Ikea

 

Il tappeto nuovo

può fomentare disordine

in ogni piano di calpestio,

distrae le linee di fuga delle piastrelle

dall’accordo con il modulo dei mobili

autorizza la disubbidienza del corpo

alla piega ortogonale delle pareti.

Infine prende il volo.

E al buio allora la stanza

torna a essere

disegno

 

Gianluca Garrapa: Cosedicasa è un percorso letterario e immaginale che include la scrittura dei versi di Jacopo Ninni e la descrittura cromatica e per fotografie di un collettivo di persone che hanno contribuito, secondo il proprio desiderio: un lungo e variegato corridoio di parole e rizomatico, deviato dalle immagini, vuoi fotografiche, vuoi disegnate. Le cose intorno alle quali si dice hanno dunque un rapporto binario: lettere e immagini hanno però come denominatore orchestrale comune lo sguardo nel suo essere residuale rispetto all’occhio, al vedere tout court. Con quale criterio sono state inserite le fotografie?

 

Jacopo Ninni: Le fotografie sono inserite nel testo in ordine apparentemente casuale e in gruppi perché da una parte non volevano essere assolutamente poste in maniera didascalica ma lasciare spazio al ricordo, al rimando. Sono un po’ una sorta di distrazione che vuole costringere il lettore a sfogliare in più direzioni.

 

Comodo

 

Per modo di dire

forse per qualche libro aperto

non per un sogno a metà

che al mattino preferisce fondersi

al pulviscolo

 

G.G.: sguardare è oltrevedere, ma non il metafisico fuoricampo delle percezioni insondabili della preveggenza, sguardare è dare conto della periferia delle cose, la loro silhouette, l’ombra dell’arte, avrebbe detto il filosofo Mario Perniola. Intorno alle cose v’è un abito abituale, un abitare perenne e monotonico, incorruttibile, che non le dismette mai, però, dal ruolo di cause sempre vivificanti. Le cose causano ricordi, immagini residuali, parole che tentano, bordeggiando, di perimetrare il primario attaccamento alla residenza. Le cose ci osservano, rispetto a loro il nostro metamorfosare si situa centrale e apparentemente immobile: tipo su un treno che corre e l’orizzonte fermo – non è esperienza comune il sembiante di disco, come sul solco più esterno di un disco che ruoti intorno all’ombelico della linea finale? il tentativo fetale / di cercare il perno / attorno a cui / far girare le voci della stanza – noi stessi ci sistemiamo nel riguardo delle cose. Cosedicase si percorre avanti e indietro, ai lati e sotto e sopra. Una quadrifonia di sguardi che richiama non solo i cinque sensi, per cui si evocano odori, suoni, contatti ecc. ma anche il primo senso interiore psichico, quello per cui lo spazio diventa dilatazione dello psichico contro, evidentemente, la direzione opposta kantiana del fuori che blocca a priori la coscienza nell’innato posizionamento spazio-temporale. Fuori accadono le cose come avvenimenti protesici del dentro, lo sguardo e la cosa sono i limiti estremi di una stessa sostanza al di là e di là dal dirimente limite del corpo. Epidermide: lo sguardo indaga il bordo, la superficie allucinata del reale. Sul contatto visivo è costruito Cosedicasa: il contorno è interiore. Contorno del godimento primo impossibile a riconquistare, di cui nulla si può dire o immaginare. Ma non è mancanza di qualcosa, questo silenzio. Anzi, è il complemento della parola. Lo dice qui:

 

Ni(ti)do

 

Come questo silenzio

avvolto dalle parole necessarie

 

Il simbolo, che presenta e assenta la cosa altalenando il senso, può essere una forma di lettera o d’immagine, tempo o spazio – ti: evoca tu, il tu della dedica alla figlia e a tutti gli altri: Qui si parla solo di te / inevitabile / come mura al tetto / come radici / al bosco, il dondolio sulle spalle dell’immagine. La legge su cui dondola la musica dell’architettura – muoversi per caso, per casa, è viaggiare nel tempo. Sorbirne le pause. La camera è involucro di geografie / garantisce al corpo un’ostruzione di tempo. Il tempo mi fa pensare al ritmo, non solo quello della poesia, ma anche al tempo d’esposizione, al tempo di costruzione. Che rapporto ha la tua poesia con il tempo, con la metrica, diciamo, e la ritmica? E che relazione vedi tra poesia e architettura?

 

J.N.: Ho cercato di definire un modo di scrivere poesia che mi permetta di poter giocare con il tempo creando ambiguità tra linee temporali diverse, in questo mi aiuta anche il mio passato-presente di musicista e la mia breve ma fondamentale esperienza nel campo dell’improvvisazione jazz. La poesia, come quella forma musicale, nasce come dialogo: si sviluppa come cellula da piccoli richiami e si adatta a tempi, ritmi e cromature altrui e può modificarsi nel corso della sua esposizione.

