si arresta al dato analitico, o assiomatico. Ancora: nei suoi versi assaporiamo insieme la “voglia di sentenze” (“Ma non abbiamo imparato la lezione/ così ci coglie in fallo la voglia di sentenze/ e ci tiene in stallo il maldestro tentativo/ di ridurre le distanze tra noi e la maldicenza.” – p. 15) e la voglia di dilatarle nell’ebrietà di una sapienza altra, immaginativa (“…/ che rovescia il respiro/ nella torsione dell’attimo sgrammaticato/ in cui precipitiamo trascinati per il collo/ a una festa d’ubriachi.” – p. 12), così che il contatto fra due diversi flussi tendenziali di coscienza ci porta a penetrare con piacere in un mondo di eccitata dialettica interiore, dove chi parla, indefesso “archeologo di se stesso” (p. 11), onestamente insegue le sue verità (“non bastano braccia conserte e bocche cucite/ sempre ritorna l’eterna tagliola/ della presunta Verità.” – p. 14). La saggezza degli ubriachi è un libro in crescita. Sulle prime il lettore può trovarlo indigesto. Può avere l’impressione che il calibro mentale di chi lo ha scritto misuri con maggiore indulgenza la facies nichilistica della realtà, rispetto a quella viva di calore ‘concreato’ (nel senso della dantesca concreata e perpetua sete) latrice di senso, ultimo o penultimo non importa. Poi – andando avanti e leggendo con più attenzione – avverte che le cose non stanno affatto così. Intuisce che il viaggio cui Vitale lo invita è assai più tribolato psichicamente di quanto non appaia a prima vista (“Treno che fila/ lungo gli intarsi della memoria// …/ e mi dovrei ora disperare/ perché nel paradosso delle linee destinali/ persiste sotto traccia la regola/ di dorsali alternative ingannatrici” – p. 51) e che il poeta, scabro e anti-retorico per attitudine morale, crede ciononostante nella necessità di rompere gli argini del pensiero del buon senso e affidarsi, come un ubriaco, al suo al di là. La realtà è inafferrabile, e si offre alla nostra intelligenza senziente in disegni complessi, che sfuggono al compasso monoculare della ratio, e alla sua debole forza (“Ridurre il campo visivo/ alla coda dell’occhio/ per meglio vedere ciò che resta nascosto/ allo sguardo troppo sicuro.” – p. 56). Nelle prime sezioni lo stile è esemplarmente gnomico; nelle ultime, “Dal terrazzo” e “Moments musicaux”, si moltiplicano i regali di un’immaginazione scrupolosa, coltivata alla frontiera di un’autoconsapevolezza visionaria (“Noi siamo qui sotto distesi/ ad osservare questo gioco/ di luce astratta, vita ammirata/ che non possiamo afferrare.” – p. 70) oltre la quale si muove il drammatico passo a due fra musica e silenzio che attraversa l’ultimo testo della raccolta, fra i suoi più alti, ispirato dal Requiem per archi di Tōru Takemitsu (p. 85):

Grande è il suono del silenzio

respiro sospeso di slanci

tra l’arco e il muro del tempo

ansima tra i vicoli dei volti sorpresi

pizzica la pelle dei morti

accarezza i pensieri più storti

e ritorna qui, al centro della terra,

dentro di noi, inermi creature

sedute sull’orlo di un cielo in tempesta

il gesto calmo del suono celato

nell’ossessione scomposta della vita che ci resta

pesta nel mortaio dell’inutile attesa

per poi sfumare nel pianissimo del Nulla

oltre il dolore

oltre una porta chiusa per sempre.

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