Leonardo Canella

Il modo migliore per intendere Una mappa delle arti nell’epoca digitale. Per un nuovo Laocoonte di Renato Barilli è quello di arpionarla subito al cuore. Lanciato dunque l’arpione, appuntiamoci queste parole: l’immagine elettronica cancella i confini tra arte e arte. Ma spingiamoci pure fino a pagina a p.70: “la migliore performance non è se non la propria esistenza.” Posso testimoniare, e credo utile che il lettore lo sappia, che in Barilli vi è una dimensione di vita fortissima, una specie di fame di vita, evidente al meglio proprio nelle sue performance a lezione, a presentazioni o perfino al ristorante in cui lo spazio di chi ascolta viene come piegato, curvato dalla presenza di una massa di vita densissima, perfino con delle nuances di inettitudine proprie degli artisti. E forse questa è la chiave per intendere al meglio la Mappa, ma anche tutta la produzione di questo studioso: l’abilità classificatoria e di lettura dell’opera, ampiamente riconosciutagli,  viene solo dopo ed è la bellezza della conchiglia che ricopre la vita del mollusco che la nutre. Tanta energia ha bisogno naturalmente di essere incanalata, controllata, e se Fermi aveva risolto il problema inserendo delle barre di grafite nel processo di fissione dell’uranio, qui queste barre sono i sei capitoli e il rigore metodologico, l’accuratezza e limpidezza lessicale con cui sono stesi.

Il Lessing chiamato subito in causa è colui che nel 1766 scrive il saggio Laocoonte. Sui limiti della pittura e della poesia. In questa operina lo studioso tedesco dà la migliore classificazione delle arti a cui la tecnologia del suo tempo gli permetta di arrivare: da una parte le arti dello spazio – pittura scultura architettura – dall’altra quelle del tempo, poesia in primis, e poi il teatro nelle sue articolazioni (Barilli chiosa con due termini chiave, sincronia contro diacronia). Lessing cioè non fa che ricalcare la concezione di tempo e spazio fornita pochi decenni prima da Newton, una concezione in cui queste due dimensioni sono assolute e misurabili indipendentemente dallo spettatore. Ma la tecnologia cambia le cose sfumando i confini fra le arti e quelli di un intero sistema culturale. Alla fine dell’800 abbiamo infatti i primi tentativi di mescolare sincronia e diacronia. Dalla fotografia sboccia la diacronia del cinema, a cui si aggiungono prima il magnetofono e poi, negli anni Venti, il sonoro. Ne nasce progressivamente una titillazione simultanea dei nostri sensi –  visivo, uditivo, tattile, motorio – che per Barilli è la migliore definizione di estetica, una definizione  trovata molti anni fa nell’Aesthetica del Baumgarten (1750),  studioso ben più decisivo del più noto Lessing. Ma non è tutto. A Baumgarten, Barilli riconosce anche il merito di avere suggerito una via ulteriore di superamento della distinzione fra spazio e tempo, fra sincronia e diacronia:  in fondo dove se non nella nostra mente queste due dimensioni interagiscono al meglio? E come esternare ciò se non servendosi di un’ars pulchre cogitandi, di un’arte del bel pensare che faccia ricorso a tutte le figure retoriche? Ecco la via maestra per intendere al meglio Duchamp, colui che svetta su tutte le avanguardie storiche grazie alle sue ‘belle pensate’, e all’utilizzo del caso. Ma anche noi italiani sappiamo essere in prima linea, ben più di Picasso e del suo Cubismo: Boccioni infatti, pur rimanendo legato alla superficie e al suo carattere sincronico, insiste sull’elasticità e con questo accarezza la concezione einsteniana di un tempo e di uno spazio curvo fusi in un’unica dimensione. Marinetti invece comprende l’importanza di registrare i suoi versi servendosi del magnetofono in modo che essi possano ‘esplodere’ a distanza.

A questo punto il lettore sarà capace di seguire da solo tutte le strade segnate sulla Mappa, dall’action painting di Pollock, all’arte cinetica dei Sessanta fino al plesso straordinario delle poetiche che ruotano intorno al ’68.  Ritornando allora alla tesi arpionata all’inizio,  il video –  lo si sarà capito – è il campione di questa corsa, ‘brillante concentrato di uno spettacolo totalizzante’. Ma Barilli non rinuncia a quel carattere performativo a cui pure facevamo riferimento, unendo arte e vita verrebbe da dire (un bionomio sollecitato sempre più proprio dalla tecnologia digitale). Ecco allora che ci dà la possibilità di conoscere una sua performance – prendendo questo termine nella accezione più larga – avvenuta grazie a un evento espositivo che è  ormai un classico, Gennaio 70, tenutosi al Museo civico di Bologna proprio nel gennaio di quell’anno. Egli, per la prima volta in Italia e forse nel mondo, utilizza la ripresa televisiva con registrazione su nastro elettromagnetico per riprendere le performance di artisti quali De Dominicis e Zorio (ci offre al contempo delle gustose chicche che non anticipiamo).  Insomma, anche in quell’occasione la distinzione lessinghiana e ogni sua residua mediazione – presente ancora nella ripresa con pellicola –  sembrano essere del tutto superate. E se proprio alla fine dei Settanta abbiamo Nuovi nuovi, Anacronisti e Transavanguardia con un rilancio della pittura e del suo carattere sincronico,  rispondono ad essi le Settimane internazionali della performance (1977-1982), condotte insieme a Francesca Alinovi e Roberto Daolio, pronte a rilanciare la diacronia.

Per concludere, dove ci porta la Mappa? Lo abbiamo detto, il video domina ma in verità il quadro è più mosso e interessante. Anche la pittura, se intesa come wall painting e street art, ha un grande futuro.  E se non regge la distinzione tra spazio e tempo, sincronia e diacronia, come impostata dal Lessing – ed ecco il perché di questo nuovo Laocoonte di Barilli – affiora quella fra corti e lunghi metraggi, la presenza o l’assenza della trama e di una durata sufficiente annulla la possibilità di cancellare del tutto i confini fra le arti.