Ho un rispetto reverenziale nei confronti della metrica ma la considero uno dei miei più grandi limiti. (Confesso di aver provato a cimentarmi con un’Ottava Rima).

 

Poesia e architettura sono arti equivocate, caricate di un ruolo sociale di presunta completezza che dovrebbe realizzare e/o esaudire il desiderio umano del benessere emotivo e domestico. L’evoluzione sociale, ma soprattutto l’evoluzione dei linguaggi, spaventa e così come per la poesia, il dibattito attorno alla necessità di una nuova architettura che vada oltre la villetta, il condominio o il semplice capannone non è una necessità ma un fastidio, una pippa per universitari o professoroni. Quando studiavo Architettura, si era in piena confusione linguistica tra un postmoderno che sembrava prendere possesso della città e il lontano decostruttivismo che sembrava poter arrivare anche da noi per fare tabula rasa di ogni ordine bidimensionale e scardinare l’idea classica di un rapporto vincolante tra spazio e tempo. Ovviamente in Italia non è successo niente del genere, ma proprio in Cosedicasa ho provato a “decostruire” l’idea dell’abitare utilizzando le parole e la forma poetica per poter rimettere in gioco su piani diversi spazi e tempi dell’abitare. Architettura e poesia vivono di ritmi, di chiaroscuri, di spazi/tempi pieni e vuoti.

 

Panottica 2

 

Sopra c’era il terrazzo,

lì ho imparato ad andare in bicicletta

e forse anche a guardare.

 

Quello che manca al tetto

è una direzione.

 

G.G.: quello che manca è la direzione: non manca la direzione, lo svolgersi dello sguardo. Ma proprio il contrario: la mancanza genera sguardi e direzioni. Il mancante della parola, il vuoto attorno cui si costruiscono gli edifici, la bordura del vuoto che crea palazzi. Dove manca la parola c’è un’immagine, ma l’immagine non sembra supplire all’inadeguatezza della parola. Due diversità di sguardo, sembra. Con quale presupposto associ parola e immagine nel rapporto al ‘silenzio’? E col legame tra ambienti interni e ambienti esterni?

 

J.N.: Bella bella domanda. Ci ho pensato qualche giorno. Io ho diversi problemi col silenzio. Non è un caso che se voglio fare qualcosa (dal lavare i piatti allo scrivere) ho bisogno per esempio di avere una musica in sottofondo. L’unico silenzio che cerco è quello “esteriore” quando devo addormentarmi (sonno molto leggero), ma a pensarci bene adesso, mi è difficile immaginare o ricordare un attimo veramente silenzioso esteriore ma anche interiore. Il silenzio è per me uno spazio destinato ad accogliere un evento, quindi sì, è la “mancanza” che genera qualcosa e ogni evento artistico (in questo caso parola e immagine), genera e annulla allo stesso momento. Risolvere complessità crea altre complessità. In Cosedicasa c’è un’apparente forza soverchiante dell’interno sull’esterno, ma solo perché penso che visto dal punto di vista “domestico”, l’esterno è un’emanazione dell’interno. Il giardino di Inverno, nasce in casa e il suo “disordine” è l’apparente fallimento della progettualità umana. (Io sarei architetto del paesaggio in realtà e molti miei colleghi mi potrebbero cospargere di pece e piume dopo questa dichiarazione). Sono nato e cresciuto in città, ma ho passato parecchi (troppi) anni a Vicchio e il rapporto con un esterno “natura” per me alla fine si è rivelato quasi uno sbaglio, un errore di calcolo, un qualcosa di piacevole ma legato al caso dell’evento naturale inaspettato a cui troppo spesso non sì è preparati. L’esterno di Cosedicasa sono gli altri “interni”: le vite e le relazioni degli altri, gli spostamenti, gli incontri, ma mai la natura, anche se, paradossalmente, solo la poesia che dà il titolo al libro parla di una casa nel bosco, ma è anche quella da cui sono venuto via e dove ho “lasciato” mia figlia, e il bosco è quindi distanza, limite, confine tra due interni.

 

Riposo

 

E l’odore di quei ripostigli?

Quel miscuglio di cera da passare e

prodotti per lucidare mobili

e l’argenteria.

Quell’odore lì

di quelle case a cui

non ci si abitua mai

case sempre in attesa

di visite, di festività.

Quell’odore, dicevo, che

nei giorni in cui passava la “donna”

a pulire e a levare le polveri

si spargeva per le sale belle,

e poi di nuovo solido

nel suo regno-ripostiglio

a vegliare le scatole del nonno

colme di oggetti che

“potrebbero prima o poi venire utili”:

la minuteria ordinata nelle confezioni

del caffè Lavazza, con l’etichette a pennarello

“viti, chiodi, cose varie”

e tutti gli altri oggetti

nelle scatole del Twinings,

“chissà mai un giorno avranno un valore”.

I vecchi giornali, gli attrezzi,

i carrelli per la spesa e i sacchetti,

le scarpe della stagione finita.

Tutto riposto a riposo

in quell’odore millenario

che avrai presente anche tu

anche se non hai

mai dormito qui.

 

G.G.: gli oggetti di Cosedicasa sono agalma, hanno un’aura d’intrepida bellezza, un misterioso campo gravitazionale che attrae nel buco nero del ricordo, incorporeo, vissuto, luccichio prezioso che attende all’epifania quotidiana, la polvere che siamo, rimane nell’odore. Nella diagonale del sole che intercetta i corpuscoli dagli assiti. La psicogeografia del passato, e la psicometria degli oggetti: odore e immagine sono due qualità metonimiche dell’immateriale, il presente stesso, si condensa nei paraggi dell’oggetto. Il valore di un oggetto introduce, mi pare, per lo meno in questo caso, a un discorso politico, l’abitare il luogo cui diamo sensazione d’importanza, all’economia della politica. Il discorso del capitalista nel suo operare feticistico e ingombrante. L’oggetto di Cosedicasa non è lirico autocompiacimento delle piccole cose e nemmeno, appunto, perversione del valore dell’oggetto in termini di consumabilità obsolescente, l’oggetto di Cosedicasa è anti-capitalistico, nemmeno inutile, ma oltre il valore materiale, è materico, anarchico, è odore. Sono oggetti, rivoluzionari, (mentre gli oggetti testimoniano le possibilità) politici: la poesia è (ancora, anche) un oggetto politico?

 

J.N.: Sono cresciuto architettonicamente con Alessandro Mendini. A dir la verità sono proprio cresciuto in casa sua per questioni di parentele e da piccolo giocavo e mi arrampicavo sulle sue sedie storte. Poi sono entrato nel suo studio e ho annusato e divorato esattamente quello che mi scrivi. Ho imparato l’anarchia dell’oggetto, l’anarchia sarcastica e provocatoria che ti chiede rispetto. La progettazione è paritaria, è dialogo e non è sopraffazione o peggio “addomesticazione” ma gioco di possibilità. Il mio sgabuzzino è veramente un delirio perché a ogni oggetto attribuisco non solo ricordi, ma altre possibilità di essere oggetto-altro e quindi non si butta via niente perché non solo tutto può e deve essere “utile”, ma tutto può tornare a essere s-oggetto.

Sì, penso fortemente che la poesia debba essere un oggetto politico, ma solo se progettuale, se è uno scavare negli sgabuzzini per rigenerare relazioni politiche e dare possibilità rivoluzionarie anche alla parola.

 

Rientri

 

Casa non era che

uno spiraglio

tra la strada e

la bocca del vetro,

quando è tramontato il rumore

ho tracciato la possibilità di un ritorno

lungo la geografia delle crepe

 

21-12-2014

 

G.G.: Raccontaci come è nato questo lavoro collettivo e come lo hai orchestrato.

 

J.N.: Tutto è nato da una visita al MART dove c’era una splendida piccola mostra sui progetti delle case per le vacanze di Ettore Sottsass. In un caso oltre all’edificio erano disegnati anche gli oggetti e gli arredi. Da lì ho ripensato agli anni di Università quando in vista dell’esame oltre alle decine di tavole dovevi preparare album di schizzi, fotomontaggi (siamo pre-Photoshop), dovevi “illustrare” il tuo progetto; proprio per quanto ti ho scritto prima, l’Università difficilmente ti preparava a un’architettura polidimensionale. Da qui l’idea, quindi, di cercare tra amici, colleghi, professori, fotografi, la distrazione, la fuga polidimensionale antiaccademica che è poi il raccordo tra chi progetta e chi poi fruisce. C’è chi ha letto le poesie e mi ha mandato qualcosa (la mitica Paola di Bello, per esempio, con quella sua meravigliosa foto dal balcone), c’è chi ho contattato volutamente perché ho visto dei lavori in giro e ha accettato di entrare nel progetto ma anche chi ha scattato o disegnato su commissione. Ma questo era solo l’inizio, perché poi ho cercato di fare le presentazioni nei luoghi di attività di questi collaboratori che hanno partecipato al dibattito, definendo poi quella che Roberto Batisti ha riconosciuto e evidenziato in una presentazione a Bologna: “un’installazione poetica”.

 

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